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Cronaca

“Cecchini per gioco” a Sarajevo: l’80enne indagato nega tutto davanti ai pm di Milano

L’ex camionista respinge ogni accusa, ma un racconto riemerso dopo quindici anni riapre l’ombra dei “safari” dell’orrore nella Bosnia assediata

Cecchino

Il presunto cecchino di Sarajevo nega tutto, 'non è vero nulla' (foto di repertorio)

«Non è vero, non è vero nulla». Con questa frase, ripetuta come un mantra per oltre un’ora, l’80enne friulano, ex camionista oggi in pensione, ha respinto davanti ai magistrati della Procura di Milano l’accusa che pesa come un macigno: essere stato uno dei presunti “cecchini del weekend” che, tra il 1992 e il 1995, avrebbero pagato per andare a sparare contro civili inermi nella Sarajevo assediata dalle forze serbo-bosniache.

Convocato con un invito a comparire, l’uomo – indagato per omicidio volontario continuato e aggravato dai motivi abietti – ha negato ogni addebito, arrivando a dichiarare di non essere mai stato, «per qualsiasi circostanza», nella capitale della Bosnia-Erzegovina. Una versione che contrasta con quanto emerso nel filone investigativo aperto a Milano, e che ora dovrà essere vagliata alla luce di testimonianze, riscontri e approfondimenti ancora in corso.

Difeso dall’avvocato Giovanni Menegon, l’anziano si è presentato davanti al procuratore Marcello Viola, al pm Alessandro Gobbis e ai carabinieri del Ros, ribadendo la propria estraneità ai fatti. Al termine dell’interrogatorio, il legale ha spiegato che il suo assistito «ha risposto alle domande dei pm, ha ribadito la sua assoluta estraneità ai fatti e confida che la magistratura, al di là del clamore mediatico, verifichi e accerti la sua assoluta estraneità», annunciando anche possibili azioni legali «a tutela della sua reputazione».

L’indagine, tuttavia, prende le mosse da un racconto che risalirebbe a circa quindici anni fa. A riferirlo è stata una donna che lavorava nella stessa azienda metalmeccanica dell’indagato, in provincia di Pordenone. Secondo quanto messo a verbale, fu un collega a raccontarle che l’ex camionista si sarebbe vantato, all’epoca, di andare «a fare la caccia all’uomo» a Sarajevo quando aveva poco meno di cinquant’anni, nel pieno dell’assedio orchestrato dalle truppe di Radovan Karadžić e Ratko Mladić. Solo nei mesi scorsi, dopo aver appreso dell’esistenza dell’inchiesta e della realizzazione di un documentario da parte di una giornalista locale, la testimone avrebbe deciso di farsi avanti.

Nel corso dell’interrogatorio, l’80enne avrebbe negato anche di aver mai conosciuto quei due ex colleghi. «Mai conosciuti», avrebbe ribadito. Quanto alle armi sequestrate nella sua abitazione – una carabina e quattro fucili – l’uomo avrebbe spiegato di essere un appassionato di caccia. Nessuna spiegazione specifica, invece, risulterebbe verbalizzata per una pistola automatica Beretta calibro 7.65 e per un revolver calibro 10,4 Glisenti, entrambe regolarmente detenute e trovate fissate con un lucchetto a una parete.

Parallelamente, gli investigatori stanno passando al setaccio anche altri cinque nomi di presunti cecchini, tra Trieste, Torino e Milano. A fornire nuovi elementi è stato lo scrittore Ezio Gavazzeni, autore dell’esposto che ha dato il via all’inchiesta. Gavazzeni, che sta per pubblicare un libro sul tema, è stato ascoltato due volte e ha depositato una memoria in cui parla di viaggi organizzati per quelli che definisce veri e propri “safari” dell’orrore, con punto di raccolta anche in un magazzino di via Mecenate, a Milano.

Tra le fonti citate figura anche Edin Subasic, ex agente dell’intelligence bosniaca, secondo il quale all’epoca i servizi italiani del Sismi avrebbero ricevuto informazioni dai servizi di Sarajevo su gruppi di tiratori partiti da Trieste. Viaggi che, sempre secondo questa ricostruzione, sarebbero stati successivamente interrotti. Un intreccio di segnalazioni, nomi e testimonianze che oggi gli inquirenti stanno cercando di ricostruire pezzo dopo pezzo, consapevoli che i riscontri da verificare sono ancora numerosi prima di poter attribuire responsabilità concrete per quei terribili omicidi in serie che segnarono una delle pagine più buie della guerra nei Balcani.

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