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Cronaca
18 Agosto 2025 - 08:47
Ferragosto di terrore a Collegno: minaccia l’ex e tenta di sfondare la porta (foto archivio)
Un Ferragosto da incubo, tra urla sul pianerottolo e una porta sfondata a colpi. Un uomo che non doveva essere lì e invece c’era, e un braccialetto elettronico mai messo, nonostante fosse stato richiesto da mesi. Il caso accaduto a Collegno, alle porte di Torino, è l’ennesima dimostrazione di quanto sia fragile, inefficace e pericolosamente opaco il sistema pensato per tutelare le vittime di violenza domestica.
L’uomo in questione ha 37 anni, è di origine albanese, e secondo quanto ricostruito in aula durante l’udienza di convalida al Tribunale di Torino, si era già reso protagonista di episodi di maltrattamenti contro la ex compagna. Arrestato a dicembre, finito in carcere due giorni dopo, era poi tornato in libertà nell’aprile successivo. Avrebbe dovuto indossare un braccialetto elettronico. Era previsto. Era autorizzato. Ma non è mai stato applicato. Il motivo? Mancanza di dispositivi disponibili. Sì, nel 2025, in Italia, a Torino, mancano i braccialetti.
E così, il 15 agosto, il 37enne si è presentato sotto casa della ex, in un condominio di Collegno, urlando minacce e tentando di sfondare la porta d’ingresso. “Te la farò pagare”, avrebbe gridato, secondo quanto riportato dalla vicina che ha dato l’allarme. Solo grazie alla sua chiamata al 112 si è evitato il peggio. Ma non si è evitata la domanda che ormai rimbalza con rabbia e impotenza ogni volta che un uomo infrange le misure cautelari: chi doveva proteggerla, dov’era?

In aula, l’indagato ha provato a giustificarsi: “Sono andato lì solo per vedere il mio cane”. Ma la giudice ha risposto con fermezza: “Aveva il braccialetto”. E invece no. Come ha spiegato il suo avvocato, Giordano Gramolelli, il braccialetto non è mai stato disponibile. Una mancanza che lo stesso legale, pur difendendo l’uomo, ha definito “una vergogna”.
Una vergogna che non è un caso isolato. Solo qualche mese fa, a Torino, il braccialetto c’era, ma non ha funzionato. Era il 23 settembre, via Cigna 66, quartiere Aurora. Nabi Roua è stata uccisa dal marito nonostante il dispositivo fosse attivo. Quella volta, a non rispondere è stata la tecnologia. Stavolta, è stata proprio assente. E il risultato è lo stesso: una donna in pericolo, lasciata sola davanti al proprio aggressore.
Ogni giorno, secondo i dati delle procure piemontesi, si contano almeno 15 procedimenti da “codice rosso” nella sola provincia di Torino. È un fiume costante di dolore, di paura, di denunce troppo spesso non seguite da misure realmente efficaci. Perché i divieti di avvicinamento, senza controlli attivi, valgono zero. Perché l’obbligo di firma in caserma serve a poco, se poi l’uomo può girare indisturbato sotto casa della ex. Perché un divieto di dimora a Collegno suona bene, ma non ferma nessuno, se nessuno verifica dove si trovi davvero l’indagato.
Eppure, i casi si ripetono, con lo stesso schema grottesco e pericoloso: misure disposte, misure ignorate, strumenti tecnologici promessi ma non applicati. Anche la cronologia della vicenda lascia spazio a dubbi. Il primo arresto, secondo gli atti, risalirebbe al 22 dicembre 2024, ma il riferimento ai fatti successivi sembra collocare il tutto nel 2025. Un errore? Un refuso? Un dettaglio insignificante? Tutt’altro: quando si parla di sicurezza, ogni incertezza può costare una vita.
La donna, al momento, non si è costituita parte civile. Forse per paura, forse per stanchezza, forse per sfiducia. E chi può biasimarla? Il messaggio che riceve è chiaro: anche se denunci, anche se hai paura, anche se la legge è dalla tua parte, alla fine resterai sola. Senza braccialetto, senza protezione, senza garanzie. Solo con la speranza che il prossimo Ferragosto non diventi un’altra pagina di cronaca nera.
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