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13 Febbraio 2026 - 10:00
Adolescenti tra alcol e sesso senza memoria: il 28% ammette incontri dopo aver bevuto troppo
C’è un punto in cui l’adolescenza smette di essere scoperta e diventa esposizione. Non per fatalità, non per “ragazzate”, ma perché il confine tra gioco e abuso viene spostato un giorno dopo l’altro, fino a sparire. Il nuovo rapporto di Save the Children, presentato alla vigilia di San Valentino, mette in fila un dato che da solo dovrebbe bastare a far saltare qualunque narrazione romantica: il 28% degli adolescenti intervistati racconta che gli è capitato almeno una volta di avere incontri intimi occasionali dopo aver bevuto troppo e di non ricordare bene le circostanze il giorno dopo. La percentuale sale al 31% tra i ragazzi e si ferma al 25% tra le ragazze. Non è solo una questione di alcol, né di morale: è il segnale di una vulnerabilità diffusa, in cui l’intimità si intreccia a perdita di controllo, pressione del gruppo e memoria a pezzi. Ma il rapporto di Save the Children non si limita solo a questo...
Il documento si intitola “Stavo solo scherzando” e la scelta non è casuale. È la frase che, nella quotidianità, viene usata per minimizzare e cancellare: una battuta pesante, un insulto, un ricatto, una gelosia mascherata da premura. Eppure, proprio mentre cresce una consapevolezza “teorica” su cosa sia accettabile e cosa no, i comportamenti reali non cambiano allo stesso passo. È questo lo scarto più inquietante che emerge: la testa dice una cosa, la vita ne fa un’altra.
I segnali di consapevolezza esistono e vanno letti. Due anni fa il 30% degli adolescenti riteneva che la gelosia fosse un segno d’amore; oggi la percentuale scende al 23%, e tra le ragazze cala ancora, al 16%. Nello stesso arco di tempo, si dimezza l’idea che condividere la password sia una prova di fiducia: dal 21% al 12%. È un passo avanti: significa che certi cliché – “se mi ami mi controlli”, “se mi ami mi dai accesso a tutto” – iniziano a essere riconosciuti per ciò che sono, cioè indicatori di possesso. Ma Save the Children avverte che questa nuova consapevolezza non si traduce automaticamente in una rivoluzione nella vita vissuta: alcuni atteggiamenti di controllo, al contrario, risultano in aumento.
Il cuore del problema è il consenso, parola spesso citata, meno spesso praticata fino in fondo. Il 68% degli intervistati ritiene che il consenso non sia mai scontato, neanche in coppia; e il 62% considera il “controllo di abitudini e amicizie” una violazione della libertà che può trasformarsi in violenza. Sono percentuali importanti, che raccontano una generazione meno ingenua di quanto molti adulti vogliano credere. Eppure lo stesso rapporto fotografa una quotidianità dove il controllo si infiltra nelle relazioni come fosse normalità: un “dove sei”, poi un “mandami la posizione”, poi un “perché non rispondi”, fino a trasformare la connessione in sorveglianza.
Quando si passa dalle opinioni ai fatti, il quadro si fa più duro. Un adolescente su quattro è stato spaventato almeno una volta con atteggiamenti violenti da parte della persona con cui ha o ha avuto una relazione. E a più di uno su tre (36%) è capitato che il partner si rivolgesse con linguaggio violento, tra grida e insulti. L’intimità, in questi racconti, non è rifugio: è un terreno dove la forza e la paura entrano senza bussare.
C’è poi l’aspetto “onlife”, come lo definisce la ricerca: la vita che non è più separata tra online e offline, perché tutto si tiene. E infatti il controllo non si ferma alla porta di casa o all’uscita da scuola. Un adolescente su tre è stato geolocalizzato dal partner. Il dato, letto in controluce, dice che la tecnologia è diventata un moltiplicatore della gelosia e una stampella del possesso. Non serve più pedinare: basta un’app, basta una richiesta fatta passare per dolcezza, basta un “così mi sento tranquillo”. Il risultato è che la libertà si restringe senza clamore.
E quando si arriva alle immagini, la ferita diventa spesso pubblica. Nel rapporto si parla di adolescenti che hanno vissuto la condivisione di immagini intime senza consenso: un fenomeno che non è un incidente, ma una forma di violenza digitale che può distruggere reputazione, serenità, perfino la possibilità di continuare a frequentare certi spazi. A questo si aggiungono pressioni e ricatti legati a foto e video: dinamiche che entrano nelle relazioni come una “prova” da esibire, come moneta di scambio, come strumento di dominio.

