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16 Febbraio 2026 - 11:35
Dieta vegana nei neonati, davvero frena la crescita? Lo studio su 1,2 milioni di bambini riapre il dibattito
Per anni il tema è stato affrontato quasi come un tabù. Un neonato può crescere bene senza carne, pesce, latte e uova? Una dieta vegana nei primi mesi di vita mette a rischio lo sviluppo o può essere compatibile con una crescita regolare? La risposta, secondo un nuovo studio di dimensioni eccezionali, non è così netta come molti pensavano.
La ricerca, pubblicata su JAMA Network Open e firmata dagli epidemiologi dell’Università Ben Gurion del Negev, in Israele, ha analizzato i dati di quasi 1,2 milioni di bambini. Un numero che cambia il peso del confronto scientifico: finora, gran parte degli studi sull’alimentazione vegana nei primi anni di vita si era basata su campioni ridotti, spesso limitati a poche decine o centinaia di casi.
Qui, invece, la fotografia è molto più ampia. Gli studiosi hanno esaminato altezza, peso e circonferenza cranica – parametro essenziale per monitorare lo sviluppo cerebrale – raccolti nei centri nazionali di assistenza familiare tra il 2014 e il 2023. I bambini sono stati seguiti fino ai 24 mesi, e i loro parametri di crescita sono stati messi in relazione con il tipo di dieta praticato a partire dai sei mesi di età.
La grande maggioranza delle famiglie aveva scelto un’alimentazione onnivora. Una quota molto più ridotta – l’1,2% – aveva optato per una dieta vegetariana, mentre lo 0,3% aveva adottato un regime vegano. Percentuali piccole, ma che, su un campione così vasto, corrispondono comunque a migliaia di casi: circa 18.000 famiglie vegane.
Il dato che emerge è destinato a far discutere. A due anni di età, i bambini cresciuti con una dieta vegana o vegetariana non mostrano, in media, una crescita significativamente inferiore rispetto ai coetanei onnivori. Le traiettorie di sviluppo risultano nel complesso simili.
È vero che nei primi mesi i piccoli provenienti da famiglie vegane presentano una probabilità leggermente più alta di sottopeso precoce. Ma questa differenza tende a ridursi progressivamente e, entro i 24 mesi, si livella. Anche nei casi in cui si osserva una crescita più contenuta tra chi non consuma alimenti di origine animale, le differenze sono piccole e, dal punto di vista statistico, poco rilevanti.
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Gli autori parlano di risultati «profondamente rassicuranti». Un’espressione che pesa, soprattutto perché arriva da uno studio di dimensioni mai viste in questo ambito. L’idea che una dieta vegana, se ben impostata, non comporti automaticamente un rallentamento della crescita nei primi due anni di vita trova così un sostegno numerico robusto.
Ma la questione è tutt’altro che chiusa.
Altri esperti invitano alla prudenza. Zulfiqar Bhutta, direttore del Centro di salute pediatrica globale dell’Hospital for Sick Children di Toronto, ha sottolineato che anche differenze modeste nella crescita potrebbero avere effetti a lungo termine. In particolare, richiama l’attenzione su studi che collegano le diete vegane a una minore densità minerale ossea e a livelli inferiori di alcuni micronutrienti fondamentali.
Il punto, dunque, non è solo se il bambino cresce in altezza e peso nei primi due anni. È anche come cresce, quali riserve costruisce, quale impatto può avere nel tempo un eventuale deficit nutrizionale. La questione si sposta dal “quanto” al “come”.
Il dibattito è acceso anche tra le società pediatriche. In diversi Paesi – Italia compresa – alcune linee guida guardano con cautela all’alimentazione vegana in età pediatrica, ritenendo che possa non coprire adeguatamente i fabbisogni energetici e nutrizionali se non attentamente pianificata. Il rischio non è tanto nella scelta in sé, quanto nell’improvvisazione.
Ed è proprio qui che emerge un punto di convergenza tra posizioni diverse: qualsiasi regime alimentare nei primi anni di vita deve essere accuratamente pianificato. Non esiste una dieta “automatica”. Tanto meno una dieta vegana fai-da-te.
Le carenze più temute riguardano nutrienti chiave come la vitamina B12, praticamente assente nei cibi vegetali, il DHA (acido docosaesaenoico), importante per lo sviluppo neurologico, il ferro, la vitamina D e il calcio. In assenza di integrazione e monitoraggio, il rischio di deficit è concreto.
Lo studio israeliano non distingue nel dettaglio tra diete vegane bilanciate e diete improvvisate. Ed è un limite che alcuni osservatori sottolineano. Non tutte le alimentazioni vegane sono uguali. Ci sono famiglie che seguono percorsi nutrizionali con il supporto di pediatri e nutrizionisti, e altre che si affidano a informazioni parziali o a convinzioni personali.
Mettere tutto nello stesso contenitore rischia di confondere il quadro.
Resta, però, un fatto: per la prima volta un’indagine su scala nazionale, con oltre un milione di bambini osservati, non evidenzia un divario marcato nella crescita tra vegani, vegetariani e onnivori nei primi due anni di vita. Non è una “assoluzione” definitiva, ma è un elemento che cambia il tono della discussione.
Negli ultimi anni le scelte alimentari sono diventate sempre più identitarie. C’è chi vede nella dieta vegana un’opzione etica, ambientale, salutistica. E c’è chi la considera inadeguata per un organismo in sviluppo. In mezzo, ci sono i dati.
Quello che emerge è che la crescita, nei primi 24 mesi, può essere adeguata anche in assenza di alimenti di origine animale, a condizione che la dieta sia strutturata con attenzione. Il nodo non è tanto “vegano sì o no”, ma “vegano come”.
Il tema resta delicato perché riguarda la fase più vulnerabile della vita. L’alimentazione nei primi mille giorni è determinante per lo sviluppo fisico e cognitivo. Ogni scelta ha conseguenze potenziali.
La ricerca pubblicata su JAMA Network Open non chiude la discussione, ma alza il livello del confronto. Sposta il dibattito dal terreno delle opinioni a quello dei numeri. E invita a una riflessione meno ideologica e più concreta: crescere bene è possibile, ma non senza competenza.
In definitiva, il messaggio che emerge non è uno slogan, ma una condizione. Una dieta vegana nei neonati può accompagnare una crescita regolare. Ma solo se è seguita, controllata, integrata quando necessario. Perché nei primi anni di vita l’alimentazione non è una scelta simbolica. È una responsabilità.
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