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20 Gennaio 2026 - 11:21
Violenza di genere, il Piemonte alza il tiro: 670 mila euro per colpire le radici culturali del problema
La violenza maschile contro le donne non è un’emergenza episodica, ma un fenomeno strutturale che attraversa la società, le relazioni, i luoghi di lavoro e le famiglie. È da questa consapevolezza che nasce il nuovo stanziamento della Regione Piemonte, che mette a disposizione circa 670 mila euro per il biennio 2025-2026, nell’ambito del Piano strategico nazionale contro la violenza di genere, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare prevenzione, autonomia e sensibilizzazione su tutto il territorio regionale.
Le risorse, che sfiorano i 700 mila euro, sono destinate a finanziare un insieme coordinato di azioni pensate non come risposte tampone, ma come parte di un sistema stabile e integrato. Interventi che guardano da un lato al sostegno concreto delle donne vittime di violenza, dall’altro alla prevenzione culturale ed educativa, coinvolgendo enti locali, scuole, università, soggetti del terzo settore e reti territoriali. Una strategia che si muove in coerenza con la Legge regionale 4/2016 e con le linee guida del Piano nazionale, e che punta a consolidare un modello di intervento capace di reggere nel tempo.
Il messaggio politico è chiaro: la violenza di genere non può essere affrontata solo quando esplode, con interventi emergenziali, ma va contrastata agendo sulle cause profonde. «Il contrasto alla violenza maschile contro le donne non può essere affidato a interventi episodici, ma richiede politiche strutturate, continuative e capaci di agire su più livelli», afferma l’assessora Chiarelli, rivendicando la scelta di investire su strumenti che mirano a produrre un cambiamento reale.
Secondo l’assessora, lo stanziamento regionale rappresenta una presa di posizione netta. «Con questo investimento la Regione Piemonte sceglie di puntare in modo concreto sull’autonomia delle donne, sulla prevenzione culturale e sull’educazione delle giovani generazioni», sottolinea. Il lavoro, la scuola, la comunità diventano così i tre pilastri su cui costruire una strategia che non si limiti a contenere il fenomeno, ma tenti di scardinarlo.
Il lavoro è indicato come uno degli strumenti fondamentali di uscita dalle situazioni di violenza. L’indipendenza economica, infatti, rappresenta spesso la condizione necessaria perché una donna possa sottrarsi a relazioni abusive, ricattatorie o violente. Senza autonomia, il rischio di rimanere intrappolate in legami distruttivi aumenta, così come la difficoltà di denunciare. In questo senso, le politiche regionali mirano a rafforzare percorsi che favoriscano l’inserimento e il reinserimento lavorativo, riconoscendo il lavoro come spazio di libertà e non solo come fonte di reddito.

Accanto al lavoro, la scuola viene individuata come il luogo chiave in cui costruire una cultura diversa. «La scuola è il luogo in cui si formano le nuove generazioni e si costruisce una cultura del rispetto, delle pari opportunità e delle relazioni sane», spiega Chiarelli. Intervenire precocemente significa agire sugli stereotipi di genere, sulle dinamiche di potere, sull’idea stessa di relazione affettiva, che troppo spesso viene contaminata da modelli di possesso, controllo e sopraffazione.
Il fenomeno della violenza di genere, infatti, non nasce all’improvviso. È il risultato di un contesto culturale che per decenni ha normalizzato comportamenti discriminatori, linguaggi sessisti e squilibri di potere. I dati, a livello nazionale e regionale, continuano a mostrare come la violenza non sia confinata a specifici contesti sociali, ma attraversi tutte le classi, tutti i livelli di istruzione e tutte le età. Una trasversalità che rende indispensabile un approccio altrettanto trasversale.
Da qui l’importanza del coinvolgimento dei territori, delle reti sociali, dei luoghi di lavoro e delle università. «È essenziale rafforzare una responsabilità collettiva che non lasci sole le donne», ribadisce l’assessora. Un passaggio che richiama il ruolo delle comunità locali, spesso decisive nel riconoscere i segnali di disagio e nel creare un clima di fiducia che incoraggi la richiesta di aiuto.
Le risorse regionali saranno quindi utilizzate per sostenere progetti che mettano in rete i diversi attori, superando la frammentazione degli interventi. Centri antiviolenza, servizi sociali, istituzioni scolastiche e mondo del lavoro sono chiamati a dialogare, condividere strumenti e costruire percorsi comuni. L’obiettivo è quello di rendere il sistema più accessibile, riconoscibile e capace di rispondere a bisogni complessi, che spesso non si esauriscono con un singolo intervento.
La violenza di genere ha infatti conseguenze profonde, non solo sulle vittime dirette, ma sull’intero tessuto sociale. Produce isolamento, povertà, problemi di salute fisica e psicologica, e ha un impatto diretto anche sui minori che assistono a contesti familiari violenti. Affrontarla significa quindi investire in coesione sociale, in salute pubblica, in qualità delle relazioni.
In questo quadro, la Regione Piemonte rivendica la continuità del proprio impegno. «Continueremo a sostenere un sistema di interventi integrato e diffuso, in coerenza con la legge regionale e con il Piano nazionale», conclude Chiarelli, sottolineando come la lotta alla violenza di genere debba restare una priorità politica e sociale.
La sfida, ora, è trasformare le risorse stanziate in azioni capaci di incidere davvero. Non solo numeri e finanziamenti, ma progetti radicati nei territori, capaci di modificare comportamenti, linguaggi e relazioni. Perché la prevenzione non è un atto simbolico, ma un lavoro lungo, quotidiano, che riguarda l’intera comunità. E che chiama tutti, istituzioni e cittadini, a una responsabilità condivisa.
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