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Cronaca
08 Febbraio 2026 - 23:09
«Da qui inizia l’inferno». Bastano queste parole per raccontare ciò che è accaduto a Torino il giorno degli scontri durante la manifestazione per Askatasuna, quando un blindato della Polizia è stato dato alle fiamme e un agente è rimasto intrappolato all’interno. A pronunciarle sono due finanzieri, il maresciallo Matteo Perciballi e il finanziere scelto Guglielmo Bizzini, protagonisti di un intervento decisivo che ha evitato conseguenze drammatiche. Il loro racconto, affidato al Tg2, restituisce tutta la tensione di quei momenti, vissuti senza eroismi dichiarati, ma con la lucidità che nasce dall’addestramento e dall’istinto.
Il caos esplode in pochi istanti. La manifestazione degenera, la pressione dei manifestanti cresce, il clima diventa irrespirabile. «L’adrenalina, la fatica, la maschera che non ti fa respirare: in quel momento è diventato tutto più difficile», racconta Perciballi. La scena è quella di una linea di mezzi delle forze dell’ordine esposta, sotto attacco, in una situazione che cambia di secondo in secondo. A rendersi conto per primo del pericolo è Luigi, l’agente alla guida del furgone della Polizia, il mezzo più avanzato. «Ha aspettato che noi riuscissimo a nasconderci, a portarci un po’ in difesa dietro il suo furgone», spiega il maresciallo.
Poi la svolta improvvisa. Il blindato viene incendiato. Le fiamme avvolgono il mezzo, il fumo rende tutto confuso, il rumore copre le voci. In quel frangente Perciballi capisce subito che qualcosa non va. «Ho visto che Luigi non riusciva a uscire». Un dettaglio che, in una situazione normale, richiederebbe valutazioni, ordini, comunicazioni. Ma lì non c’è tempo. «Ci siamo guardati ed è stato un attimo, non abbiamo parlato», racconta. Nessun coordinamento verbale, nessuna strategia improvvisata: solo un’intesa immediata. «Siamo partiti, io davanti a tutti e Guglielmo mi ha seguito».

È un’azione fulminea. Bizzini lo spiega con parole semplici, quasi minimizzando quello che è accaduto: «Abbiamo tirato fuori il collega in pochissimo tempo, l’abbiamo fatto come se lo avessimo fatto tante volte ma in realtà è stato tutto istinto». Un gesto che nasce dall’addestramento, ma soprattutto da un legame che va oltre il corpo di appartenenza. In mezzo alle fiamme, alle urla, al pericolo concreto, non c’è distinzione tra divise.
È proprio questo il punto su cui insiste Perciballi nel suo racconto finale. «Quando ci sei dentro, la cosa che pensi è che i tuoi colleghi sono tuoi amici», dice. E aggiunge una frase che diventa quasi una dichiarazione di principio: «La Polizia, i Carabinieri, la Guardia di Finanza, siamo tutti uguali». Parole che restituiscono l’idea di un fronte comune, di una solidarietà che si manifesta nei momenti più estremi, quando l’ordine pubblico smette di essere una categoria astratta e diventa una questione di sopravvivenza.
Il loro racconto arriva mentre il dibattito politico e istituzionale sugli scontri di Torino è ancora acceso. Ma al di là delle polemiche, delle responsabilità e delle letture contrapposte, restano immagini e gesti concreti. Restano pochi secondi in cui due finanzieri hanno deciso di entrare in un blindato in fiamme per tirare fuori un collega. Senza proclami, senza telecamere, senza sapere come sarebbe andata a finire.
È anche questo il volto degli scontri: non solo le fiamme, i lanci, la violenza, ma chi, in mezzo a tutto questo, continua a fare il proprio dovere contando solo sull’istinto, sull’esperienza e su un legame che, in certi momenti, vale più di qualunque ordine scritto.
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