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Il Regina Margherita opera dieci bambini a Mogadiscio e accende una speranza nel cuore della Somalia

Missione ad alta sicurezza nella capitale somala, interventi salvavita e formazione sul campo per rendere autonome le cure pediatriche

Il Regina Margherita

Il Regina Margherita opera dieci bambini a Mogadiscio e accende una speranza nel cuore della Somalia

Dieci interventi in pochi giorni, in una città che da anni convive con instabilità politica, minacce terroristiche e un sistema sanitario fragile. Non è una missione umanitaria improvvisata, ma un progetto strutturato che segna un passaggio decisivo: portare la cardiologia pediatrica interventistica del Regina Margherita di Torino direttamente a Mogadiscio, e soprattutto trasferire competenze per costruire autonomia.

L’Ospedale Infantile Regina Margherita rafforza così una vocazione che negli anni lo ha reso punto di riferimento per piccoli pazienti provenienti da Paesi dove determinate cure non sono disponibili. Accanto al tradizionale programma di accoglienza presso il Dipartimento di “Patologia e cura del bambino”, diretto dalla professoressa Franca Fagioli, si consolida un modello complementare: non solo portare i bambini a Torino, ma portare Torino dai bambini.

La missione appena conclusa nella capitale somala ha visto in campo una squadra altamente specializzata composta da Giuseppe Annoni, cardiologo pediatra e responsabile dell’emodinamica pediatrica, dall’anestesista rianimatore Daniele Ferrero e dall’infermiera di terapia intensiva cardiologica Lisa Bianchino. Un’équipe ridotta nei numeri, ma con competenze mirate, chiamata a operare in un contesto dove ogni dettaglio organizzativo diventa cruciale.

Mogadiscio non è una città qualsiasi. È una capitale che porta ancora i segni di anni di guerra civile e della presenza del gruppo terroristico Al Shabab. La missione si è svolta con il sostegno diretto dell’Ambasciata italiana, in un quadro di sicurezza costantemente monitorato. Ogni spostamento, ogni attività ospedaliera, ogni attrezzatura trasportata ha richiesto pianificazione e coordinamento.

A ospitare il progetto è stato l’Horjoog Hospital, fondato dal medico somalo Shek Yussuf Abdirashid, laureato e specializzato in Cardiologia proprio a Torino, dove ha vissuto fino al 2022. È in questa struttura che arrivano quotidianamente bambini affetti da cardiopatie congenite, patologie che in molti casi richiedono interventi tempestivi e altamente specialistici. In Somalia, però, l’accesso a questo tipo di cure è estremamente limitato.

L’origine del progetto affonda nel 2024, quando il giovane cardiologo somalo Mohamed Hussein, iscritto alla International Heart School di Bergamo fondata dal professor Parenzan, ha frequentato il reparto di emodinamica pediatrica del Regina Margherita. Fin dall’inizio, raccontano i colleghi torinesi, Hussein ha mostrato determinazione e competenza. Il suo obiettivo non era quello di costruire una carriera all’estero, ma di tornare a Mogadiscio per curare i bambini del proprio Paese.

Quel percorso formativo ha trovato ora una prima concretizzazione. «Siamo riusciti ad effettuare dieci procedure interventistiche salvavita, e la maggior parte è stata eseguita dal dottor Hussein, sotto la supervisione del nostro cardiologo», racconta Lisa Bianchino. Non si tratta soltanto di un risultato clinico. È un passaggio di competenze, un trasferimento di know-how che punta a rendere l’Horjoog Hospital sempre più autonomo.

Le procedure interventistiche in cardiologia pediatrica richiedono una sinergia complessa tra cardiologo, anestesista, infermiere specializzato e terapia intensiva. Senza un’équipe formata, anche la migliore tecnologia resta inutilizzata. Per questo il progetto non si esaurisce nei dieci interventi eseguiti.

«Il passo successivo – spiega l’anestesista Daniele Ferrero – sarà formare un’infermiera di terapia intensiva pediatrica ed un anestesista rianimatore pediatrico. Per rendere il progetto stabile servono professionalità locali». È qui che si gioca la vera sfida: trasformare una missione straordinaria in un sistema ordinario di cure.

Il valore dell’iniziativa va oltre i numeri. Dieci bambini operati significano dieci vite potenzialmente cambiate, ma il significato più profondo sta nella prospettiva aperta. In un Paese dove le strutture sanitarie sono spesso carenti di personale specializzato e attrezzature adeguate, costruire competenze interne significa ridurre la dipendenza dall’estero e offrire continuità assistenziale.

La coincidenza con la Giornata mondiale delle cardiopatie congenite aggiunge un ulteriore elemento simbolico. Le cardiopatie congenite rappresentano una delle principali cause di mortalità infantile a livello globale. Nei Paesi a basso reddito, la diagnosi tardiva e l’assenza di strutture specializzate amplificano il rischio.

Il modello adottato dal Regina Margherita si inserisce in una tendenza sempre più diffusa nella cooperazione sanitaria internazionale: non limitarsi a interventi episodici, ma costruire percorsi formativi duraturi. La formazione di medici come Mohamed Hussein rappresenta un investimento a lungo termine. Non si tratta di esportare eccellenza in modo temporaneo, ma di generare competenze locali capaci di crescere e moltiplicarsi.

Naturalmente restano le incognite. Garantire continuità significa assicurare finanziamenti, partnership, supporto logistico e sicurezza. Sono in corso ricerche di fondi e collaborazioni per sostenere le prossime missioni e consolidare il percorso formativo. Senza una rete stabile di sostegno, il rischio è che l’esperienza resti isolata.

Eppure, proprio in uno dei contesti più difficili del mondo, si è acceso un segnale concreto. La cardiologia interventistica pediatrica, disciplina ad altissima specializzazione, ha trovato spazio in una città che troppo spesso è associata soltanto a conflitti e instabilità.

Il Regina Margherita conferma così un’identità che negli anni si è rafforzata: non solo ospedale di riferimento nazionale, ma ospedale dei bambini del mondo. Portare cure dove non arrivano, formare chi resta, costruire autonomia sanitaria. I dieci interventi eseguiti a Mogadiscio non sono un punto d’arrivo. Sono l’inizio di un percorso che, se sostenuto, può cambiare il destino di molti bambini somali.

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