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«Sto per tornare»: Don Riccardo riappare in video e commuove Leini e Mappano

Dopo il gravissimo incidente e mesi di paura, il parroco saluta i suoi parrocchiani: «Mi sono ben risvegliato, le vostre preghiere non sono andate perse. Ora la parte lenta, poi ci rivedremo»

Il video dura pochi secondi e sono più che sufficienti. Non è costruito, non è patinato, non è “da comunicato”. È un uomo che parla. Ed è già una notizia enorme.

Don Riccardo Robella non è più in terapia intensiva. Non è più sospeso tra la vita e la morte. È ancora in ospedale, nella lunga e delicata fase della riabilitazione, ma è lucido, presente. E soprattutto ha voluto farsi vedere e sentire dai suoi. Dai parrocchiani di Leinì e Mappano, che per settimane hanno pronunciato il suo nome a voce bassa, tra una preghiera e l’altra, come si fa quando si ha paura di svegliare la sorte.

«Ciao amici di Leinì e Mappano. Contento di mandarvi questo saluto perché significa che mi sono ben risvegliato e ben rimesso. Ho da fare la parte lenta per poter ritornare. Mi mancate tanto e non vedo l’ora di rivedervi…».

Non è una frase qualunque. “Ben risvegliato” non è un modo di dire. È una dichiarazione di sopravvivenza. Perché fino a non molto tempo fa, quel risveglio non era affatto scontato.

L’incidente che lo ha travolto – violento, improvviso, senza appello – aveva fatto temere il peggio. È il 6 novembre, quando Don Riccardo Robella, sacerdote della Diocesi di Torino, ordinato il 29 maggio 1999, rimane coinvolto in un gravissimo incidente stradale sull’autostrada A6 Torino–Savona, mentre rientra da un incontro con i dirigenti del Club Tifosi del Toro di Mondovì, realtà legata al Torino Calcio, squadra di cui è cappellano ufficiale da anni. La sua auto viene violentemente tamponata e si ribalta più volte.

L’impatto è devastante. Codice rosso, traumi multipli, prognosi riservata. Il ricovero avviene al CTO di Torino, dove l’équipe guidata dal primario Maurizio Berardino affronta una situazione clinica estremamente complessa: gravi lesioni craniche, toraciche e vertebrali, una lacerazione dell’aorta che richiede un delicato intervento di sostituzione, un polmone ridotto quasi a nulla, come racconterà lui stesso più tardi, mimando con le dita le dimensioni di una pallina da ping pong. Segue un lungo periodo di coma, oltre un mese sospeso tra vita e morte, durante il quale le notizie arrivano col contagocce.

Quelle parole che nei bollettini sanitari gelano il sangue, perché dicono tutto senza dire nulla. In quei giorni Don Riccardo non era solo un parroco ricoverato: era una comunità intera appesa a un filo.

Le chiese aperte. Le veglie. I rosari. I messaggi. Il silenzio ostinato di chi aspetta notizie senza il coraggio di chiederle. Leinì e Mappano hanno fatto quello che sanno fare meglio quando c’è da stringersi: stare insieme. Anche senza parlarsi.

Poi, dopo più di novanta giorni da quella notte, il risveglio. Confuso, incredulo. «Quando ho aperto gli occhi ho visto un medico. Gli ho chiesto dove fossi. “Al CTO. Ha avuto un grave incidente d’auto”. “Quando?”. “Più di un mese fa”». Un tempo cancellato dalla memoria, un vuoto netto. Il corpo ricostruito pezzo per pezzo, la coscienza che lentamente riaffiora.

Oggi Don Riccardo si trova nella sala paralimpica dell’Unità Spinale, ancora sulla carrozzina elettrica, circondato da chi non ha mai smesso di aspettarlo. Ha riacceso il telefono proprio per invitare amici e parrocchiani a condividere un momento normale, una partita del Toro. Perché per lui, lo ha sempre detto, le priorità sono chiare: Dio e il Toro.

E in quel video restituisce tutto. Restituisce tempo, voce, gratitudine.

«Vi ringrazio per le preghiere, nessuna è andata persa. E se il fatto che sono vivo è dovuto anche a quello. Tutte sono arrivate al Signore…».

Qui non c’è retorica religiosa. C’è una convinzione personale detta senza enfasi. Non proclama miracoli, non fa prediche. Dice solo che è vivo. E che non si sente solo.

La strada, lo dice chiaramente, è ancora lunga. “Ho da fare la parte lenta”. Fisioterapia, riabilitazione, convalescenza, una dieta iperproteica per recuperare il peso perso, dolori persistenti alle spalle, una mano che “si sente strana”, problemi alla vista. Ma anche l’ironia che non lo ha mai abbandonato: «Ho dentro di me due placche e tredici chiodi. Tredici come all’Ultima Cena. Resta da capire quale mi tradirà».

Una fatica non da poco per un sacerdote che ha costruito tutta la sua vita pastorale sulla presenza costante. Originario della parrocchia di Santa Rita, vocazione maturata alla Madonna di Pompei a Torino, vicario parrocchiale a Orbassano, servizio al Cottolengo, poi oltre sedici anni a Nichelino, parroco della Santissima Trinità e moderatore dell’Unità Pastorale. Un prete abituato a stare dentro le comunità, non a distanza.

Quando arriva a Leinì e Mappano, la sua nomina viene accolta con grande partecipazione delle associazioni locali. Nel suo primo messaggio parla di una Chiesa da “aprire a tutti con simpatia e condivisione delle sofferenze”. Non uno slogan, ma un metodo. Lo stesso che lo ha portato, nel marzo scorso, a denunciare e sventare una truffa ai danni della parrocchia, dimostrando attenzione concreta non solo alla fede, ma anche alla sicurezza della sua gente.

Eppure anche ora non c’è amarezza. C’è nostalgia, sì. «Mi mancate tanto». Una frase semplice, che pesa più di qualsiasi discorso. Perché detta così, senza fronzoli, dice una cosa chiarissima: il legame non si è spezzato nemmeno quando il suo corpo era immobile.

Poi arriva quell’ultima riga, che sembra una carezza collettiva: «Un saluto a tutti, anche ai Nani…».

Chi lo conosce sorride. Perché è lui. Perché anche dopo aver guardato in faccia la possibilità di non tornare, trova spazio per un riferimento affettuoso, per un sorriso, per una comunità nella comunità. È il segno che Don Riccardo Robella non ha perso la sua cifra più autentica: l’umanità.

E infine la promessa, detta senza enfasi ma con una forza che si sente tutta: Presto o tardi, ma neanche troppo tardi, ci rivedremo….

Non è una data. È un impegno morale. Verso se stesso e verso gli altri.

Oggi Don Riccardo Robella non è ancora tornato all’altare, e la gestione quotidiana delle parrocchie resta affidata al viceparroco don Filippo Romagnoli, con il supporto del diacono Matteo Suozzo e di altri sacerdoti della zona. Ma è tornato alla vita pubblica nel modo più vero possibile: mettendoci la faccia, la voce, le parole giuste. Quelle che non cercano applausi ma costruiscono fiducia.

Insomma, non è solo un video.
È il segnale che una storia che sembrava spezzata sta riprendendo il suo filo.
E questa volta, davvero, non è una metafora.

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