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Curarsi o indebitarsi: in Piemonte la sanità pubblica costringe un milione di persone a scegliere

La sanità che respinge i malati: in Piemonte curarsi è diventato un lusso tra liste chiuse, attese infinite e prestiti per una visita

Curarsi o indebitarsi

Curarsi o indebitarsi: in Piemonte la sanità pubblica costringe un milione di persone a scegliere

C’è un dato che da solo basterebbe a fotografare lo stato di salute del sistema sanitario piemontese: 1,3 milioni di persone, nel solo 2025, hanno rinunciato a curarsi. Non per scelta, non per superficialità, ma perché non potevano permetterselo o perché l’attesa per una visita o un esame era diventata semplicemente incompatibile con la loro condizione. È il quadro che emerge dall’indagine commissionata da Facile.it all’istituto mUp Research, che ha coinvolto oltre mille cittadini tra i 18 e i 74 anni. Un campione statisticamente rappresentativo, ma soprattutto un campanello d’allarme che suona forte.

La rinuncia alle cure non è più un’eccezione, è un fenomeno strutturale. A pesare sono due fattori intrecciati e ormai cronici: il costo delle prestazioni e i tempi di attesa del servizio pubblico. A questi si aggiunge una pratica sempre più diffusa e sempre meno giustificabile: le liste d’attesa chiuse. Otto pazienti su dieci dichiarano di essersi trovati almeno una volta davanti all’impossibilità stessa di prenotare una prestazione. Non una data lontana, non un’attesa di mesi, ma il vuoto totale. Come se il bisogno di salute potesse essere rimandato a data da destinarsi.

Il risultato è un sistema che, di fatto, espelle i pazienti. Chi può paga, chi non può rinuncia. Nel mezzo, una fascia sempre più ampia di cittadini che cerca soluzioni alternative pur di non restare senza diagnosi o senza cure. Non a caso, secondo l’indagine, oltre il 75% dei piemontesi nel 2025 ha fatto ricorso almeno una volta alla sanità privata, spendendo in media 281 euro per singola prestazione. Una cifra che, moltiplicata per esami, visite specialistiche e controlli, diventa rapidamente insostenibile per molti nuclei familiari.

Ma c’è un gradino ancora più basso, ed è quello che racconta meglio di tutti il fallimento del sistema pubblico. Sono circa 135mila i pazienti piemontesi che, pur di non rinunciare a curarsi o per non far saltare il bilancio domestico, hanno chiesto un prestito. A una finanziaria, a un amico, a un parente. Curarsi a debito: una formula che dovrebbe far tremare qualsiasi decisore politico.

I numeri dell’Osservatorio congiunto Facile.it – Prestiti.it rendono il quadro ancora più nitido. Nel 2025, in Piemonte, le richieste di prestiti personali per spese mediche sono state 97mila, pari al 4,4% di tutti i finanziamenti richiesti nella regione. Chi ha fatto domanda ha cercato di ottenere in media 5.909 euro, con una rata mensile di 124 euro da restituire in 54 mesi. Quattro anni e mezzo per pagare una malattia, una diagnosi, una terapia.

Anche il profilo di chi ricorre al prestito racconta una storia precisa. L’età media di chi si indebita per motivi sanitari è 49 anni, ben più alta rispetto ai 44 anni di chi chiede un prestito per altri motivi. Non si tratta quindi di spese occasionali o leggere, ma di bisogni legati a una fase della vita in cui la salute comincia a presentare il conto. Colpisce anche il dato di genere: nel 48% dei casi a chiedere un finanziamento per spese mediche è una donna, una percentuale nettamente superiore rispetto alla media delle richieste di prestito in Piemonte, dove la quota femminile si ferma al 33,4%. Un segnale che intreccia sanità, lavoro e disuguaglianze economiche.

Il messaggio che arriva da questi numeri è brutale: il diritto alla salute, sancito dalla Costituzione, sta diventando una variabile economica. Non conta solo stare male, conta quanto puoi spendere. Se puoi permetterti il privato, salti la coda. Se non puoi, aspetti. O rinunci. O ti indebiti. In ogni caso, il sistema pubblico non riesce più a garantire equità.

La questione delle liste d’attesa è il simbolo più evidente di questo scollamento. Quando non è nemmeno possibile prenotare una prestazione, il servizio sanitario smette di essere un presidio universale e diventa una struttura selettiva. Non per criteri clinici, ma per capacità di spesa. È qui che il sistema mostra il suo lato più fragile e, allo stesso tempo, più ingiusto.

La sanità privata non è il problema in sé. Il problema nasce quando diventa l’unica via percorribile. Quando non è una scelta, ma una necessità. Quando il pubblico non riesce più a reggere la domanda e scarica il peso sui cittadini, trasformando la salute in una voce di bilancio familiare.

Il Piemonte non fa eccezione, ma i numeri raccontano una situazione particolarmente critica. Un milione e trecentomila persone che rinunciano alle cure non sono un incidente statistico. Sono una sconfitta collettiva. E un segnale che dovrebbe imporre un cambio di rotta netto, non l’ennesima promessa di riforma.

Perché un sistema che costringe a scegliere tra curarsi e indebitarsi, o peggio tra curarsi e rinunciare, ha già smesso di funzionare. E continuare a ignorarlo significa accettare che la salute diventi, sempre di più, un privilegio e non un diritto.

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