L’ordine pubblico non può essere chiamato a risolvere ogni tensione, emergenza o fragilità che attraversa la società. È questo il principio cardine messo nero su bianco nella circolare del 7 giugno 2017 firmata dall’allora capo della Polizia Franco Gabrielli, tornata in questi giorni al centro del dibattito dopo il richiamo del ministro della Difesa Guido Crosetto. Un documento che ha segnato un passaggio chiave nella gestione degli eventi pubblici e delle manifestazioni di piazza, chiarendo in modo netto che la sicurezza non può ricadere esclusivamente sulle forze di polizia.

La circolare nasce all’indomani dei fatti di piazza San Carlo a Torino, il 3 giugno 2017, quando durante la finale di Champions League tra Juventus e Real Madrid, trasmessa sui maxischermi, il panico esplose tra migliaia di tifosi. Un gruppo utilizzò spray al peperoncino per aprirsi una via di fuga dopo una serie di furti, provocando una fuga di massa che causò due morti e centinaia di feriti. Una tragedia che mise in luce falle evidenti nell’organizzazione e nella gestione degli spazi, ben oltre il perimetro dell’ordine pubblico in senso stretto.

Piazza San Carlo nella serata della finale di Champions League
Da quell’evento scaturì una presa di posizione chiara. Nella circolare indirizzata a tutti i prefetti e questori, Gabrielli spiegava che prima dell’intervento delle forze di polizia devono essere garantiti tutti quei «dispositivi e misure strutturali a salvaguardia dell'incolumità delle persone» che competono ad altre amministrazioni e agli organizzatori degli eventi. È qui che entra in gioco il concetto di “safety”, distinto ma complementare a quello di “security”.
Nella safety rientrano tutti gli aspetti organizzativi e strutturali: la valutazione del «massimo affollamento sostenibile» di una piazza, il divieto di vendita di bottiglie, la regolamentazione e il monitoraggio degli accessi, i piani di emergenza ed evacuazione, i percorsi di accesso e deflusso, i corridoi per i mezzi di soccorso e i punti di prima assistenza sanitaria. Sono misure che devono essere predisposte prima dell’evento e che non possono essere improvvisate.
La security, invece, riguarda le attività proprie delle forze di polizia: sopralluoghi e verifiche preliminari, bonifiche delle aree, raccolta di informazioni per la «valutazione della minaccia», attenzione alle fasi di deflusso, protezione delle aree sensibili, controlli e zone di prefiltraggio. Due ambiti distinti, ma destinati a convivere e a rafforzarsi a vicenda.
Il punto di incontro tra safety e security è individuato nel Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica, luogo in cui le diverse responsabilità devono integrarsi. Ed è proprio su questo equilibrio che Gabrielli fissava una linea invalicabile: «Il modello organizzativo delineato presuppone lo scrupoloso riscontro delle garanzie di safety e di security necessariamente integrate in quanto requisiti imprescindibili di sicurezza senza i quali, pertanto, le manifestazioni non potranno aver luogo». Una conclusione netta, rafforzata da un passaggio che non lascia spazio a interpretazioni: «Mai ragione di ordine pubblico potranno consentire lo svolgimento, comunque, di manifestazioni che non garantiscano adeguate misure di safety».
Parole che, a distanza di anni, continuano a pesare nel confronto politico e istituzionale ogni volta che una piazza diventa teatro di eventi, proteste o grandi manifestazioni, ricordando che la sicurezza non è solo controllo, ma prima di tutto prevenzione, organizzazione e responsabilità condivisa.