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03 Febbraio 2026 - 10:59
Il virus Nipah può diventare una nuova pandemia? Cosa dicono davvero i dati dall’India
Il nome fa paura, i numeri colpiscono, il contesto globale non aiuta a stare tranquilli. Quando si parla di virus Nipah, l’attenzione sale automaticamente, soprattutto dopo anni in cui una pandemia ha cambiato il modo di guardare alle malattie infettive. Negli ultimi giorni il tema è tornato al centro dell’attenzione per un nuovo focolaio segnalato in India, nello Stato del Bengala Occidentale, una delle aree più densamente popolate del pianeta. Eppure, se i dati impongono prudenza, non giustificano – almeno per ora – l’allarmismo.
Il 26 gennaio le autorità sanitarie indiane hanno notificato all’Organizzazione mondiale della sanità la conferma di due casi di infezione da virus Nipah. A essere colpiti sono stati due operatori sanitari che lavoravano nello stesso ospedale privato della città di Barasat, non lontano da Calcutta. Una notizia che ha immediatamente acceso i riflettori su un virus noto per la sua elevata letalità e inserito da tempo tra quelli a potenziale pandemico. Ma la fotografia reale della situazione è più contenuta di quanto i titoli possano far pensare.
Uno dei due pazienti ha avuto bisogno di ventilazione polmonare, mentre l’altro, inizialmente colpito da gravi sintomi neurologici, ha mostrato un miglioramento clinico. Le autorità indiane hanno reagito con rapidità: sono stati isolati e testati oltre 190 contatti, tutti risultati negativi. Al momento non sono stati identificati altri casi, né segnali di diffusione incontrollata. Un dato cruciale per comprendere il quadro.
Non si tratta, peraltro, di un evento inedito. Il Bengala Occidentale ha già registrato focolai di Nipah nel 2001 e nel 2007. Più di recente, casi isolati erano emersi anche nello Stato del Kerala, nel sud dell’India, nel 2023 e all’inizio della scorsa estate. Episodi diversi tra loro, distanti nel tempo e nello spazio, ma accomunati da una caratteristica costante: non hanno mai dato origine a una diffusione su larga scala.
Per capire perché il Nipah faccia così paura, bisogna partire dalla sua natura. Si tratta di una malattia zoonotica, cioè di un’infezione che può passare dagli animali all’uomo. Il virus, il cui nome scientifico è Henipavirus nipahense, ha come serbatoi naturali i pipistrelli frugivori del genere Pteropus, noti anche come “volpi volanti”. Questi animali, diffusi in varie aree dell’Asia e dell’Oceania, possono trasmettere il virus direttamente ad altri animali o contaminare l’ambiente circostante attraverso saliva, urine e feci.

Il contagio umano avviene in diversi modi, ma non è semplice né immediato. Una persona può infettarsi entrando in contatto diretto con animali malati, come pipistrelli, maiali o cavalli. Oppure consumando frutta contaminata o la linfa della palma da dattero, una bevanda tradizionale in alcune regioni, se raccolta senza protezioni adeguate. La trasmissione da persona a persona è possibile, ma avviene solo in caso di contatti molto stretti, tipicamente in ambienti sanitari sovraffollati, con scarsa ventilazione e dispositivi di protezione insufficienti.
Questo è uno degli elementi chiave che distingue il Nipah da virus più facilmente trasmissibili. Non si diffonde per via aerea in modo efficiente, non circola liberamente nella popolazione, non “corre” da una persona all’altra con la rapidità di un’influenza o di un coronavirus. Serve prossimità, serve esposizione diretta, serve una catena di eventi precisa.
I sintomi dell’infezione, però, possono trarre in inganno. Dopo un periodo di incubazione che in genere va dai 3 ai 14 giorni, ma che in casi rari può arrivare fino a 45 giorni, la malattia può esordire con segnali comuni: febbre, mal di testa, tosse, difficoltà respiratorie, stanchezza, nausea, vomito o diarrea. Disturbi che somigliano a molte altre infezioni virali e che rendono difficile una diagnosi immediata.
In alcuni casi l’infezione resta asintomatica o molto lieve. In altri, invece, può evolvere rapidamente in forme gravi, con encefalite, cioè un’infiammazione del cervello, convulsioni, perdita di coscienza e morte. Circa un paziente su cinque tra coloro che sviluppano la malattia può riportare danni neurologici a lungo termine. È questo doppio volto – da un lato forme lievi o invisibili, dall’altro esiti drammatici – a rendere il Nipah così insidioso.
La letalità del virus è elevata. Nelle epidemie documentate in Bangladesh, India, Malesia e Singapore, il tasso di mortalità è oscillato tra il 40% e il 75%, a seconda della rapidità della diagnosi e della qualità delle cure disponibili. Al momento non esistono vaccini autorizzati né terapie antivirali specifiche. Il trattamento si basa esclusivamente su cure di supporto, in particolare per gestire le complicanze respiratorie e neurologiche.
Questi numeri, però, vanno letti con cautela. Come ha spiegato la giornalista scientifica Roberta Villa, molti casi lievi o asintomatici non vengono mai diagnosticati. Questo significa che i dati ufficiali fotografano soprattutto i casi più gravi, creando una percezione distorta del rapporto tra infezioni e decessi. In altre parole, vediamo solo la punta dell’iceberg, mentre la base resta in gran parte invisibile.
Proprio per la sua pericolosità potenziale, il virus Nipah è classificato dai Centers for Disease Control and Prevention statunitensi al livello di biosicurezza 4, lo stesso riservato a virus come Ebola. È una categoria che indica la necessità di massime misure di contenimento nei laboratori. Ma questo non equivale automaticamente a un pericolo imminente per la popolazione globale.
Nella situazione attuale, l’OMS valuta il rischio come moderato a livello subnazionale in India e basso a livello nazionale, regionale e globale. Una valutazione condivisa anche dal Centro Europeo per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie, secondo cui l’eventuale ingresso del virus in Europa potrebbe avvenire solo tramite viaggiatori infetti, uno scenario considerato improbabile. Inoltre, l’assenza in Europa dei pipistrelli frugivori che fungono da serbatoio naturale riduce ulteriormente il rischio di trasmissione secondaria.
Il quadro che emerge, dunque, è chiaro: il virus Nipah va monitorato con grande attenzione, ma non rappresenta oggi una minaccia pandemica imminente. I sistemi di sorveglianza funzionano, i casi vengono individuati, i contatti tracciati, le catene di contagio interrotte. È esattamente ciò che dovrebbe accadere.
La lezione, semmai, è un’altra. In un mondo sempre più interconnesso, i salti di specie e le infezioni zoonotiche continueranno a verificarsi. Non tutto ciò che è pericoloso diventa automaticamente globale. La differenza la fanno la trasmissibilità, la rapidità di risposta e la trasparenza delle informazioni.
Nel caso del Nipah, oggi, l’attenzione è giustificata. Il panico no.
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