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04 Febbraio 2026 - 22:07
Otto anni di carcere senza DNA né testimoni: chi è davvero Maja T. e come l’Ungheria l’ha condannata
La catena metallica che unisce i polsi ammanettati di Maja T. riflette la luce fredda dell’aula del Tribunale municipale di Budapest. All’esterno l’inverno ungherese è rigido, all’interno il silenzio si interrompe quando il giudice legge il dispositivo: otto anni di reclusione, senza sospensione condizionale. È il 4 febbraio 2026. Con quella frase, pronunciata in un’aula blindata, la vicenda giudiziaria dell’attivista tedesca venticinquenne, persona che si definisce non binaria, diventa un caso politico europeo. Da una parte la rappresentazione accusatoria di una militante antifascista inserita in un’organizzazione criminale, dall’altra un processo che, secondo la difesa e i familiari, si è retto su una costruzione indiziaria e sull’interpretazione di immagini di videosorveglianza, senza testimoni oculari né riscontri genetici.
Da ist er ja gut weggekommen. Vermutlich, weil er nicht Rädelsführer war. Bandenmäßige Verabredung zu schwerer Körperverletzung...
— Rice Blues (@BluesRice) February 4, 2026
Maja T. in Budapest zu acht Jahren Haft verurteilt - WELT https://t.co/cBjpDvvkZy
Il tribunale ha ritenuto Maja T. responsabile delle aggressioni avvenute nel febbraio 2023, nei giorni del cosiddetto “Giorno dell’Onore”, un raduno che ogni anno richiama a Budapest gruppi dell’estrema destra europea e nostalgici del passato nazista. Secondo la ricostruzione dell’accusa, la giovane avrebbe fatto parte di un gruppo internazionale che colpì persone identificate come militanti o simpatizzanti dell’ultradestra, provocando fratture e traumi cranici. Le imputazioni contestate sono state tentata lesione personale aggravata, con potenziale esito letale, e partecipazione a un’organizzazione criminale. La pena inflitta, pari a otto anni, è risultata molto inferiore ai ventiquattro richiesti dalla Procura ungherese, ma resta una condanna pesante e non sospendibile. I legali della difesa hanno annunciato immediatamente appello.
La questione centrale del processo ha riguardato la qualità delle prove. Nel dibattimento, come hanno documentato numerose testate internazionali, non sono emerse testimonianze dirette capaci di collocare con certezza Maja T. nel momento preciso delle aggressioni, né tracce di DNA (acido desossiribonucleico) riconducibili all’imputata. L’impianto accusatorio si è basato su una concatenazione di elementi indiretti: immagini di videosorveglianza, spostamenti ricostruiti, presunti contatti tra i membri del gruppo e la lettura di una pianificazione comune delle azioni violente. È su questo terreno che la difesa ha contestato l’intero procedimento, sostenendo che l’interpretazione delle immagini abbia assunto un valore sproporzionato rispetto all’assenza di riscontri diretti.
Per comprendere il significato politico della sentenza occorre tornare al contesto del “Giorno dell’Onore”, commemorazione che ricorda il tentativo, nel 1945, delle truppe naziste e delle unità ungheresi alleate di rompere l’assedio sovietico della città. Negli anni l’evento è diventato uno dei principali appuntamenti dell’estrema destra continentale. Secondo le ricostruzioni ufficiali, alla vigilia e a margine del raduno un gruppo di antifascisti stranieri avrebbe colpito almeno nove persone identificate come estremisti di destra, tra cui cittadini tedeschi e polacchi, utilizzando manganelli e altri strumenti. L’accusa sostiene che i presunti diciannove componenti del gruppo abbiano agito in modo coordinato e premeditato.
La vicenda giudiziaria di Maja T. ha attraversato i confini nazionali e ha riaperto il dibattito sul rispetto dello Stato di diritto all’interno dell’Unione europea (UE). Arrestata a Berlino nel dicembre 2023, la giovane è stata estradata in Ungheria nel giugno 2024. Nel gennaio 2025, però, il Bundesverfassungsgericht (Tribunale costituzionale federale tedesco) ha stabilito che quell’estradizione fosse illegittima, perché le autorità tedesche non avevano valutato in modo adeguato il rischio di trattamenti inumani o degradanti nelle carceri ungheresi, anche alla luce dell’identità di genere dell’imputata e delle criticità note del sistema penitenziario. Questa pronuncia ha aggiunto un peso politico rilevante al processo celebrato a Budapest.
Il clima in cui si è arrivati alla sentenza è stato segnato da dichiarazioni pubbliche e da una forte polarizzazione. In aula Maja T. ha affermato che l’esito fosse in qualche modo atteso, sostenendo che fosse noto quale tipo di condanna volesse il primo ministro del Paese. Di segno opposto la reazione del portavoce del governo ungherese, Zoltán Kovács, che sulla piattaforma X ha definito l’attivista una “terrorista antifa” e una “complice” dell’italiana Ilaria Salis. Un linguaggio che ha travalicato il piano giudiziario e che si inserisce nella linea del governo guidato da Viktor Orbán, che nel 2025 ha descritto i gruppi antifascisti come organizzazioni terroristiche, una definizione contestata in sede internazionale ma rilevante sul piano investigativo e comunicativo.
