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Torino
02 Febbraio 2026 - 19:38
Vanchiglia ferita dopo gli scontri: comitato chiede dialogo, Lo Russo esige una netta distanza dalla violenza
Non sono cicatrici, ma ferite ancora aperte quelle che il quartiere Vanchiglia, a Torino, si trova a dover affrontare dopo gli scontri di sabato durante la manifestazione nazionale. Le strade del quartiere, una fitta ragnatela di vie strette e densamente abitate, sono diventate il teatro dello scontro tra black bloc e forze dell’ordine, nel contesto di una mobilitazione nata dopo lo sgombero del 18 dicembre del centro sociale Askatasuna, difeso da una parte dei residenti come progetto culturale e sociale. Il bilancio economico degli incidenti del 31 gennaio è pesante: i danni sono stati quantificati dal sindaco Stefano Lo Russo in circa 164 mila euro.

Proprio all’indomani della muratura degli ingressi dello stabile di corso Regina Margherita 47, un gruppo di residenti si è costituito in comitato, chiedendo all’amministrazione comunale di riprendere il dialogo avviato due anni fa con l’obiettivo di trasformare la palazzina in un “bene comune”. Una richiesta che, al momento, si scontra con una linea durissima da parte del Comune. Il sindaco è stato netto: «La palazzina tornerà nella disponibilità della Città, che dialogherà solo con chi è in grado di prendere una distanza netta, inequivocabile e credibile da ogni forma di violenza».
Il comitato Vanchiglia Insieme ha scelto di esporsi in prima persona. Assemblee pubbliche, presenza costante in strada, torte fatte in casa, vino caldo e polenta distribuiti tra i residenti: un tentativo di ricucire il tessuto sociale lacerato. Sabato, durante la manifestazione, ha sfilato insieme a famiglie e bambini. Il dolore per quanto accaduto è evidente. «Fa male pensare a chi è rimasto ferito. Ma ci addolora anche vedere che 50mila persone che hanno manifestato in altre forme sono rimaste nascoste da una coltre di fumo», spiegano i rappresentanti del comitato, rivendicando la natura pacifica della stragrande maggioranza dei partecipanti.
La lettura di Lo Russo, però, è diversa e punta l’attenzione sulla prevedibilità degli scontri. «Era noto che sarebbero arrivati gruppi organizzati di violenti», afferma il sindaco, che però allarga il discorso oltre il perimetro comunale. «Non compete a me né a quest’aula la valutazione delle attività preventive o delle scelte operative. Ma come cittadino, prima ancora che come sindaco, mi aspetto uno Stato che sappia intervenire e prevenire, soprattutto quando le informazioni ci sono e il rischio è conosciuto».
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Dal mese di dicembre, i residenti denunciano una situazione di forte pressione sul quartiere, parlando apertamente di “militarizzazione” seguita allo sgombero: camionette, agenti, transenne a presidiare le strade. Una presenza che, secondo il comitato, ha contribuito ad acuire il senso di frattura. «Questa ferita ha indotto diverse reazioni, reazioni all’impotenza e all’ingiustizia – dicono – noi abbiamo reagito unendoci ancora di più e creando rete con la città, altri hanno preferito non reagire e chiudersi ancora di più, altri ancora hanno espresso la rabbia con forme di azione violenta, che non condividiamo».
Nel quartiere resta ora una tensione sospesa tra la richiesta di dialogo dal basso e una linea istituzionale che subordina ogni confronto a una rottura netta con la violenza. Una frattura che, dopo gli scontri, appare tutt’altro che rimarginata.
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