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04 Febbraio 2026 - 11:38
Curati contro il cancro, scoperti contro l’influenza: perché i pazienti oncologici restano senza vaccini?
C’è un paradosso che attraversa silenziosamente la sanità italiana e che riguarda proprio i pazienti più fragili: mentre le terapie oncologiche diventano sempre più efficaci e sofisticate, la prevenzione delle infezioni resta spesso un anello debole, sottovalutato e disorganizzato. I numeri sulle vaccinazioni contro influenza, pneumococco ed Herpes zoster tra i malati di tumore raccontano una realtà preoccupante, fatta di coperture insufficienti e di un rischio che continua a essere accettato come inevitabile, quando invece è largamente evitabile.
Il dato più allarmante riguarda l’influenza stagionale: meno di un paziente oncologico su due risulta vaccinato. Ancora peggio va per pneumococco e Herpes zoster, con percentuali di adesione decisamente più basse. Una situazione che espone persone già indebolite dalla malattia e dalle terapie a un pericolo concreto di infezioni gravi, ricoveri, interruzioni dei trattamenti e, nei casi peggiori, a un peggioramento della prognosi. Non si tratta di un dettaglio marginale, ma di una falla strutturale nella presa in carico complessiva del paziente oncologico.
Il tema sarà al centro del convegno organizzato dall’ospedale San Luigi Gonzaga di Orbassano in occasione del World Cancer Day, in programma il 19 febbraio nell’Aula Magna del Campus universitario Luigi Einaudi. Un appuntamento che nasce proprio dall’urgenza di riportare l’attenzione su un aspetto della cura che troppo spesso resta sullo sfondo, nonostante le raccomandazioni scientifiche siano chiare da anni.
Oggi in Italia vivono oltre 3,7 milioni di persone con una diagnosi di tumore, pari a circa il 6,2% della popolazione. Quasi una persona su quattro convive con la malattia da più di 15 anni, grazie ai progressi della ricerca e all’efficacia delle terapie. Numeri destinati a crescere ulteriormente, anche per effetto dell’invecchiamento della popolazione. Questo scenario impone un cambio di prospettiva: il paziente oncologico non è più solo una persona da curare in fase acuta, ma un cittadino che necessita di una presa in carico globale, continua, capace di integrare terapie, prevenzione e qualità della vita.
In questo contesto, le infezioni rappresentano una delle principali cause di complicanze. Chi affronta chemioterapia, immunoterapia o radioterapia ha spesso un sistema immunitario compromesso. Un’infezione che in un soggetto sano può risolversi senza conseguenze, in un paziente oncologico può tradursi in ricoveri prolungati, ritardi nelle cure, sospensioni delle terapie o addirittura in un rischio diretto per la vita. Ogni interruzione del percorso terapeutico ha un costo clinico, umano ed economico che il sistema sanitario non può permettersi di ignorare.

Eppure, nonostante questo quadro sia noto, la vaccinazione continua a non essere percepita come parte integrante della cura oncologica. Spesso resta affidata all’iniziativa del singolo medico o del paziente, senza percorsi strutturati, senza un coordinamento efficace tra oncologi, medici di medicina generale e servizi di igiene pubblica. Il risultato è una prevenzione frammentata, discontinua, che lascia scoperti proprio coloro che avrebbero più bisogno di protezione.
Il convegno del 19 febbraio nasce con l’obiettivo di affrontare questo nodo in modo diretto. Non solo per ribadire l’importanza dei vaccini, ma per interrogarsi su come renderli realmente accessibili e integrati nei percorsi di cura. L’attenzione sarà rivolta in particolare ai medici in formazione specialistica in Oncologia, Radioterapia e Medicina Preventiva, chiamati a diventare protagonisti di un cambiamento culturale e organizzativo. La sfida non è solo clinica, ma anche comunicativa: informare correttamente pazienti e caregiver, superare paure infondate, contrastare la disinformazione che ancora circola intorno ai vaccini.
Il problema, infatti, non è soltanto la mancanza di offerta, ma anche la percezione del rischio. In molti casi, il vaccino viene vissuto come un elemento secondario rispetto alla terapia antitumorale, o addirittura come un potenziale ostacolo. Una visione che non trova riscontro nelle evidenze scientifiche, ma che continua a influenzare comportamenti e scelte. Rafforzare la cultura della prevenzione significa anche chiarire che vaccinarsi non indebolisce il percorso di cura, ma lo rende più sicuro.
C’è poi un aspetto organizzativo che non può essere ignorato. Investire nella prevenzione vaccinale significa ridurre i ricoveri evitabili, alleggerire la pressione sugli ospedali, garantire una maggiore continuità terapeutica. In un sistema sanitario sotto stress, segnato da carenze di personale e risorse limitate, la prevenzione non è un lusso ma una scelta strategica. Ogni infezione evitata è un posto letto risparmiato, un trattamento che può proseguire senza interruzioni, una qualità di vita migliore per il paziente.
Il caso delle vaccinazioni nei malati oncologici è emblematico di un problema più ampio: la difficoltà del sistema sanitario di passare da una logica emergenziale a una visione realmente integrata della cura. Curare il tumore non basta se poi si lasciano scoperti i pazienti da rischi prevedibili e prevenibili. La qualità dell’assistenza si misura anche nella capacità di anticipare le complicanze, non solo di reagire quando si presentano.
L’appuntamento di Orbassano rappresenta dunque un momento di confronto necessario, ma anche un banco di prova. Perché l’allarme sui bassi livelli di vaccinazione non è nuovo, e non può restare confinato a un convegno o a una giornata simbolica. Servono scelte organizzative chiare, percorsi dedicati, una responsabilità condivisa tra professionisti e istituzioni. Altrimenti, il rischio è che la prevenzione continui a essere l’anello debole di un sistema che, paradossalmente, sa curare sempre meglio ma protegge ancora troppo poco.
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