Il procedimento ha sollevato interrogativi di garanzia. Da un lato la magistratura ungherese ha rivendicato la necessità di reprimere con fermezza aggressioni ritenute potenzialmente letali; dall’altro la difesa ha insistito sull’assenza di testimonianze oculari, di prove forensi decisive e sul peso attribuito a una ricostruzione indiziaria basata su immagini. In gioco non c’è soltanto la valutazione della colpevolezza di una singola imputata, ma il modo in cui un sistema giudiziario affronta procedimenti ad alta tensione politica.
Il caso ha avuto un’eco immediata in Italia, per il parallelo con la vicenda di Ilaria Salis, arrestata per fatti collegati alle stesse giornate del 2023, posta agli arresti domiciliari nel maggio 2024 e successivamente liberata dopo l’elezione al Parlamento europeo, che le ha conferito l’immunità. Le autorità ungheresi continuano tuttavia a chiedere che Salistorni a processo e la Procura ha indicato per lei una richiesta di pena fino a undici anni. Anche nel procedimento a carico di Maja T. il nome dell’attivista italiana è stato più volte evocato, alimentando il racconto mediatico della “Salis tedesca”.
In Germania, familiari e sostenitori di Maja T. hanno denunciato ripetutamente le condizioni di detenzione in Ungheria. Il padre, Wolfram Jarosch, ha parlato pubblicamente di condizioni degradanti e di isolamento, sostenendo che il procedimento rischiasse di assumere una dimensione simbolica. Secondo ricostruzioni della stampa tedesca, nel 2025 l’attivista avrebbe intrapreso uno sciopero della fame per protestare contro il regime carcerario e chiedere il trasferimento in Germania. Queste denunce, insieme alla pronuncia del Bundesverfassungsgericht, hanno spinto esponenti dei Verdi, della Linke e della SPD (Sozialdemokratische Partei Deutschlands) a sollecitare un intervento politico.
Per la Procura ungherese, al contrario, il procedimento non ha avuto natura politica ma ha rappresentato la risposta a un’azione violenta organizzata di matrice estremista di sinistra. Gli atti parlano di nove persone ferite in più episodi e in luoghi diversi, con una componente internazionale interpretata come indice di pianificazione e appartenenza a una struttura criminale. In Germania, una coimputata è stata condannata a cinque anni per fatti collegati, elemento che l’accusa utilizza per sostenere l’esistenza di un fenomeno transnazionale.
Il processo di Budapest ha riportato alla luce una tensione strutturale all’interno dell’Unione europea: la cooperazione giudiziaria fondata sulla fiducia reciproca tra ordinamenti e la verifica effettiva del rispetto dei diritti fondamentali. In passato Italia e Francia hanno respinto richieste di consegna verso l’Ungheria per indagati legati agli stessi fatti, citando il rischio di trattamenti inumani in carcere. Una frattura che potrebbe tornare al centro del dibattito europeo se l’appello dovesse riaprire la partita davanti a istanze sovranazionali come la Corte europea dei diritti dell’uomo.
Non è secondario il ruolo della comunicazione politica. Espressioni come “terrorista antifa”, utilizzate da figure istituzionali, contribuiscono a orientare l’opinione pubblica e il contesto in cui maturano le decisioni giudiziarie, soprattutto in sistemi caratterizzati da una forte influenza dell’esecutivo. Maja T. ha scelto di non entrare nel merito delle accuse, rivendicando però la natura politica del processo. Il risultato è stato uno scontro continuo tra una narrazione securitaria e una contro-narrazione garantista, che ha accompagnato ogni fase del procedimento.
I dati essenziali sono noti. La condanna è stata pronunciata a Budapest il 4 febbraio 2026 e prevede otto anni di reclusione senza sospensione condizionale. La Procura aveva chiesto ventiquattro anni. Il procedimento si è fondato prevalentemente su immagini di videosorveglianza e su indizi, senza testimoni oculari né prove genetiche. Maja T. è stata arrestata a Berlino nel dicembre 2023 ed estradata nel giugno 2024. Nel gennaio 2025 il Bundesverfassungsgericht ha dichiarato illegittima l’estradizione per carenze nella valutazione delle condizioni detentive in Ungheria.
Ora si apre la fase dell’appello. Il collegio potrà riesaminare la valutazione delle prove e il peso attribuito agli elementi indiziari, oltre alle questioni legate alle garanzie. Resta da capire se e in che misura la decisione del tribunale costituzionale tedesco potrà incidere sul nuovo giudizio. Non è escluso il ricorso a sedi internazionali per denunciare presunte violazioni della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
Al di là delle contrapposizioni ideologiche, il caso Maja T. pone una domanda che riguarda l’intero spazio europeo: se i tribunali riescano a restare luoghi neutrali quando sicurezza, politica e conflitto ideologico si sovrappongono. È su questo terreno che il giornalismo è chiamato a distinguere tra ciò che è provato e ciò che è dedotto, tra fatti accertati e narrazioni. La sentenza di Budapest non è solo un passaggio giudiziario, ma un indicatore del tempo che l’Europa sta attraversando, in cui la tenuta dello Stato di diritto si misura anche dalla qualità delle prove e dal rispetto delle garanzie, non dal valore simbolico delle condanne.
Fonti utilizzate:
Reuters, Associated Press, Der Spiegel, Süddeutsche Zeitung, The Guardian, Il Manifesto, Bundesverfassungsgericht, Comunicati del Governo ungherese, Atti giudiziari del Tribunale municipale di Budapest
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