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07 Febbraio 2026 - 23:49
Il video dura pochi secondi e sono più che sufficienti. Non è costruito, non è patinato, non è “da comunicato”. È un uomo che parla. Ed è già una notizia enorme.
Don Riccardo Robella non è più in un letto d’ospedale. È fuori. È vivo. È lucido. E soprattutto ha voluto farsi vedere e sentire dai suoi. Dai parrocchiani di Leinì e Mappano, che per settimane hanno pronunciato il suo nome a voce bassa, tra una preghiera e l’altra, come si fa quando si ha paura di svegliare la sorte.
"Ciao amici di Leinì e Mappano. Contento di mandarvi questo saluto perché significa che mi sono ben risvegliato e ben rimesso. Ho da fare la parte lenta per poter ritornare. Mi mancate tanto e non vedo l’ora di rivedervi…"
Non è una frase qualunque. “Ben risvegliato” non è un modo di dire. È una dichiarazione di sopravvivenza. Perché fino a non molto tempo fa, quel risveglio non era affatto scontato.
L’incidente che lo ha travolto – violento, improvviso, senza appello – aveva fatto temere il peggio. E' il 6 novembre, quando Don Riccardo Robella, sacerdote della Diocesi di Torino, ordinato il 29 maggio 1999, rimane coinvolto in un gravissimo incidente stradale sull’autostrada A6 Torino–Savona, nei pressi del casello di Carmagnola. Stava rientrando da un incontro con alcuni club di tifosi del Torino Calcio, squadra di cui è cappellano ufficiale da anni, quando la sua auto viene violentemente tamponata e si ribalta più volte.
Codice rosso, traumi seri, prognosi riservata. Ricovero al CTO di Torino con gravi lesioni craniche, toraciche e vertebrali, un lungo intervento chirurgico, giorni in cui le notizie arrivano col contagocce. Quelle parole che nei bollettini sanitari gelano il sangue, perché dicono tutto senza dire nulla. In quei giorni Don Riccardo non era solo un parroco ricoverato: era una comunità intera appesa a un filo.
Le chiese aperte. Le veglie. I rosari. I messaggi. Il silenzio ostinato di chi aspetta notizie senza il coraggio di chiederle. Leinì e Mappano hanno fatto quello che sanno fare meglio quando c’è da stringersi: stare insieme. Anche senza parlarsi.
E oggi, in quel video, Don Riccardo restituisce tutto. Restituisce tempo, voce, gratitudine.
"Vi ringrazio per le preghiere, nessuna è andata persa. E se il fatto che sono vivo è dovuto anche a quello. Tutte sono arrivate al Signore…".
Qui non c’è retorica religiosa. C’è una convinzione personale detta senza enfasi. Ed è forse questo a colpire di più. Non proclama miracoli, non fa prediche. Dice solo che è vivo. E che non si sente solo.
La strada, lo dice chiaramente, è ancora lunga. “Ho da fare la parte lenta”. La riabilitazione, il recupero, la pazienza forzata di chi è abituato a correre tra parrocchie, incontri, persone. Don Riccardo Robella, parroco sempre in mezzo alla gente, ora deve imparare a rallentare. Non per scelta, ma per necessità.
Una fatica non da poco per un sacerdote che ha costruito tutta la sua vita pastorale sulla presenza costante. Originario della parrocchia di Santa Rita, vocazione maturata alla Madonna di Pompei a Torino, vicario parrocchiale a Orbassano, servizio al Cottolengo, poi oltre sedici anni a Nichelino, parroco della Santissima Trinità e moderatore dell’Unità Pastorale. Un prete abituato a stare dentro le comunità, non a distanza.
Quando arriva a Leinì e Mappano, la sua nomina viene accolta con grande partecipazione delle associazioni locali. Nel suo primo messaggio parla di una Chiesa da “aprire a tutti con simpatia e condivisione delle sofferenze”. Non uno slogan, ma un metodo. Lo stesso che lo ha portato, nel marzo scorso, a denunciare e sventare una truffa ai danni della parrocchia, dimostrando attenzione concreta non solo alla fede, ma anche alla sicurezza della sua gente.
Eppure anche ora non c’è amarezza. C’è nostalgia, sì. “Mi mancate tanto”. Una frase semplice, che pesa più di qualsiasi discorso. Perché detta così, senza fronzoli, dice una cosa chiarissima: il legame non si è spezzato nemmeno quando il suo corpo era immobile.
Poi arriva quell’ultima riga, che sembra una carezza collettiva: "Un saluto a tutti, anche ai Nani…"
Chi lo conosce sorride. Perché è lui. Perché anche dopo aver guardato in faccia la possibilità di non tornare, trova spazio per un riferimento affettuoso, per un sorriso, per una comunità nella comunità. È il segno che Don Riccardo Robella non ha perso la sua cifra più autentica: l’umanità.
E infine la promessa, detta senza enfasi ma con una forza che si sente tutta: Presto o tardi, ma neanche troppo tardi, ci rivedremo…
Non è una data. È un impegno morale. Verso se stesso e verso gli altri.
Oggi Don Riccardo Robella non è ancora tornato all’altare, e la gestione quotidiana delle parrocchie resta affidata al viceparroco don Filippo Romagnoli, con il supporto del diacono Matteo Suozzo e di altri sacerdoti della zona. Ma è tornato alla vita pubblica nel modo più vero possibile: mettendoci la faccia, la voce, le parole giuste. Quelle che non cercano applausi ma costruiscono fiducia.
Insomma, non è solo un video.
È il segnale che una storia che sembrava spezzata sta riprendendo il suo filo.
E questa volta, davvero, non è una metafora.
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