Da Tonio Cartonio alla politica europea il passo non è breve, ma può diventare sorprendentemente naturale. È quello che è successo nell’ultimo episodio di Fondi di Caffè, il format YouTube di Danilo Bertazzi, nato a Chivasso nel 1960, volto amatissimo della Melevisione, che questa volta ha scelto di sedersi al tavolo con l’europarlamentare Benedetta Scuderi per una conversazione che ha spaziato dalla disillusione giovanile alla geopolitica, dal clima alla crisi dell’Europa.
Bertazzi, che per un’intera generazione è stato l’anello di congiunzione del Fantabosco, ha impostato l’incontro con il tono che lo contraddistingue: leggero ma non superficiale. Si parte dai ricordi di Melevisione — la Fatalina, la crescita condivisa con il pubblico bambino — per arrivare rapidamente a un terreno più complesso: perché una ragazza cresciuta con la televisione per bambini decide di entrare in politica?
Scuderi racconta un percorso non lineare. Figlia di un padre impegnato nella politica locale, inizialmente aveva giurato che non avrebbe mai seguito quella strada. L’impegno le sembrava sottrarre tempo alla famiglia. Poi l’attivismo studentesco, le prime candidature non andate a buon fine, la laurea in giurisprudenza e un periodo di distacco, segnato da una forte disillusione. Le mobilitazioni tra il 2008 e il 2012, spiega, non avevano prodotto i risultati sperati. «Si andava sempre peggio», è il senso del suo racconto.
La svolta arriva con la sostenibilità e il clima. Studiando energia e lavorando in quel settore, matura la convinzione che il cambiamento non possa avvenire solo dal basso o dal privato: serve una volontà politica istituzionale. Da qui l’ingresso nei Verdi e il Parlamento europeo.
Uno dei passaggi centrali riguarda il rapporto tra piazza e istituzioni. Scuderi difende la mobilitazione come strumento fondamentale, anche oggi che siede in un’aula parlamentare. La politica fatta nelle strade e quella nelle istituzioni, sostiene, devono procedere insieme. Senza rappresentanza politica, le richieste rischiano di cadere nel vuoto; senza pressione dal basso, le minoranze parlamentari faticano a incidere.
Il confronto si allarga poi al contesto internazionale. La guerra in Ucraina, il riarmo europeo, la crescita delle destre, la fragilità dell’Unione. Scuderi non nasconde la propria preoccupazione per la deriva geopolitica e per il rallentamento delle politiche climatiche, aggravato da pandemia e conflitti. Parla apertamente di un rischio di “collasso climatico” e della necessità di un’Europa più unita, capace di dotarsi di strumenti fiscali comuni per finanziare politiche sociali, casa, salario minimo, ricerca.
Bertazzi incalza su un punto cruciale: come chiedere ai giovani di pensare all’Europa quando fanno fatica a pagare un affitto o a trovare un lavoro stabile? È qui che il dialogo assume una dimensione generazionale. Scuderi descrive i millennial come “la generazione delle crisi”, abituata a vivere alla giornata, senza la sicurezza del posto fisso o l’orizzonte della pensione. La sua risposta è netta: le battaglie sociali ed economiche si giocano anche in Europa, ma senza una struttura più coesa e strumenti comuni l’Unione resta debole.
Non manca una riflessione sulla comunicazione politica. Bertazzi osserva come il dibattito pubblico sia diventato frammentato, compresso nei tempi dei social, ridotto a slogan. Scuderi concorda: l’ipersemplificazione, dice, svuota la complessità dei problemi. In un contesto segnato da crisi economiche, guerre e cambiamenti climatici, rispondere con un titolo o un meme rischia di allontanare ulteriormente i cittadini.
Il finale torna simbolicamente al caffè — al fondo della tazza — che nel format diventa pretesto per una lettura quasi metaforica. I “puntini” si uniscono. L’unità come unica via possibile. Non una risposta facile, ma un richiamo alla comunità come antidoto alla frammentazione.
L’incontro tra il bambino eterno del Fantabosco, cresciuto a Chivasso, e una giovane europarlamentare segnata dalle mobilitazioni climatiche e geopolitiche non è un semplice scambio tra generazioni. È il tentativo di mettere in dialogo linguaggi diversi: quello della narrazione educativa e quello dell’azione istituzionale.
E forse, in questo passaggio dal bosco incantato ai corridoi di Bruxelles, c’è un filo rosso che lega entrambi: l’idea che, da soli, si va poco lontano. Uniti, almeno, si può provare a cambiare direzione.