Cerca

Cronaca

Cinquant’anni dopo il sequestro, due ergastoli per la morte di Cristina Mazzotti

La Corte d’Assise di Como condanna i rapitori: omicidio volontario pluriaggravato

Cristina Mazzotti, dopo 50 anni arriva la sentenza: ergastolo per Giuseppe Calabrò e Demetrio Latella

Cristina Mazzotti, dopo 50 anni arriva la sentenza: ergastolo per Giuseppe Calabrò e Demetrio Latella

Cinquant’anni dopo una delle pagine più buie della storia criminale italiana, la giustizia arriva per Cristina Mazzotti, la prima donna sequestrata dalla ’ndrangheta. La Corte d’Assise di Como ha condannato all’ergastolo Demetrio Latella e Giuseppe Calabrò, ritenuti colpevoli di omicidio volontario pluriaggravato per la morte della giovane, rapita la sera del 30 giugno 1975 a Eupilio, in provincia di Como, e ritrovata senza vita due mesi dopo.

Secondo i giudici, i due imputati non uccisero materialmente la ragazza, ma accettarono consapevolmente il rischio che il sequestro potesse concludersi con la morte dell’ostaggio. Un rischio che si è poi tragicamente concretizzato. Entrambi originari della provincia di Reggio Calabria, oggi hanno rispettivamente 71 e 74 anni. La Corte, presieduta da Carlo Cecchetti con a latere Elisabetta De Benedetto, ha invece assolto Antonio Talia, 73 anni di Africo, per non avere commesso il fatto. Il reato di sequestro di persona è stato dichiarato estinto per intervenuta prescrizione.

Cristina Mazzotti, diciottenne e figlia dell’imprenditore cerealicolo Elio Mazzotti, venne rapita mentre stava rientrando a casa dopo aver festeggiato il suo diciottesimo compleanno con l’amica Emanuela Lusari e il fidanzato Carlo Galli. Il suo corpo fu ritrovato il 1° settembre 1975 nella discarica del Varallino, a Galliate, in provincia di Novara. La giovane era stata tenuta prigioniera in condizioni disumane, rinchiusa in una buca profonda circa un metro e mezzo, ricavata nel sottosuolo di un garage. Un tubo di plastica rappresentava l’unico collegamento con l’esterno per consentirle di respirare. La morte, secondo quanto ricostruito, fu causata molto probabilmente dall’abuso di tranquillanti che le vennero somministrati durante la prigionia.

Un primo processo, celebrato nel 1977 a Novara, si concluse con 13 condanne, di cui otto ergastoli, a carico di alcuni componenti della banda di sequestratori. Mancavano però all’appello proprio i membri del commando che quella sera entrarono in azione a Eupilio. A distanza di mezzo secolo, sono state decisive le testimonianze di Carlo Galli ed Emanuela Lusari, che hanno permesso di riconoscere Giuseppe Calabrò come l’uomo seduto accanto al conducente dell’auto usata per il rapimento.

Per Demetrio Latella, reo confesso, la svolta arrivò nel 2006, quando la polizia scientifica di Roma attribuì a lui un’impronta digitale repertata trent’anni prima sulla Mini di Cristina. Quell’elemento portò alla riapertura delle indagini e, oggi, alla sentenza di ergastolo.

Alla lettura del verdetto erano presenti anche Vittorio e Marina Mazzotti, fratelli della vittima, insieme a un gruppo di studenti del liceo classico Carducci di Milano, lo stesso frequentato da Cristina. La Corte ha riconosciuto ai due familiari un risarcimento provvisionale di 600mila euro ciascuno. I difensori degli imputati hanno rilasciato dichiarazioni di rito, riservandosi di leggere le motivazioni della sentenza. I ricorsi in appello appaiono probabili. Gli imputati, al momento, restano a piede libero.

Una sentenza che chiude, almeno sul piano giudiziario, una ferita rimasta aperta per mezzo secolo e restituisce un nome e una responsabilità a una morte che segnò per sempre la storia dei sequestri in Italia.

Commenti scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Giornale La Voce

Caratteri rimanenti: 400

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter

Edicola digitale

Logo Federazione Italiana Liberi Editori