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Michel Gondry arriva a Torino e trasforma la Mole in una fabbrica di sogni

Dal 27 al 29 maggio il regista francese sarà ospite del Museo Nazionale del Cinema per ricevere la Stella della Mole e raccontare un’idea di cinema artigianale, libero e profondamente contemporaneo

Michel Gondry

Michel Gondry arriva a Torino e trasforma la Mole in una fabbrica di sogni

Torino si prepara ad accogliere uno dei nomi più liberi, riconoscibili e anticonvenzionali del cinema contemporaneo. Michel Gondry, regista, sceneggiatore e artista visivo francese, sarà ospite del Museo Nazionale del Cinema dal 27 al 29 maggio 2026 per ricevere la Stella della Mole, tenere una masterclass e inaugurare una retrospettiva dedicata alla sua opera. Un evento che non si limita alla celebrazione di una carriera, ma che diventa occasione per riflettere sul cinema come linguaggio creativo, artigianale e collettivo.

Premio Oscar nel 2005, Gondry è una figura che ha attraversato e spesso anticipato le trasformazioni dell’immaginario visivo degli ultimi trent’anni. Il suo arrivo a Torino segna un momento di particolare rilievo per il Museo, che ancora una volta sceglie di aprirsi al dialogo con il territorio e con le nuove generazioni, andando oltre la dimensione puramente espositiva.

Accanto agli appuntamenti ospitati alla Mole Antonelliana, infatti, prende forma una collaborazione significativa con la Scuola Holden, che dal 22 al 31 maggio 2026 accoglierà L’Usine de Films Amateurs, laboratorio pratico ideato da Gondry e ispirato al suo film Be Kind Rewind. Un progetto partecipativo che invita chiunque, anche senza esperienza, a realizzare cortometraggi vivendo in prima persona tutte le fasi della produzione cinematografica. Un’idea coerente con la poetica del regista e con lo spirito della Holden: rendere il cinema accessibile, concreto, sperimentabile.

«Siamo molto contenti di questa collaborazione con la Scuola Holden» ha dichiarato Enzo Ghigo, presidente del Museo Nazionale del Cinema, sottolineando come l’uscire dagli spazi fisici della Mole e creare interconnessioni con il territorio rappresenti uno degli assi strategici della fondazione. «Siamo convinti che dalle sinergie possano vedere la luce grandi e interessanti momenti culturali».

Un pensiero condiviso dal direttore del Museo, Carlo Chatrian, che individua in Gondry uno degli artisti capaci di interpretare più profondamente l’impatto della rivoluzione digitale sul nostro modo di vedere e raccontare il mondo. «A partire dalla collaborazione con Björk fino ai lungometraggi, Gondry ha saputo sorprendere combinando materiali scenografici tradizionali ed effetti digitali», ha spiegato Chatrian, ricordando come il regista abbia lavorato con star come Jim Carrey, Kate Winslet, Gaël García Bernal e Charlotte Gainsbourg, alternando produzioni a basso budget a incursioni nel cinema mainstream.

Michel Gondry

La storia artistica di Michel Gondry nasce negli anni Novanta, quando rivoluziona il linguaggio del videoclip musicale collaborando con artisti come Björk, Daft Punk, The White Stripes e Radiohead. È in quel contesto che prende forma uno stile immediatamente riconoscibile, fatto di invenzioni visive, soluzioni artigianali, giochi ottici e narrazioni surreali. Un linguaggio che ha influenzato intere generazioni di registi e video-maker, ridefinendo il rapporto tra musica e immagine.

Il successo planetario arriva nel 2004 con Eternal Sunshine of the Spotless Mind, scritto insieme a Charlie Kaufman. Un film che diventa manifesto estetico e narrativo del nuovo millennio, capace di fondere fantascienza e dramma sentimentale in una riflessione profonda su memoria, amore e identità. Da lì in avanti, Gondry consolida una filmografia coerente e inclassificabile, che comprende titoli come The Science of Sleep, delicata esplorazione del confine tra sogno e realtà, Be Kind Rewind, celebrazione giocosa e nostalgica del cinema come esperienza collettiva, e Mood Indigo, adattamento visionario del romanzo di Boris Vian, dove le emozioni modificano fisicamente il mondo.

Anche quando si confronta con il cinema più industriale, come nel caso di The Green Hornet, Gondry mantiene uno sguardo personale, refrattario alle convenzioni, sempre pronto a piegare il genere alle proprie ossessioni visive e narrative.

Il tratto distintivo del suo cinema resta un approccio fortemente artigianale, che privilegia effetti pratici, scenografie costruite a mano, soluzioni volutamente imperfette. Stop-motion, trucchi analogici, materiali poveri diventano strumenti per rendere visibile l’universo interiore dei personaggi. L’imperfezione non è un limite, ma un valore estetico e narrativo, capace di rendere le immagini più umane, più fragili, più vere.

Le sue storie raramente seguono una linearità classica. Si muovono secondo la logica della memoria e del sogno, tra salti temporali, associazioni emotive e mondi surreali.

Eppure, sotto l’apparente leggerezza, affrontano temi profondi come la perdita, il desiderio, la difficoltà di amare e di ricordare. Un cinema che gioca, ma non superficialmente; che inventa, ma non per evasione.

La presenza di Michel Gondry a Torino non è quindi soltanto un omaggio a una carriera prestigiosa, ma un invito a riscoprire il cinema come spazio di libertà, sperimentazione e partecipazione. Un’idea di Settima Arte che non si consuma soltanto in sala, ma si costruisce con le mani, con l’immaginazione e con lo sguardo curioso di chi è disposto a lasciarsi sorprendere.

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