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Cronaca

Legato, picchiato e terrorizzato per mesi nella sua casa: l’incubo di un sessantenne a Torino

In aula il racconto della presunta vittima: botte, minacce, sequestro e controlli continui dopo il ricovero. Due imputati a processo, un terzo mai identificato

Legato, picchiato e terrorizzato

Legato, picchiato e terrorizzato per mesi nella sua casa: l’incubo di un sessantenne a Torino

Lo hanno legato a una sedia, colpito con pugni e calci, minacciato di morte e costretto per mesi a consegnare una parte della sua pensione. Un racconto duro, scandito da dettagli che restituiscono la dimensione di un incubo domestico, quello che un sessantenne torinese ha riferito ieri, 9 febbraio, davanti ai giudici del Tribunale di Torino, dove si è aperto il processo a carico di due uomini sulla quarantina, imputati per rapina, estorsione e sequestro di persona. Un terzo presunto aguzzino non è mai stato identificato.

A parlare è stato direttamente l’uomo che, secondo l’accusa, avrebbe subito le violenze tra l’estate del 2022 e i mesi successivi, all’interno della propria abitazione. Una casa che, da rifugio, si sarebbe trasformata in una prigione. «Pensate che non mi facevano neppure prendere la pastiglia per la tiroide, che per me è fondamentale», ha raccontato in aula, spiegando come anche i gesti più elementari della vita quotidiana gli sarebbero stati negati.

All’origine della vicenda ci sarebbe un debito legato alla droga. La presunta vittima avrebbe acquistato sostanze stupefacenti da almeno uno degli imputati e, nel momento in cui non sarebbe più riuscito a pagare, la situazione sarebbe precipitata. Secondo quanto ricostruito dall’accusa, i tre uomini si sarebbero presentati più volte nell’appartamento del sessantenne per “regolare i conti” con la forza.

Il copione sarebbe stato sempre lo stesso. L’uomo veniva legato a una sedia, immobilizzato e colpito ripetutamente. «Mi prendevano a pugni e calci», ha riferito. Durante le aggressioni, gli imputati avrebbero pronunciato anche frasi intimidatorie dal contenuto esplicito. «Lo sai che al mio paese, a quest’ora, ti avremmo tagliato la gola?», una delle minacce riportate agli atti. In almeno un’occasione, gli aggressori avrebbero anche portato via un telefono cellulare e la tessera del reddito di cittadinanza, aggravando ulteriormente la condizione di isolamento della vittima.

Ma la violenza non si sarebbe limitata alle percosse. In un episodio particolarmente grave, l’uomo sarebbe stato chiuso a chiave dentro casa per giorni, costretto a rimanere immobile fino al ritorno dei suoi aguzzini. «Quando sono riuscito a liberarmi, sono andato all’ospedale», ha raccontato ai giudici. Le conseguenze fisiche sarebbero state tali da rendere necessario un ricovero di un mese.

Nemmeno dopo le dimissioni, però, l’incubo sarebbe finito. Tornato nel suo appartamento, il sessantenne avrebbe vissuto in uno stato di costante paura. «C’era sempre qualcuno fuori a osservare i miei movimenti», ha spiegato, descrivendo una sorveglianza continua che avrebbe avuto lo scopo di tenerlo sotto controllo e impedirgli di ribellarsi o chiedere aiuto.

Accanto alla violenza fisica, l’accusa contesta anche una sistematica estorsione. Per quattro mesi, secondo quanto emerso in aula, l’uomo sarebbe stato costretto a consegnare 300 euro al mese agli imputati. Denaro prelevato direttamente dalla pensione e consegnato puntualmente, per timore di nuove aggressioni. «Se non l’avessi fatto, mi avrebbero picchiato», ha precisato, chiarendo come ogni pagamento fosse frutto di un clima di intimidazione costante.

Il procedimento è ora entrato nel vivo. Il sessantenne si è costituito parte civile, assistito dall’avvocato Matteo Bodo, con l’obiettivo di ottenere un risarcimento per quanto avrebbe subito. L’accusa è sostenuta dal sostituto procuratore Roberto Furlan, che ha ricostruito una sequenza di episodi caratterizzati da una particolare brutalità e da una condizione di vulnerabilità evidente della presunta vittima.

Nelle prossime settimane sarà la volta degli imputati, che potranno fornire la loro versione dei fatti. A difenderli è l’avvocato Enrico Bucci. Il processo dovrà ora chiarire responsabilità, ruoli e dinamiche di una vicenda che, al di là degli esiti giudiziari, restituisce l’immagine di una violenza consumata lontano dagli sguardi, tra le mura di una casa trasformata in luogo di sopraffazione e paura.

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