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Cronaca
11 Febbraio 2026 - 12:08
Una condanna e un’assoluzione per una vicenda che aveva scosso l’opinione pubblica e riaperto il dibattito sulle condizioni nei Cpr, i centri di permanenza per il rimpatrio. Il Tribunale di Torino ha condannato a un anno di reclusione, con pena sospesa, Annalisa Spataro, all’epoca direttrice del Cpr torinese per conto della società di gestione Gepsa, per la morte di Moussa Balde, il giovane migrante della Guinea che il 23 maggio 2021 si tolse la vita impiccandosi all’interno della struttura.
È stato invece assolto Fulvio Pitanti, responsabile sanitario del centro, per il quale il giudice non ha ravvisato responsabilità penali.
La sentenza arriva a quasi cinque anni da quella domenica di fine maggio in cui Balde, 23 anni, venne trovato senza vita nella sua stanza. Era stato portato nel Cpr dopo essere stato vittima, pochi giorni prima, di un’aggressione in strada. Secondo quanto ricostruito nel processo, il giovane presentava condizioni di vulnerabilità psichica che, per l’accusa, non sarebbero state valutate in modo adeguato al momento dell’ingresso e durante la permanenza nel centro.
Proprio su questo punto si è concentrato il procedimento. La procura aveva sostenuto che lo stato di fragilità del ragazzo non fosse stato correttamente preso in carico e che ciò avesse inciso sulla capacità di prevenire il gesto estremo. Il giudice ha ritenuto sussistenti responsabilità in capo all’allora direttrice della struttura, mentre ha escluso profili di colpa per il responsabile sanitario.

Per i familiari di Moussa Balde, costituiti parte civile con l’avvocato Gianluca Vitale, il tribunale ha disposto provvisionali per oltre 350mila euro complessivi. La somma dovrà essere versata in solido da Annalisa Spataro e dalla società Gepsa, che gestiva il centro. Si tratta di un anticipo sul risarcimento definitivo che verrà quantificato in sede civile.
La vicenda aveva acceso un ampio confronto pubblico sul funzionamento dei Cpr, strutture destinate a trattenere cittadini stranieri in attesa di rimpatrio. Al centro del dibattito, le condizioni di vita all’interno dei centri e la gestione delle situazioni di fragilità psicologica. Organizzazioni per i diritti umani e associazioni avevano chiesto maggiore attenzione ai profili sanitari e alla tutela delle persone trattenute.
Nel corso del processo sono stati esaminati protocolli, procedure di accoglienza e modalità di monitoraggio dei soggetti considerati vulnerabili. Il nodo principale riguardava la capacità del sistema di intercettare segnali di disagio e di attivare misure adeguate di protezione.
La sentenza di primo grado non chiude la vicenda giudiziaria, ma rappresenta un passaggio significativo. La pena inflitta alla direttrice, pur con sospensione condizionale, riconosce una responsabilità nella gestione del caso. L’assoluzione del responsabile sanitario segna invece un confine diverso nell’attribuzione delle colpe.
Resta il dato umano. Moussa Balde aveva lasciato la Guinea in cerca di un futuro diverso. La sua morte, avvenuta all’interno di una struttura statale, continua a interrogare sul bilanciamento tra esigenze di controllo dell’immigrazione e tutela della dignità e della salute delle persone trattenute.
Il procedimento si trova ancora nella fase successiva alla sentenza di primo grado e, come previsto dall’ordinamento, eventuali responsabilità diventeranno definitive solo al termine dell’iter giudiziario.
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