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03 Febbraio 2026 - 14:11
Tari sempre più pesante, l’indagine Uil fotografa un sistema iniquo tra rincari, disuguaglianze e servizi insufficienti
La tassa rifiuti continua a crescere e a colpire in modo diseguale i contribuenti italiani, diventando sempre più una voce pesante nei bilanci familiari. È il quadro che emerge dall’indagine conoscitiva sulla Tari realizzata dal Servizio Stato Sociale, Politiche Fiscali e Previdenziali, Immigrazione della Uil, che analizza l’andamento del tributo dal 2020 al 2025 in 109 città capoluogo di provincia, mettendo in luce una gestione dei rifiuti segnata da profonde contraddizioni strutturali e territoriali.
Secondo lo studio, la Tari, nata per coprire i costi di raccolta e smaltimento, si è progressivamente trasformata in un prelievo fiscale sempre più gravoso, spesso scollegato sia dalla qualità del servizio erogato sia dal principio di equità. A pesare sono soprattutto la carenza di impianti di trattamento e riciclo, il ricorso ancora diffuso alle discariche e la frammentazione del sistema di gestione, che genera extracosti scaricati direttamente su famiglie e imprese.
L’analisi prende come riferimento un nucleo familiare di quattro persone residente in un’abitazione di 80 metri quadrati, includendo quota fissa, quota variabile, tributo provinciale ambientale e componenti perequative Arera. Dove è in vigore la tariffazione puntuale, la stima considera gli svuotamenti minimi e include l’Iva. Un dato metodologico che consente un confronto omogeneo tra territori, pur evidenziando una criticità aggiuntiva: in molti Comuni, segnala la Uil, mancano trasparenza e chiarezza nella pubblicazione delle delibere tariffarie, rendendo difficile per i cittadini comprendere come si arrivi all’importo finale in bolletta.

Nel 2025, il costo medio nazionale della Tari si attesta a 350 euro annui, ma dietro questa media si nasconde una forbice impressionante. In cima alla classifica delle città più care c’è Pisa, dove una famiglia tipo arriva a pagare 650 euro l’anno. Seguono Brindisi con 529 euro, Pistoia con 524, Trapani con 521, Genova con 518, Barletta con 517 e Taranto con 509 euro. Poco sotto la soglia dei 500 euro si collocano Agrigento, Napoli e Reggio Calabria.
All’estremo opposto, ci sono territori in cui il peso della tassa è meno che dimezzato rispetto ai picchi più alti. La Spezia è la città più virtuosa con 180 euro annui, seguita da Novara e Belluno a 204 euro, Fermo a 205, Brescia a 208, Cremona e Trento a 217, Ascoli Piceno a 218, Vercelli a 220 e Pordenone a 222 euro. Una differenza che, secondo il sindacato, non può essere giustificata solo da fattori geografici o demografici.
Il divario emerge con chiarezza anche guardando alle Città Metropolitane, dove Genova guida la classifica con 518 euro, seguita da Napoli con 499 e Reggio Calabria con 494. Più in basso si collocano Torino con 365 euro, Roma con 334, Firenze con 332, mentre Milano scende a 294 e Bologna a 236 euro. Ancora una volta, differenze marcate che riflettono modelli di gestione molto diversi e, spesso, livelli di servizio non proporzionati al costo sostenuto dai cittadini.
L’indagine ricostruisce anche l’andamento storico della Tari dal 2020 al 2025, mostrando come nella maggior parte dei capoluoghi il tributo sia cresciuto in modo costante. In alcune città l’aumento supera abbondantemente il 10% in cinque anni, mentre solo in pochi casi si registrano lievi riduzioni o stabilità. La tendenza generale, sottolinea la Uil, è quella di una traslazione progressiva dei costi delle inefficienze strutturali sui contribuenti, senza un parallelo miglioramento del servizio.
«Una tassa concepita per coprire i costi di raccolta e smaltimento si è trasformata in un prelievo sempre più gravoso, scollegato dal principio di equità fiscale e dai livelli reali di servizio offerti», afferma Santo Biondo, segretario confederale Uil. Secondo Biondo, le forti differenze tariffarie tra territori sono il risultato di scelte politiche sbagliate e di un sistema di gestione dei rifiuti diseguale e frammentato. In molte aree del Paese, non solo nel Mezzogiorno, la mancanza cronica di impianti costringe i Comuni a trasferire i rifiuti fuori territorio, con costi aggiuntivi che finiscono inevitabilmente nelle bollette.
In questo scenario, il Pnrr avrebbe potuto rappresentare una svolta, ma lo stato di attuazione dei progetti, osserva la Uil, è ancora disomogeneo e spesso troppo lento per produrre effetti concreti sulla riduzione della Tari. Anche strumenti come la tariffazione puntuale (Tarip), ispirata al principio “chi inquina paga”, rischiano di diventare un ulteriore aggravio se non accompagnati da investimenti strutturali in impianti, mezzi, personale e organizzazione. «La Tarip non può essere un alibi per trasferire sui cittadini responsabilità che spettano alle amministrazioni e ai gestori», avverte Biondo, sottolineando il rischio di disservizi, conflitti sociali e penalizzazioni economiche per i lavoratori del settore.
La conclusione dell’indagine è netta: senza politiche pubbliche di lungo periodo, una governance trasparente e un monitoraggio costante sull’uso delle risorse, la gestione dei rifiuti continuerà a essere un’emergenza strutturale. Un’emergenza che, ancora una volta, viene pagata soprattutto da chi ha meno e chiede bollette più eque, servizi migliori e un sistema ambientale davvero sostenibile e giusto.

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