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La presidente del Museo Egizio avverte: “I violenti vanno espulsi, Torino non regge più”

Dallo scontro con la Procura all’allarme sicurezza, parole che pesano

Evelina Christillin

Evelina Christillin

Il dibattito sulle violenze degli antagonisti torinesi si accende dopo le parole pronunciate all’apertura dell’anno giudiziario dalla procuratrice generale Lucia Musti e trova una risposta netta in Evelina Christillin, presidente della Fondazione Museo delle Antichità Egizie e figura di primo piano dell’alta borghesia torinese. Musti aveva parlato di una “area grigia colta e borghese” che nutrirebbe un atteggiamento di “benevola tolleranza” verso le azioni violente. Un’accusa che Christillin respinge senza esitazioni.

«Dico subito che non mi sento chiamata in causa. Bisogna distinguere tra una popolazione moderata, progressista, che mette una parola fine quando si travalicano le regole del vivere comune e quelli che non lo fanno. Credo siano piuttosto pochi», afferma Christillin, prendendo le distanze da ogni forma di giustificazione o ambiguità.

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Nel suo ragionamento entra anche il clima che si respira nei quartieri coinvolti dalle tensioni, a partire da Vanchiglia e dal centro sociale Askatasuna. «C’è una cosa che mi colpisce: il comunicato diffuso dal quartiere Vanchiglia sui fatti di sabato ha un tono molto meno arrabbiato di quello di Askatasuna. Eppure dovrebbero essere loro, dall’interno, a ricreare una convivenza possibile, sulla scia del progetto originario del sindaco, espellendo quelli che fanno prevalere lo schifo su tutto il resto», osserva la presidente del Museo Egizio. E aggiunge: «Il loro comunicato è molto ragionevole, cosciente del disastro, ma se li coccolano diventa tutto complicato».

Per Christillin, la chiave di volta è proprio la responsabilità interna alle realtà antagoniste. «La possibilità di una convivenza pacifica, almeno accettabile, può avvenire solo dall’interno», sottolinea. Ma l’allarme riguarda anche le risposte istituzionali: «Temo che inasprendo ancora le regole sulla sicurezza si rischi di buttare benzina sul fuoco e che questo genere di problemi diventi endemico». Un rischio che la città, avverte, non può più permettersi: «Torino non può sopportare oltre una situazione del genere. I violenti vanno espulsi una volta per tutte, per gli altri va bene che ci siano progetti culturali, sociali, inclusivi. Il progetto del sindaco in partenza era buono, ma la delibera non è stata riempita di contenuti».

Christillin respinge anche ogni parallelismo con le stagioni più buie della storia recente torinese. «Mi ricordo il 1980, i 35 giorni. Io lavoravo all’ufficio stampa Fiat. Eravamo chiusi nel Centro Storico Fiat, corso Marconi era blindato. Ci sono stati i 61 licenziamenti, i dirigenti gambizzati, un periodo davvero pesante, ma era diverso: c’era qualcuno che agiva contro lo Stato, quello Stato». Oggi, secondo la presidente del Museo Egizio, lo scenario è radicalmente cambiato: «Qui gli antagonisti sono contro tutti, combattono tutto. Non esistono più i corpi intermedi. È l’antagonismo contro tutti e tutto».

Parole che segnano una presa di posizione netta nel cuore del dibattito torinese, tra sicurezza, convivenza civile e il rischio di una spirale senza uscita.

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