La dimensione sessuale, del resto, attraversa l’intero rapporto con un filo rosso: la difficoltà di vivere il desiderio in modo libero e sicuro. Il 29% degli adolescenti dichiara di essersi sentito costretto almeno una volta a compiere atti sessuali indesiderati. È una percentuale enorme, che non può essere archiviata come “fraintendimento”: costrizione è costrizione, anche quando non viene riconosciuta subito come tale. E accanto a questo, c’è la violenza verbale e lo stigma: il 36% ha subito insulti o prese in giro per il proprio genere o orientamento sessuale. Qui la frase “stavo solo scherzando” diventa l’alibi perfetto per rendere tollerabile l’intollerabile.
Il prezzo, sottolinea Save the Children, non è distribuito in modo uguale. Le ragazze pagano di più, in rischi, rinunce e stigma. Il dato sul catcalling è uno schiaffo: il 66% delle ragazze racconta di averlo subito in strada o negli spazi pubblici. E non è solo fastidio: è condizionamento quotidiano. Non stupisce allora che il 70% si senta in pericolo per strada, e che quasi una su due, il 49%, scelga di non prendere i mezzi pubblici la sera da sola. Qui non si parla di percezioni vaghe: si parla di scelte concrete che cambiano la vita, di percorsi modificati, di libertà tagliata per evitare il rischio.
In questo scenario, c’è un dettaglio che pesa come un macigno: soltanto l’11% conosce correttamente il numero 1522, la linea nazionale antiviolenza e stalking. Undici per cento significa che nove adolescenti su dieci, nel momento in cui serve un appiglio, non sanno nemmeno che esiste. E allora la domanda diventa inevitabile: cosa stiamo facendo, davvero, per mettere strumenti nelle mani di chi cresce? Non basta indignarsi quando accade un fatto di cronaca. Il vuoto è prima, molto prima.
Il rapporto insiste su un fattore che spesso viene sottovalutato: il contesto familiare. Vivere in famiglie conflittuali, tese o segnate dalla violenza aumenta la probabilità di riprodurre quei modelli nelle relazioni. Non è una condanna automatica, ma un rischio più alto, sì. Tra chi descrive il proprio clima familiare come teso o violento, crescono le percentuali di linguaggio aggressivo e di atteggiamenti violenti verso il partner. È la prova che i modelli si imparano, spesso senza che nessuno li insegni esplicitamente: si assorbono.
E qui si arriva al nodo politico e culturale, quello che non può essere scaricato sulle spalle dei singoli. Parlare di educazione all’affettività e alla sessualità non significa fare propaganda, né imporre un’ideologia: significa dare parole e strumenti per riconoscere il confine tra desiderio e pressione, tra cura e controllo, tra gioco e violenza. Significa insegnare che il consenso non è un sì strappato, ma un accordo libero e revocabile. Significa spiegare che geolocalizzare qualcuno “per amore” non è amore, e che chiedere una password non è fiducia, ma spesso è possesso. Significa, soprattutto, costruire anticorpi prima che le ferite diventino cicatrici.
C’è un punto, però, che va detto con chiarezza: non tutti gli adolescenti hanno una famiglia in grado di accompagnarli. Non tutti hanno adulti presenti, capaci di ascolto, competenti su digitale e relazioni. E proprio perché questa disuguaglianza esiste, la risposta non può essere affidata alla fortuna di nascere nel contesto giusto. Se l’educazione dipendesse soltanto dalla solidità familiare, allora staremmo accettando che chi parte svantaggiato resti senza strumenti. È qui che entra in gioco lo Stato, attraverso la scuola, con percorsi strutturati, continui, seri, non affidati alla lezione spot o all’emergenza mediatica.
La scuola non deve sostituirsi alle famiglie, ma può aiutare le famiglie, anche quelle che faticano, anche quelle che non hanno tempo o risorse o linguaggi. Può offrire un terreno comune in cui parlare di rispetto, di corpo, di limiti, di responsabilità. Può far conoscere numeri come il 1522 e spiegare che chiedere aiuto non è debolezza. Può smontare l’alibi dello “scherzo” prima che diventi una maschera dietro cui si nascondono umiliazione e violenza. E può farlo senza moralismi, con parole adatte all’età, con strumenti aggiornati, riconoscendo che la vita degli adolescenti oggi passa anche – e spesso soprattutto – dentro uno schermo.
Alla vigilia di San Valentino, il messaggio più onesto che arriva da questa ricerca è semplice e scomodo: l’amore non basta a proteggere, se manca l’educazione. E un Paese che pretende ragazzi “consapevoli” senza offrirgli le basi, poi non può stupirsi se la consapevolezza resta un’idea e non diventa comportamento.
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