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Torino
01 Febbraio 2026 - 11:40
“Il pericolo della verità è potentissimo e può schiantare qualsiasi relazione: ecco perché a volte va omessa, anche se è una delle situazioni più tragiche della nostra esistenza”. Con queste parole Gabriele Muccino introduce Le cose non dette, il suo nuovo film prodotto da Lotus Productions con Rai Cinema. Il regista romano era ieri a Torino per salutare il pubblico all’inizio delle proiezioni nei cinema Romano, Reposi e Massaua. Ed è proprio al Reposi che prende forma una conversazione intensa, coerente con il cuore pulsante del film: la scelta — sempre dolorosa — tra dire e tacere.
“La decisione di esprimere o meno ogni “verità” è il vero tema del film», spiega Muccino. «Ma dobbiamo essere consapevoli che la condivisione, molto spesso, indebolisce i rapporti”.
Le cose non dette racconta la storia di Carlo ed Elisa, una coppia brillante e affermata che vive a Roma tra successo, abitudini consolidate e un amore che forse non è più quello di un tempo. Carlo è un professore universitario e scrittore in crisi creativa; Elisa una giornalista stimata, anche all’estero. In cerca di nuovi stimoli, partono per il Marocco insieme agli amici di sempre, Anna e Paolo, e alla figlia adolescente di questi ultimi, Vittoria. Un viaggio che si trasforma presto in una lenta e ineluttabile frattura.
Accanto ai protagonisti — interpretati da Stefano Accorsi, Miriam Leone, Claudio Santamaria e Carolina Crescentini — completano il cast Beatrice Savignani e Margherita Pantaleo, chiamate a incarnare i punti di rottura più profondi del mondo adulto.

Gabriele Muccino alla presentazione al cinema Reposi di Torino
Le “cose”, dunque, non vanno sempre dette?
“Nel film si fa l’esempio dell’alibi», osserva Muccino. «Fino a che punto siamo disposti a mettere da parte la morale per salvare una persona cara? Carlo, per esempio, ha bisogno di sentirsi guardato con occhi nuovi e cadrà nella lusinga. Ma le conseguenze sarebbero state meno devastanti se non avesse taciuto la sua debolezza iniziale”.
Il tradimento, motore narrativo del film e cifra ricorrente del tuo cinema, diventa allora una chiave di lettura esistenziale.
“Ammettiamolo: il tradimento è una spinta naturale che ogni specie mammifera possiede. Rappresenta l’eterno conflitto tra morale e istinto. Per questo ritengo che la monogamia sia utopica. Solo in legami rarissimi, fondati su una lealtà assoluta, lo scambio totale di verità scomode può funzionare”.
Altro tema centrale è lo “spostare lo sguardo” per sfuggire alla routine.
“Come non averne paura?», risponde. «La routine è asfissia, stagnazione, assenza di movimento. È infelicità. Limita la possibilità di sentirci a nostro agio con noi stessi e con gli altri”.
In un film costruito come una trappola emotiva che stringe progressivamente i suoi personaggi, il lavoro del cast è determinante.
“Stefano Accorsi, Miriam Leone, Claudio Santamaria e Carolina Crescentini fanno un lavoro eccezionale, ed è naturale aspettarselo”, sottolinea Muccino. “Ma ai volti nuovi di Beatrice Savignani e Margherita Pantaleo — rispettivamente 23 e 13 anni — abbiamo affidato la responsabilità dei più grandi smottamenti”.
Le idee sono come le storie d’amore: arrivano quando meno te lo aspetti. Vale anche per lui?
“Assolutamente sì. Ho temuto spesso il trauma della pagina bianca. Poi accade qualcosa di imprevisto, vedo un’immagine, e nella testa si apre improvvisamente un libro pieno di figure. L’ispirazione e il talento sono fuori dagli schemi: bisogna saperli riconoscere quando arrivano”.
E mentre scrive, immagina già come girerà il film?
“Quasi sempre. Il linguaggio narrativo di un film va costruito con la macchina da presa come con una penna”.
La musica, nei tuoi film, è sempre necessaria. Da qui la scelta di Mahmood.
“Girando a Tangeri, con un muezzin dietro l’altro, mi è sembrata una scelta ovvia. Sono felice che abbia accettato di comporre la colonna sonora e la canzone originale Le cose non dette, prodotte e dirette da Paolo Buonvino”.
E lo stile melodrammatico, “croce e delizia al cor”, non potevi rinunciare all’opera.
“L’opera è un’arte ipnotica, senza pudori, che mette in scena sentimenti estremizzati. Tra Puccini, Verdi, Mascagni e Rossini abbiamo un patrimonio enorme di umanesimo, raccontato in tutte le sue pieghe”.
Alla fine del percorso, citando Barthes, avrai una galleria personale di Frammenti di un discorso amoroso?
“Sì, è molto plausibile. Ogni film è profondamente mio. Racconto individui smarriti, nostalgici, malinconici, perché sono attratto dalla paura della solitudine in un mondo che non si sente più in connessione. La mia vita è segnata da un film ogni due anni: alla fine, tutto troverà una sua composizione”.
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