In Italia quasi un adulto su due manifesta forme più o meno marcate di esitazione vaccinale. Non un rifiuto netto, ma un’area grigia fatta di dubbi, rinvii, incertezze che oggi rappresentano una delle principali sfide per la sanità pubblica. È quanto emerge da una vasta indagine coordinata dal Dipartimento di Scienze della Sanità Pubblica e Pediatriche dell’Università di Torino, pubblicata sulla rivista scientifica The Lancet Regional Health – Europe, che restituisce l’immagine di un fenomeno complesso, stratificato e fortemente influenzato dal contesto sociale e culturale.
Lo studio, basato su un campione di oltre 52 mila persone, mostra come l’esitazione non sia riconducibile a un unico fattore. Al contrario, varia in base a età, livello di istruzione, esperienze personali, orientamento politico e religioso, ma soprattutto in relazione al grado di fiducia nelle istituzioni e nei sistemi sanitari. Un dato che conferma come il tema dei vaccini non si giochi più soltanto sul terreno della sicurezza scientifica, quanto su quello – più fragile – della credibilità e della comunicazione.

«L’esitazione vaccinale continua a rappresentare una delle principali sfide per i programmi di immunizzazione e per la tutela della salute pubblica», spiega Fabrizio Bert, professore ordinario e direttore del Dipartimento torinese che ha coordinato la ricerca. Ma, precisa, il quadro è cambiato rispetto al passato: «I risultati suggeriscono che oggi l’esitazione vaccinale dipende meno da timori legati alla sicurezza dei vaccini e più dalla difficoltà di comunicare efficacemente il valore della vaccinazione».
È proprio su questo punto che lo studio individua uno snodo decisivo. Non basta più dimostrare che i vaccini sono sicuri ed efficaci: occorre riuscire a trasmettere il senso della scelta, il suo valore individuale e collettivo, in un contesto segnato da sfiducia, polarizzazione e sovraccarico informativo. In questo scenario, assumono un peso centrale le figure di riferimento all’interno delle comunità.
«L’esitazione vaccinale risulta più elevata tra le persone che non percepiscono un chiaro sostegno alla vaccinazione da parte di operatori sanitari, insegnanti o leader religiosi», sottolinea ancora Bert. Un passaggio che allarga lo sguardo oltre gli ambulatori e gli ospedali, chiamando in causa la scuola, il mondo associativo e i luoghi della socialità come spazi chiave per ricostruire fiducia.
Gli autori dello studio parlano esplicitamente della necessità di superare un approccio limitato ai contesti sanitari tradizionali. Le strategie di prevenzione, secondo la ricerca, devono diventare più inclusive e mirate, basate su dati sempre più granulari e capaci di adattarsi ai diversi sottogruppi della popolazione. In altre parole, non una comunicazione uniforme, ma messaggi differenziati, calibrati sui contesti culturali e sociali in cui maturano le esitazioni.
Accanto alla comunicazione, resta centrale il tema dell’accessibilità dei servizi vaccinali e della loro qualità. «Rafforzare l’accessibilità e ricostruire un rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni rimane una priorità», conclude lo studio, che richiama anche l’urgenza di una comunicazione depoliticizzata e fondata su solide evidenze scientifiche. Un richiamo che suona come una lezione appresa negli anni più duri della pandemia e che oggi, alla luce dei dati, appare tutt’altro che superata.
Il quadro che emerge dalla ricerca torinese non è quello di un Paese ostile ai vaccini, ma di una società attraversata da dubbi persistenti, in cui la decisione vaccinale è sempre meno automatica e sempre più legata alla qualità delle relazioni di fiducia. Ed è proprio su quel terreno, suggerisce lo studio, che si gioca la partita decisiva per il futuro della prevenzione.