La silhouette di Giorgia Meloni in divisa da poliziotta, un manganello in mano, lo sfondo della frana di Niscemi o delle piste olimpiche di Cortina. E una parola, scritta in verde fluo: “Ecovandali”. Così, all’alba del 13 febbraio, il centro di Torino si è svegliato tappezzato dai poster firmati Extinction Rebellion.
Un’azione coordinata, visivamente aggressiva, che punta dritto al governo. Nessun simbolismo sfumato: l’immagine della presidente del Consiglio associata alla repressione del dissenso e, sullo sfondo, ai luoghi simbolo delle scelte ambientali contestate. Il ponte sullo Stretto di Messina, le Olimpiadi Milano-Cortina, la gestione delle emergenze climatiche. Il messaggio è netto: i “veri ecovandali” non sono gli attivisti, ma chi investe miliardi in opere considerate distruttive mentre – secondo il movimento – i territori restano esposti agli effetti di un clima sempre più instabile.
Il riferimento è alla visita del 28 gennaio a Niscemi, dopo la frana che ha devastato parte della cittadina siciliana. Un sopralluogo definito insufficiente dagli attivisti, che accusano la premier di non aver incontrato adeguatamente le persone colpite dal disastro. La frana ha trascinato interi edifici e continua a essere attiva; il 9 febbraio è crollata anche la croce simbolo del paese. Un’immagine che per Extinction Rebellion diventa emblema di un territorio lasciato solo.
Nel mirino c’è anche la gestione del ciclone Harry, che tra il 19 e il 21 gennaio ha colpito le coste di Sicilia, Calabria e Sardegna con onde alte fino a 16 metri. Danni stimati in oltre 2 miliardi di euro tra edifici, colture e infrastrutture. Gli attivisti parlano di sottovalutazione iniziale e ricordano che solo il 9 febbraio è stato annunciato un secondo viaggio in Sicilia e procedure più snelle per i ristori, mentre dal governo è arrivata la rassicurazione che non verranno toccati i fondi destinati al ponte sullo Stretto.

La campagna affonda poi sul terreno politico del nuovo decreto sicurezza. Extinction Rebellion contesta le misure introdotte, ritenute restrittive del diritto al dissenso: dal fermo preventivo fino a 12 ore prima delle manifestazioni allo scudo penale per le forze dell’ordine, dall’estensione del DASPO urbano alle sanzioni per chi protesta senza preavviso. Un impianto normativo che, secondo il movimento, sposterebbe il dibattito pubblico dalla crisi climatica al tema dell’ordine pubblico.
Le parole scelte sono dure. Si parla di repressione e di criminalizzazione di chi manifesta. Si accusa l’esecutivo di utilizzare fatti di cronaca per alimentare un senso di insicurezza e giustificare una stretta sugli spazi democratici. In questa chiave va letta anche la presenza del manganello nell’iconografia dei poster: non un dettaglio grafico, ma il simbolo di una deriva che gli attivisti denunciano apertamente.
Torino diventa così teatro di una protesta che intreccia ambiente, grandi opere e libertà civili. I manifesti sono comparsi nelle vie centrali, intercettando pendolari e lavoratori nelle prime ore del mattino. Un’operazione comunicativa studiata per massimizzare l’impatto visivo e mediatico, nel solco delle azioni ad alta visibilità che hanno reso noto il movimento a livello internazionale.
Resta il nodo politico. Il governo rivendica investimenti infrastrutturali strategici e un rafforzamento degli strumenti di sicurezza. Extinction Rebellion ribalta la prospettiva e chiede che le priorità vengano ridefinite, mettendo al centro la crisi climatica e la tutela dei territori più esposti.
L’episodio torinese si inserisce in un clima già teso, tra manifestazioni, provvedimenti normativi e polemiche sulla gestione delle emergenze ambientali. I poster con la premier e la scritta “Ecovandali” non sono soltanto un atto simbolico: sono un attacco frontale, che usa l’immagine e la provocazione per riaprire uno scontro politico e culturale destinato a proseguire ben oltre le mura del centro cittadino.