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Cronaca
11 Febbraio 2026 - 13:41
Calcio giovanile nel caos: dirigente picchiato a Chivasso dopo la partita, venti giorni di prognosi
Doveva essere una domenica di sport, si è trasformata nell’ennesimo episodio di violenza a bordo campo. A Chivasso, al termine della partita di Terza Categoria tra La Chivasso e Rondissone, un dirigente sportivo di 45 anni è finito al pronto soccorso con una prognosi di venti giorni dopo essere stato aggredito nel tentativo di sedare una lite tra ragazzi.
È accaduto nel pomeriggio di domenica 1 febbraio, circa un’ora dopo il fischio finale del match disputato al campo Pastore. Secondo una prima ricostruzione dei carabinieri, che stanno indagando sull’episodio dopo la denuncia presentata, la tensione sarebbe nata sugli spalti per alcuni insulti rivolti a un giovane calciatore. La discussione, inizialmente tra giovanissimi, avrebbe coinvolto anche il figlio del dirigente della Juniores La Chivasso.
Quando l’uomo è intervenuto per riportare la calma, la situazione è precipitata. L’arrivo di altri adulti, anziché placare gli animi, avrebbe contribuito ad alimentare la tensione. È nato un parapiglia, durante il quale il dirigente è stato colpito. Medesima prognosi di venti giorni anche per il padre di un giocatore, che avrebbe riportato la frattura del polso.
Ai militari dell’Arma il dirigente ha raccontato di aver riconosciuto tra gli aggressori un tesserato della squadra avversaria. Le indagini sono in corso e al vaglio degli inquirenti ci sono anche le immagini delle telecamere di videosorveglianza presenti nella zona del campo.
Le due società sportive hanno diffuso un comunicato congiunto per prendere le distanze dall’accaduto. Hanno precisato che la partita si è svolta regolarmente, senza problemi disciplinari, e che quanto avvenuto fuori dall’impianto non ha avuto alcun collegamento diretto con il match. Una presa di posizione netta, ma che non cancella la gravità dei fatti.
L’episodio di Chivasso non è isolato. Riporta alla memoria quanto accaduto a Collegno lo scorso settembre, al termine di una partita Under 14 del torneo Super Oscar, una delle rassegne giovanili più prestigiose del territorio. Anche in quel caso una rissa tra ragazzi degenerò in violenza, con l’ingresso in campo di un genitore che colpì un tredicenne.
La vicenda del Super Oscar segnò uno spartiacque. La giustizia sportiva, con un provvedimento firmato dal giudice sportivo Roberta Lapa della Lega Nazionale Dilettanti, inflisse squalifiche durissime: un anno di stop sia al portiere tredicenne del Volpiano Pianese, vittima dell’aggressione, sia a un giocatore del Carmagnola coinvolto negli scontri. Nel comunicato si parlava della «gravità della condotta violenta assunta da ragazzi in età giovanissima, tale da inficiare i sani principi dello sport».
In quel caso furono sanzionati anche dirigenti e società, con ammende e sospensioni, a testimonianza di una linea severa volta a ribadire che la violenza non può trovare spazio nel calcio giovanile. Il torneo, nato per promuovere fair play e crescita sportiva, finì sotto i riflettori nazionali per una rissa trasformata in caso mediatico.
Il parallelo con quanto accaduto a Chivasso è inevitabile. In entrambe le situazioni la miccia è scattata tra ragazzi, ma a far esplodere la tensione è stato il coinvolgimento degli adulti. Padri e dirigenti che dovrebbero rappresentare un punto di riferimento e che invece, in alcuni casi, finiscono per alimentare il conflitto.

Il calcio giovanile vive da tempo una contraddizione. Da un lato i progetti educativi, le campagne contro la violenza, gli eventi dedicati al fair play. Dall’altro episodi che raccontano un clima esasperato, in cui la competizione supera il confine del rispetto.
A Chivasso ora la parola passa agli investigatori. Saranno le immagini e le testimonianze a chiarire responsabilità e dinamiche precise. Resta però una domanda che va oltre il singolo episodio: perché una partita tra dilettanti o ragazzi deve trasformarsi in un contesto di aggressioni?
Lo sport, soprattutto a livello giovanile, dovrebbe essere palestra di regole, autocontrollo e rispetto dell’avversario. Quando gli adulti dimenticano questo principio, il messaggio che arriva ai ragazzi è devastante. E ogni nuovo caso, da Collegno a Chivasso, conferma che il problema non è episodico ma culturale.
Le società sportive, i comitati e le istituzioni sono chiamati a uno sforzo ulteriore. Non basta intervenire dopo, con squalifiche e denunce. Occorre prevenire, formare, responsabilizzare. Perché il calcio giovanile non può diventare il terreno dove si scaricano tensioni e frustrazioni.
A Chivasso un dirigente ha cercato di dividere e ha finito per essere colpito. Venti giorni di prognosi sono il conto immediato. Il danno più grande, però, è l’ennesima crepa nell’idea di sport come luogo di crescita e rispetto. E quella ferita, a differenza delle contusioni, richiede molto più tempo per rimarginarsi.
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