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Cronaca

Autopsia su Zoe Trinchero: era viva quando è stata gettata nel canale Nizza

La svolta arriva dall'autopsia: la 17enne era viva al momento della caduta. Alex Manna ha confessato l’aggressione

Autopsia su Zoe Trinchero: era viva quando è stata gettata nel canale Nizza

Autopsia su Zoe Trinchero: era viva quando è stata gettata nel canale Nizza

La verità che emerge dall’autopsia è di quelle che aggravano il peso della cronaca e rendono ancora più insopportabile il racconto dei fatti. Zoe Trinchero, 17 anni, era ancora viva quando è stata gettata nel canale Nizza. È questo il primo, decisivo elemento emerso dall’esame medico-legale eseguito nella mattinata di lunedì 10 febbraio, un passaggio chiave nell’inchiesta sull'omicidio di Nizza Monferrato.

L’autopsia, condotta dalla dottoressa Alessandra Cicchini, ha stabilito che la morte della ragazza è sopraggiunta a causa dei traumi provocati dalla caduta da un’altezza di circa tre metri e dal successivo impatto con il terreno. Un dato che chiarisce in modo netto la sequenza degli ultimi istanti di vita di Zoe e che conferma come la giovane non fosse priva di sensi né deceduta prima di essere spinta nel dirupo che conduce al corso d’acqua. Un dettaglio che pesa enormemente sul piano umano e su quello giudiziario, perché definisce con precisione il momento in cui l’azione violenta si è trasformata in esito letale.

A fornire una prima ricostruzione dell’aggressione è stato Alex Manna, 19 anni, che ha confessato l’omicidio ai carabinieri. Secondo quanto da lui riferito, nella tarda serata tra venerdì e sabato scorsi avrebbe colpito Zoe con numerosi pugni al volto dopo che la ragazza aveva respinto un suo approccio. Preso dal panico, avrebbe poi trascinato e spinto la 17enne nel dirupo. Una sequenza di azioni che delinea una violenza rapida e brutale, ma che lascia irrisolto il nodo centrale del movente: Manna non ha saputo spiegare perché sia passato dall’aggressione fisica al gesto estremo, limitandosi a riferire di una relazione avuta con Zoe “due o tre anni fa”, un elemento che non chiarisce né giustifica nulla.

Le risultanze dell’autopsia si innestano così su un quadro già grave, rafforzando l’impianto accusatorio e imponendo una lettura rigorosa dei fatti. Il rifiuto evocato dall’indagato non può essere considerato una causa, ma soltanto il contesto in cui si è manifestata una pretesa di controllo e di possesso. La giovane età dei protagonisti non attenua la responsabilità, né rende meno evidente la dinamica che porta a chiamare questo delitto con il suo nome: femminicidio.

La parola non è uno slogan né una forzatura semantica, ma la descrizione di una violenza che colpisce una ragazza in quanto tale, all’interno di una relazione reale o immaginata, e che esplode quando l’autonomia dell’altra persona non viene accettata. È ciò che emerge con forza dal caso di Nizza Monferrato, oggi aggravato dalla certezza che Zoe fosse viva nel momento in cui è stata spinta verso la morte.

Le indagini proseguono per chiarire ogni passaggio precedente all’aggressione, ricostruire tempi e luoghi con precisione e definire il quadro delle responsabilità penali. Ma alcuni punti, ormai, sono fissati con crudezza: l’aggressione fisica, la decisione di spingere la vittima nel dirupo, la causa del decesso legata alla caduta e non a un malore precedente. Dati oggettivi, che la giustizia dovrà ora valutare alla luce delle norme, mentre alla comunità resta il compito più difficile: non distogliere lo sguardo e riconoscere che nominare la violenza è il primo passo per non renderla invisibile.

Zoe Trinchero

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