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09 Febbraio 2026 - 11:44
Rider poveri per legge, ricchi gli algoritmi: l’inchiesta su Glovo squarcia il mito del delivery
Il punto di rottura è arrivato a Milano, ma il problema riguarda tutta l’Italia. Con un provvedimento d’urgenza, il pm Paolo Storari ha disposto il controllo giudiziario per caporalato nei confronti di Foodinho, la società di delivery che fa capo al colosso spagnolo Glovo. Al centro dell’inchiesta c’è una questione che da anni accompagna il mondo delle consegne a domicilio: paghe giudicate sotto la soglia di povertà e un sistema di organizzazione del lavoro che, secondo gli inquirenti, configurerebbe una forma di sfruttamento sistemico.
I numeri danno la misura del fenomeno. I rider impiegati in Italia sarebbero circa 40mila, una platea enorme, composta in larga parte da giovani, studenti, lavoratori precari, migranti. Una forza lavoro che negli ultimi anni è diventata essenziale per il funzionamento delle città, soprattutto durante la pandemia, ma che continua a muoversi in una zona grigia sul piano dei diritti e delle tutele.
Secondo gli accertamenti della procura, il modello adottato da Foodinho avrebbe prodotto compensi incapaci di garantire un reddito dignitoso, anche a fronte di molte ore di lavoro e di condizioni spesso usuranti. Non si tratta solo di quanto viene pagata una singola consegna, ma dell’insieme del sistema: tempi morti non retribuiti, costi scaricati sui lavoratori, assenza di una reale contrattazione individuale, penalizzazioni legate agli algoritmi di assegnazione degli ordini.
Il nodo centrale dell’inchiesta è proprio questo: l’algoritmo. È lui a decidere chi lavora, quanto lavora e quanto guadagna. Un meccanismo che, pur non essendo umano, esercita un potere organizzativo pieno, assimilabile a quello di un datore di lavoro tradizionale. Ed è su questo terreno che la magistratura sta cercando di far emergere la responsabilità delle piattaforme, andando oltre l’etichetta del “lavoro autonomo” spesso utilizzata per inquadrare i rider.

Il reato ipotizzato, quello di caporalato, segna un salto di qualità nell’approccio giudiziario. Non è la prima volta che la magistratura italiana interviene sul settore del delivery, ma l’uso di questa fattispecie penale indica la volontà di leggere il fenomeno come sfruttamento organizzato del lavoro, non come semplice irregolarità contrattuale. Una lettura che tiene conto non solo dei compensi, ma anche delle condizioni complessive in cui i rider operano.
Negli ultimi anni, diverse indagini e rapporti hanno fotografato una realtà fatta di retribuzioni variabili, spesso inferiori ai 5 euro a consegna, con guadagni orari che, una volta sottratti i costi per carburante, manutenzione dei mezzi, assicurazioni e attrezzature, scendono ben al di sotto dei minimi salariali previsti in altri settori. In molti casi, per raggiungere cifre appena sufficienti, i rider sono costretti a lavorare per molte ore consecutive, anche in condizioni climatiche difficili o in orari notturni.
Il tema della povertà lavorativa è centrale. Secondo diverse analisi, una quota significativa dei rider rientra nella categoria dei “working poor”: persone che lavorano ma non riescono comunque a garantirsi un reddito adeguato. Un paradosso che la gig economy ha contribuito ad amplificare, normalizzando l’idea che flessibilità e precarietà siano il prezzo inevitabile dell’innovazione.
Dal punto di vista normativo, il settore è da anni al centro di un braccio di ferro. In Italia si sono susseguiti interventi legislativi, sentenze e protocolli, ma il quadro resta frammentato. Alcuni rider sono stati inquadrati come collaboratori coordinati e continuativi, altri come autonomi, altri ancora come dipendenti, a seconda dei casi e delle piattaforme. Questa incertezza ha favorito modelli aziendali che giocano sui confini della legge, spostando il rischio economico quasi interamente sui lavoratori.
La decisione della procura di Milano arriva in un momento in cui anche a livello europeo il tema è diventato prioritario. L’Unione Europea sta lavorando a una direttiva sul lavoro tramite piattaforme, con l’obiettivo di garantire maggiore trasparenza sugli algoritmi e di contrastare le false partite Iva. L’Italia, con le sue inchieste giudiziarie, si trova quindi al centro di un dibattito che va ben oltre i confini nazionali.
Dal canto loro, le piattaforme hanno sempre difeso il proprio modello, sostenendo di offrire opportunità di lavoro flessibili e di aver introdotto nel tempo miglioramenti in termini di sicurezza e compensi. Ma la distanza tra la narrazione aziendale e la realtà raccontata da molti rider resta ampia. Le testimonianze parlano di ricatti indiretti, di punteggi che penalizzano chi rifiuta le consegne, di esclusioni improvvise dalla piattaforma senza reali possibilità di difesa.
Il provvedimento di controllo giudiziario rappresenta quindi un segnale forte. Non una condanna, ma un atto che indica la gravità delle contestazioni e la necessità di un monitoraggio stretto. Un messaggio che parla anche ad altre realtà del settore, perché il modello del delivery non è un’eccezione, ma una delle espressioni più evidenti di un cambiamento profondo del lavoro.
Il caso Foodinho-Glovo riporta al centro una domanda che riguarda l’intero sistema economico: fino a che punto l’innovazione può giustificare la compressione dei diritti? E soprattutto, chi paga davvero il prezzo della comodità con cui, ogni giorno, milioni di persone ordinano un pasto con un click?
La risposta, oggi, passa anche dalle aule di giustizia. E potrebbe segnare un precedente destinato a pesare sul futuro della gig economy in Italia.
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