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Cronaca
01 Febbraio 2026 - 14:46
C'è chi rivendica la violenza come strumento legittimo di lotta
Il giorno dopo la guerriglia urbana, a Torino, il quartiere Vanchiglia, alle spalle della Mole Antonelliana, si sveglia con un conto salatissimo da pagare. Non solo in termini di danni materiali, ma anche per una frattura profonda che attraversa il territorio e il dibattito pubblico. Le strade intorno a corso Regina Margherita, teatro degli scontri legati alla manifestazione in difesa del centro sociale Askatasuna, mostrano ancora i segni di una violenza organizzata, metodica, tutt’altro che casuale.
Nonostante gli interventi di pulizia avviati subito dopo, restano evidenti i segni della devastazione: dehors distrutti, segnali stradali divelti, marciapiedi aperti per ricavarne pietre da lanciare, auto danneggiate e un bancomat completamente distrutto all’incrocio dove si sono concentrate le incursioni dei gruppi più violenti. Colpito anche un supermercato, saccheggiato per procurarsi cartoni e bancali poi utilizzati per alimentare i roghi. Un’azione che nulla ha avuto di spontaneo e che ha trasformato un’area residenziale in uno scenario da dopoguerra.
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Chi vive nel quartiere racconta di settimane di tensione crescente, culminate in una notte di paura vera. Vetri che tremano, rumori continui, la sensazione concreta che qualcosa potesse crollare da un momento all’altro. Una quotidianità stravolta, che oggi lascia spazio a rabbia e incredulità. Perché se da un lato c’è chi si chiede come sia stato possibile non isolare per tempo i gruppi più violenti, dall’altro emerge un dato ancora più inquietante: c’è chi continua a difendere quanto accaduto.
Tra i residenti e tra una parte dei manifestanti più giovani si insinua un’ambiguità che pesa come un macigno. C’è chi ammette di essersi allontanato prima che la situazione degenerasse, ma anche chi rivendica la violenza come strumento legittimo di lotta. Una giustificazione che ignora deliberatamente il contesto: un quartiere messo a ferro e fuoco, attività commerciali devastate, cittadini terrorizzati nelle proprie case. Al di là delle posizioni ideologiche sulla chiusura o meno di Askatasuna, ciò che resta sono fatti difficili da relativizzare.
Il punto non è più solo lo sgombero di un edificio o la difesa di uno spazio sociale, ma il messaggio che passa il giorno dopo. Un messaggio pericoloso, che normalizza il caos e tenta di trasformare la distruzione in una forma accettabile di protesta. Intanto Vanchiglia resta a fare i conti con le macerie, materiali e morali, mentre la città osserva una spaccatura che non può essere ignorata né minimizzata.
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