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Tutti al bar di Romano Canavese. Storie di cugini, denunce, mediazioni e consigli comunali pieni di "no"

Sindaco e vicesindaco costretti a lasciare l’aula per i legami con la GBS. La minoranza va allo scontro e annuncia un esposto, mentre il consiglio boccia la variazione di bilancio su una mediazione giudicata inutile e dannosa

Il bar di Romano spacca il consiglio comunale: conflitto di interessi ed esposto annunciato

Oscarino Ferrero

Il consiglio comunale di Romano Canavese si è aperto, l’altra sera, sotto il segno di un conflitto di interessi tanto evidente quanto politicamente devastante, con l’ombra di un esposto già annunciato e pronto a spostare la vicenda ben oltre le mura dell’aula consiliare. Prima ancora di entrare nel merito della procedura di mediazione legata al chiosco comunale – il bar Drop-In – il Consiglio ha dovuto prendere atto di un fatto che da solo racconta la gravità della situazione: sindaco e vicesindaco sono stati costretti ad abbandonare la seduta perché legati da rapporti familiari diretti alla GBS di Giavina Barbara e Stefania Snc, la società che ha promosso la mediazione contro il Comune.

Un’uscita obbligata, imposta dalla legge e dal buon senso, che ha però pesato come un macigno sull’intera discussione. Perché la vicenda del chiosco non nasce oggi, né ieri. È una storia che affonda le radici in oltre 25 anni di gestione diretta dell’immobile comunale, senza bando pubblico, e che nel tempo è stata seguita e amministrata proprio da chi, al momento decisivo, non ha potuto sedersi ai banchi per votare. Un cortocircuito politico e amministrativo che la minoranza ha deciso di non lasciar passare sotto silenzio.

Morale? I consiglieri Andrea Peruzzi, Emanuela Casotti e Stefano Avanzi, del gruppo "Il paese da vivere", hanno depositato una comunicazione formale, messa agli atti, con cui hanno dichiarato conclusa ogni fase di interlocuzione politica sulla vicenda. Contestualmente hanno annunciato la presentazione di un esposto alle autorità competenti. Non un gesto simbolico, ma un atto che segna un cambio di livello: dalla dialettica consiliare al terreno delle responsabilità amministrative e contabili.

Andrea peruzzi

Andrea Peruzzi, Stefan Avanzi e Emanuela Casotti

A chiarire il quadro giuridico è stato l’avvocato Alessandro Nicola di Scarmagno, consulente del Comune, chiamato a spiegare come l’Ente sia arrivato a una procedura di mediazione che, di fatto, non risolve nulla. La mediazione non evita il bando pubblico, non mette al riparo il Comune da un eventuale contenzioso e comporta costi certi e immediati. Una relazione propedeutica alla votazione sul prelevamento dal fondo rischi contenzioso, necessario per finanziare l’assistenza stragiudiziale in vista dell’incontro di mediazione fissato per venerdì 6 febbraio, con un incarico da circa quattromila euro.

È emerso in modo netto che la mediazione non rappresenta una soluzione, ma solo un passaggio oneroso. In ogni scenario possibile, il Comune dovrà comunque sostenere le spese della procedura, i costi legali e, se la vertenza dovesse proseguire, ulteriori oneri. Un percorso che non tutela l’Ente e che rischia di gravare in modo significativo sulle casse comunali, aprendo la strada a una causa che nasce, secondo la minoranza, da una gestione tardiva e pasticciata.

Il nodo politico, però, resta quello delle scelte mancate. Per anni – e anche nel luglio 2024 – la minoranza aveva chiesto di chiarire lo stato del contratto del chiosco e di avviare per tempo le procedure per il bando pubblico. La risposta del sindaco Oscarino Ferrero era sempre stata la stessa: “i tempi non sono maturi”. Oggi quella risposta appare difficilmente sostenibile. La mancata disdetta nei dodici mesi previsti dalla legge – l’unico atto che avrebbe impedito l’avvio della mediazione – è rimasta senza una spiegazione convincente, soprattutto alla luce del conflitto di interessi emerso in modo così netto, con Barbara Giavina, cugina del sindaco e compagna del vicesindaco Gianni Goia.

Durante la seduta è emerso un altro elemento politicamente rilevante: nemmeno i consiglieri di maggioranza erano stati informati in modo chiaro delle implicazioni economiche e giuridiche della mediazione. La discussione ha mostrato una maggioranza sorpresa, messa davanti ai fatti e chiamata a votare su una scelta che non aveva contribuito a costruire.

Il voto finale ha segnato uno strappo clamoroso. Maggioranza e minoranza hanno infatti bocciato insieme la variazione di bilancio, respingendo il tentativo di finanziare una procedura giudicata inutile e dannosa. L’unica eccezione è stata l’astensione del consigliere Antonio Rao.

La seduta ha fatto emergere anche un quadro più ampio di difficoltà amministrativa. Il Consiglio è riuscito a discutere solo una parte delle interpellanze della minoranza, accumulate nei mesi precedenti a causa delle lunghe mancate convocazioni dell’assemblea. Dal lavatoio del Gurgo all’ex mulino di Cascine, passando per i servizi scolastici e la protezione civile. Alcune risposte sono arrivate via email, senza protocollo e senza carta intestata, con errori e dati mancanti. Di fronte alle contestazioni, il sindaco Oscarino Ferrero ha dato la colpa agli uffici prendendo le distanze da atti che restano però, formalmente e politicamente, di sua competenza.

Ne è uscita l’immagine di un’amministrazione in affanno, segnata da improvvisazione e perdita di controllo politico, una situazione che ha messo in difficoltà persino i consiglieri di maggioranza e che ha coinvolto anche il neo-vicesindaco Gianni Goia, rimasto intrappolato in una gestione sempre più fragile e carica di imbarazzi.

Insomma, il Consiglio comunale non ha semplicemente bocciato una variazione di bilancio. Ha certificato una crisi politica profonda, fatta di ritardi, parentele ingombranti e decisioni mancate. Questa volta il conto potrebbe non arrivare dal Consiglio comunale. E potrebbe arrivare molto presto.

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