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Cronaca
05 Febbraio 2026 - 09:27
"Ti sciolgo nell’acido", ma per il Tribunale non è stalking: a Torino il processo finisce con un’assoluzione
Una frase brutale, pronunciata nel corso di una lite, che in aula ha pesato come un macigno ma non è bastata a sostenere una condanna. Si è concluso con un’assoluzione il processo celebrato a Torino nei confronti di un ventenne accusato di stalking e lesioni ai danni della sua fidanzata minorenne, alla quale avrebbe detto, tra le altre cose, «ti sciolgo nell’acido». Una minaccia che aveva fatto scattare l’intervento della magistratura e portato il giovane a giudizio, ma che secondo il Tribunale non integra, da sola, il quadro richiesto dalla legge per configurare il reato di atti persecutori.
Il pubblico ministero aveva chiesto una condanna a due anni di reclusione, sostenendo che il comportamento dell’imputato fosse riconducibile a una relazione segnata da gelosia, atteggiamenti aggressivi e una marcata possessività. Un insieme di condotte che, secondo l’accusa, avrebbe generato nella ragazza uno stato di paura e di soggezione, culminato anche in episodi di presunte lesioni fisiche.

La sentenza, pronunciata nelle scorse ore in un’aula del Tribunale di Torino, ha però ribaltato l’impianto accusatorio. I giudici hanno assolto il giovane, ritenendo non sufficientemente dimostrati gli elementi costitutivi dei reati contestati. Decisiva, in particolare, la valutazione del contesto in cui sarebbe stata pronunciata la frase più grave, quella evocante l’acido, diventata il simbolo mediatico dell’intero procedimento.
In aula, l’imputato, assistito dagli avvocati Vittorio e Francesco Pesavento, ha respinto ogni addebito. Ha ammesso di aver pronunciato quelle parole, ma le ha ricondotte a un alterco verbale, sostenendo di non aver mai avuto alcuna intenzione di trasformare quella minaccia in un gesto concreto. Una versione che il Tribunale ha ritenuto compatibile con gli atti e con il materiale probatorio acquisito.
Sul fronte delle lesioni denunciate dalla ragazza, il giovane ha dichiarato di non sapere come se le fosse procurate, negando qualsiasi responsabilità diretta. Anche su questo punto, secondo quanto emerso, non sarebbero state raccolte prove sufficienti a dimostrare un nesso certo tra le condizioni della minore e le condotte contestate all’imputato.
La decisione arriva al termine di un processo delicato, che ha incrociato temi sensibili come la violenza nelle relazioni giovanili, il peso delle parole pronunciate nei conflitti affettivi e il confine, spesso sottile, tra un comportamento riprovevole e un reato penalmente rilevante. Il Tribunale ha stabilito che, in questo caso, quel confine non è stato superato.
Resta però il segnale di un clima relazionale giudicato problematico anche dall’accusa, che aveva descritto il giovane come un soggetto incline al controllo e all’aggressività. Elementi che, pur non sufficienti a fondare una condanna penale, continuano ad alimentare il dibattito su come intercettare e prevenire precocemente dinamiche tossiche, soprattutto quando coinvolgono minorenni.
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