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05 Febbraio 2026 - 09:10
Sacchi, materassi e materiali abbandonati nella zona industriale. Le foto mostrano ciò che tutti temono: degrado, incuria e menefreghismo
«Queste foto sono l’immagine di voi stessi. Incivili… fate schifo!». Parole dure, scritte di getto da una cittadina esasperata e condivise nel gruppo social “Sei di Livorno Ferraris se…”. Colpiscono, dividono, fanno discutere, ma soprattutto nascono da immagini che non lasciano spazio a interpretazioni.
Le foto parlano chiaro: sacchi neri abbandonati, materassi disfatti, secchi, rifiuti domestici e materiali edili scaricati senza alcun rispetto nella zona industriale di Livorno Ferraris. Un’area che dovrebbe essere sinonimo di lavoro e sviluppo e che invece appare trasformata in una discarica a cielo aperto. Qui non c’è incuria casuale, ma una scelta precisa: liberarsi dei propri rifiuti nel modo più semplice e comodo possibile, lontano da casa, lontano dagli occhi, lontano dal senso di responsabilità.

Livorno Ferraris, zona industriale
La neve caduta in questi giorni copre appena il degrado, come un velo sottile che non riesce a nascondere la verità. Sotto resta tutto: plastica, ferro, ingombri e soprattutto un’idea distorta di civiltà, dove il “tanto non mi vede nessuno” vale più del rispetto per il territorio e guida coscienze spente. In mezzo ai campi, dove dovrebbe esserci silenzio, spazio e respiro, troviamo invece il peso dell’incuria: materassi che parlano di comodità buttata via, sacchi che odorano di casa trasferita illegalmente all’aperto, resti di lavori edili che gridano una verità scomoda: smaltire correttamente costa, sporcare no. Ogni sacco racconta un fallimento collettivo: mani che hanno scaricato, occhi che hanno guardato altrove, coscienze spente dal menefreghismo.
Forse le parole sono state forti, ma più forte è ciò che mostrano le immagini. La zona industriale diventa il luogo perfetto: nessuno guarda, nessuno vive lì, nessuno, apparentemente, paga. Ma il conto arriva lo stesso. Lo paga l’ambiente, lo paga l’immagine del territorio. Lo paghiamo tutti.
Sotto le immagini della zona industriale trasformata in discarica, i commenti non si fanno attendere. Non sono misurati, non sono eleganti, spesso sono crudi, rabbiosi, senza filtri. Ma raccontano un malessere reale: chi abbandona i rifiuti per non pagare lo smaltimento, chi mostra furbizia travestita da risparmio, chi invoca controlli più frequenti e chi, esasperato, mette in discussione l’efficacia dei controlli. L’impunità alimenta l’inciviltà: quando un territorio sembra “zona franca”, chi abbandona rifiuti si sente autorizzato a farlo senza conseguenze. La frustrazione cresce e si trasforma in rabbia, che sui social esplode senza filtri, travolgendo colpevoli reali, istituzioni, forze dell’ordine e cittadini.
Commenti duri, verità senza filtri
« Pezzi di …. Se mi chiamano lo facevo io a pagamento, ma per non pagare lo buttano in giro. Tirchi e incivili.»
«Ci sarebbe da andare lì e prendere le impronte (se fosse possibile). Tanto i carabinieri in quelle zone forse vanno una volta ogni due mesi a controllare. Perciò è facile fare tutto ciò.»
«Punto 1 i carabinieri di Livorno Ferraris fanno schifo non sanno fare il loro lavoro. Punto 2 a voi che … vi cambia»
Dietro queste frasi dure resta una verità scomoda: chi abbandona i rifiuti danneggia tutti, e chi assiste a queste scene giorno dopo giorno si sente impotente, non ascoltato e stanco di segnalare.
Forse non servono più insulti, servono risposte. Perché un territorio lasciato senza controllo non diventa solo una discarica: diventa un luogo dove il rispetto smette di essere la regola e la rabbia prende il suo posto. Queste immagini sono uno specchio. Non riflettono Livorno Ferraris, riflettono chi pensa che le regole valgano solo quando fanno comodo. Non è degrado “anonimo”: è degrado firmato da chi abbandona, da chi giustifica, da chi minimizza. Da chi confonde la libertà con l’irresponsabilità.
La neve si scioglierà, i rifiuti resteranno. E con loro una domanda semplice, impossibile da ignorare: se questo è il modo in cui trattiamo il territorio, come pensiamo di meritare un futuro migliore?


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