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Cronaca
05 Febbraio 2026 - 22:35
Nell’indagine sul rogo manca la documentazione amministrativa della ristrutturazione (in foto JACQUES MORETTI)
La versione dei fatti si incrina, si arricchisce di dettagli e, soprattutto, solleva nuovi interrogativi sulla gestione della sicurezza nei locali della movida di montagna. Nell’inchiesta sulla tragedia di Crans-Montana, costata la vita a 41 giovani e con 115 feriti, la giornata segna un passaggio delicato: davanti alla polizia di Sion viene ascoltato Jean-Marc Gabrielli, il figliastro di Jessica e Jacques Moretti, la coppia di imprenditori francesi indagata insieme all’attuale responsabile comunale della sicurezza pubblica Christophe Balet e al suo predecessore Ken Jacquemoud.
Gabrielli, trent’anni, gestiva per conto dei Moretti uno dei tre locali del gruppo, il Vieux Chalet, ed è arrivato negli uffici della polizia svizzera di prima mattina, entrando da una porta secondaria. Gli investigatori lo sentono non solo sulle misure di sicurezza adottate nei locali, con particolare attenzione al tema della formazione del personale, ma anche per ricostruire quanto accaduto durante la notte di Capodanno, quando nel seminterrato del locale Le Constellation è divampato l’incendio che ha trasformato una festa in una strage.
Alcuni testimoni lo collocano quella sera davanti all’ingresso del locale, impegnato nella selezione dei clienti. Una circostanza che lo rende una figura chiave nella ricostruzione di quelle ore concitate, segnate anche da un dolore personale enorme: tra le vittime c’era Cyane Panine, la sua fidanzata, la giovane cameriera con il casco che, secondo la ricostruzione fornita dagli stessi Moretti, avrebbe inavvertitamente appiccato il fuoco al soffitto del seminterrato mentre, sulle spalle di un collega, reggeva bottiglie con bengala accesi.
Davanti agli inquirenti, Gabrielli racconta di essere arrivato al locale prima che le fiamme si propagassero, con l’unico obiettivo di vedere la sua compagna. Poi, una volta scoppiato l’incendio, di aver tentato di aiutare alcuni feriti, “più che altro lei”, Cyane. Ma quando le domande si spostano sul tema cruciale della sicurezza, la sua risposta apre un fronte delicato: «Non lavoravo lì», dice, sostenendo di non essere dipendente del locale teatro della tragedia. E aggiunge una frase destinata a pesare negli atti dell’indagine: «Non sono mai stato formato o addestrato» per affrontare situazioni di emergenza.
Un’affermazione che, per gli investigatori, va contestualizzata. Gabrielli, infatti, pur dichiarando di non lavorare stabilmente a Le Constellation, gestiva comunque per conto dei Moretti una baita sopra Lens, un ruolo che implica responsabilità operative e che riporta al centro la questione della preparazione del personale e delle procedure di emergenza all’interno del gruppo.
Mentre in Svizzera proseguono gli interrogatori, in Italia i pm di Roma attendono le carte dai colleghi elvetici. Un passaggio indispensabile prima di iniziare a sentire alcuni dei giovani sopravvissuti a una tragedia che, secondo gli inquirenti, poteva essere evitata. Un incontro tra le procure è già fissato per il 19 febbraio a Berna, segno di un’indagine che si muove su un piano internazionale e che punta a chiarire responsabilità diffuse, non limitate a una singola condotta.
Durante l’interrogatorio di Gabrielli, come persona informata sui fatti, è presente anche Jessica Moretti, che approfitta di una pausa per tornare a difendersi davanti ai giornalisti. Lo fa richiamando una lettera inviata ai dipendenti del gruppo, nella quale lei e il marito respingono con forza le accuse circolate nei giorni successivi alla tragedia. «Sono state dette tante bugie», scrivono, definendo “una delle più ignobili” quella secondo cui sarebbero fuggiti “con la cassa sotto il braccio” subito dopo l’incendio.

Moretti insiste su questo punto anche a voce: «Siamo del tutto isolati per via dell’inchiesta e credo che questo abbia creato molti malintesi e molte bugie». A cominciare, ribadisce, dall’idea di una fuga: «È falso. Non sono mai scappata e non lo faccio nemmeno ora, perché voglio la verità». La donna sottolinea come i conti dell’azienda siano stati congelati dalle indagini, con conseguenze dirette sugli stipendi dei dipendenti, e spiega che la lettera è stata l’unico strumento possibile per rassicurarli e per “mettere le cose in chiaro”.
Nel suo racconto torna anche lo smarrimento per quanto accaduto: «Non abbiamo mai immaginato, nemmeno nel nostro peggior incubo, che potesse succedere una cosa del genere». Scrivere quella missiva, aggiunge, è stato “importante” non solo per i lavoratori, ma anche per “proteggerci da tutto quello che è stato detto”.
Sul fronte delle parti offese, le parole sono misurate ma ferme. Fabrizio Ventimiglia, avvocato che assiste Sofia Donadio, una delle giovani rimaste ferite, insieme ai familiari, affiancato dai colleghi Davide Zaninetta e Pierluca Degni, richiama il quadro generale: «Questo drammatico evento ha sollevato interrogativi sulla sicurezza nei luoghi pubblici e, in particolare, nei locali di intrattenimento frequentati anche dai giovanissimi. È compito della giustizia dare risposte puntuali, nel rispetto delle regole e della dignità delle vittime».
Parole che riportano l’attenzione oltre il singolo locale e oltre le singole responsabilità, toccando un tema più ampio: quanto siano davvero sicuri i luoghi della notte, soprattutto in contesti turistici dove la pressione economica e l’afflusso di pubblico possono spingere a sottovalutare regole e protocolli.
Un segnale in questa direzione arriva anche dalle istituzioni locali. Il Comune di Crans ha infatti reso noto di aver disposto la chiusura di un hotel per il mancato rispetto delle norme antincendio. Un atto che, pur non direttamente collegato all’inchiesta principale, testimonia un clima di maggiore attenzione e di controlli più serrati, inevitabilmente innescati da una tragedia che ha scosso l’intera comunità.
L’indagine, intanto, continua ad allargare il suo perimetro. Le parole del figliastro dei Moretti sulla mancata formazione, la difesa pubblica degli imprenditori, l’attesa degli atti da parte della magistratura italiana e le prime conseguenze amministrative sul territorio compongono un mosaico ancora incompleto. Ma una cosa appare già chiara: la notte di Capodanno a Crans-Montana non è solo una vicenda giudiziaria, è un caso destinato a diventare un precedente nel dibattito sulla sicurezza nei locali e sulla responsabilità di chi li gestisce. E le risposte, questa volta, non potranno essere generiche.
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