Cerca

Attualità

"Sono un Peter Pan… imprigionato nel corpo di un uomo di 68": Arturo Brachetti si racconta senza filtri

Nel viaggio audio di “Sulla Maschera” il trasformista torinese ripercorre seminario, Parigi, scherzi fuori scena e il mestiere invisibile dei tecnici: «Sono uno zingaro di lusso»

Arturo Brachetti

Arturo Brachetti si racconta senza filtri: «Il teatro è una maratona, la vita un palcoscenico continuo»

C’è un momento, nell’intervista a Roberta Beta per il podcast “Sulla Maschera”, in cui Arturo Brachetti mette giù la sua filosofia con una frase che sembra semplice e invece chiude dentro tutto: «Dovete venirmi a vedere finché sono vivo. A parte che il teatro si guarda e si fa dal vivo, come l’amore». È lì che l’artista torinese toglie la maschera senza davvero smettere di essere un trasformista: non rinuncia al gioco, ma sposta la luce su ciò che di solito resta dietro, sui dettagli del mestiere e sulle sue contraddizioni, sul rigore che sostiene l’incanto e sulla vita quotidiana che continua a essere palcoscenico, anche quando il sipario è chiuso.

Brachetti, a sentirlo parlare, è ancora quello che si definisce con autoironia e precisione: «Sono un Peter Pan… imprigionato nel corpo di un uomo di 68». Lo dice per spiegare la spinta che lo porta ancora a buttarsi, inventare, viaggiare, cambiare pelle. E subito aggiunge l’altra metà del ritratto, quella dell’“ombra” che bisogna imparare a trattare: la parte razionale, più quadrata, più triste, quella che tiene i piedi per terra. È una confessione che suona come un bilancio, ma senza nostalgia: un compromesso tra ciò che vorrebbe fare e ciò che il fisico consente, senza smettere di correre.

Il racconto torna indietro, al punto in cui tutto è cominciato. Non in un teatro importante, non davanti a un regista famoso, ma in un collegio-seminario. Brachetti ricorda di essere entrato a undici anni, e di aver incontrato a tredici un prete che faceva giochi di prestigio. È la prima svolta: una stanza piena di oggetti, libri, cassette, con conigli che spariscono e riappaiono. Brachetti lo dice senza abbellire: «Mi ha cambiato la vita perché io ero timidissimo, ma anche un po’ sfigato… venivo bullizzato a scuola». E quel prestigio, prima di essere spettacolo, diventa riscatto, un modo per rientrare nel mondo senza farsi schiacciare.

Da lì, quasi naturalmente, arrivano i costumi “recuperati” in seminario, messi uno dietro l’altro: indiano, giapponese, numeri da ragazzino che però preparano già il salto. A sedici anni nasce il primo numero di trasformazioni, e attorno a lui – racconta – c’è chi lo incoraggia. In mezzo spunta un passaggio curioso e rivelatore: la comunità degli illusionisti, i circoli in ogni città, l’hobby parallelo che avvicina taxisti e chirurghi plastici, un mondo effervescente e trasversale. È lì che gli dicono che dai tempi di Fregoli non c’è più nessuno capace di fare quel mestiere.

Quando Roberta Beta gli chiede del seminario e del rapporto con quell’ambiente, Brachetti rovescia lo stereotipo. Prima scherza, poi spiega: con i salesiani, con l’eredità di Don Bosco, con l’idea del teatro come disciplina educativa. E allarga subito il discorso ai ragazzi di oggi: il teatro come strumento per chi è timido o introverso, perché ti permette di indossare una maschera e diventare, per un tempo limitato, qualcun altro. È un passaggio che non suona didascalico, ma pratico, da artigiano della scena che sa che la finzione, se guidata, può essere un allenamento alla vita.

Poi arriva Parigi, la città che nella sua storia diventa una seconda nascita. Brachetti ricorda l’audizione con Erminio Macario e poi quella, nel 1979, che lo porta nei grandi ingranaggi di una compagnia numerosa e “felliniana”, quaranta persone, ruoli che cambiano all’ultimo minuto. Ed è in quel caos organizzato che scopre un dato che gli resta addosso: «Nel 1979 io ero l’unico al mondo a fare questo tipo di numero dai tempi di Fregoli». Non è un vanto, è la misura di un vuoto improvviso e di una responsabilità: un’arte quasi scomparsa che torna a camminare in scena con il suo corpo.

Nel racconto spuntano anche i “superpoteri”, che lui sgonfia con una battuta: «Dove sono racchiusi? Qui nel ciuffo». Quel ciuffo diventa segno distintivo, quasi un marchio, nato – dice – da una richiesta di look particolare per uno Shakespeare messo in scena con un taglio insolito. Brachetti racconta di essersi rasato tutto lasciando solo quel ciuffetto, poi il gel, poi l’idea di tenerlo sempre. E racconta come, anni dopo, a Parigi lo riconoscessero per strada come “l’italiano con la Tour Eiffel in testa”. È un dettaglio leggero, ma in realtà racconta un tema molto contemporaneo: il bisogno di essere riconoscibili in un mare di volti, soprattutto oggi, con i social e i “quindici minuti” di notorietà.

Il tono si fa più tecnico quando si parla di spettacoli dal vivo. Brachetti insiste sul rigore, sul lavoro invisibile. Spiega che in scena non è mai solo: due assistenti per costumi e parrucche, macchinisti, chi muove binari e quinte, chi gestisce fumo e drappi. «Per un’ora e mezza non c’è scampo, è una corsa, una maratona, uno slalom per tutti», dice. E chiarisce anche un punto: sul palco non ama le burle, perché rischiano di confondere il pubblico e sporcare lo spettacolo. La disciplina, per lui, è rispetto.

Ma la vita “normale” è un’altra storia. Fuori dal palco gli scherzi gli piacciono eccome, e qui l’intervista diventa un piccolo romanzo comico. Brachetti racconta di travestirsi da prete, “Don Lorenzo”, grazie a una parrucca cinematografica “ereditata” da un camerino parigino. E poi il siparietto con i carabinieri: una sua amica in ansia per la velocità, la pattuglia che li ferma, lui che entra nel personaggio e se la cava senza multa. Non lo racconta per darsi un tono, ma per mostrare come la maschera, nella sua vita, sia un linguaggio quotidiano: un filtro che cambia le reazioni, modifica i rapporti, sposta la realtà di mezzo centimetro e la rende teatro.

Uno dei passaggi più interessanti, però, riguarda il suo lavoro “dietro” gli altri. Brachetti parla della regia degli spettacoli dal vivo di Aldo, Giovanni e Giacomo, che dice di aver conosciuto nel 1994. Li descrive con entusiasmo, con un’analisi sorprendentemente lucida: DNA da commedia dell’arte, gag, Monty Python, ma all’italiana. E racconta la loro abitudine a improvvisare, la difficoltà di imporre tempi e struttura perché il teatro non è un cabaret dove si finisce quando capita. Si ritrae come un maestro elementare con tre “bambini-adolescenti”, e racconta persino del quaderno in cui annotava le improvvisazioni perché non c’era una telecamera a registrare.

Quando si parla di tecnici, l’intervista cambia passo e diventa quasi una dichiarazione di metodo. Brachetti li chiama la sua “squadra”, proprio nel senso sportivo: lui può segnare, ma qualcuno deve passare la palla. Dice che ci sono applausi che non dipendono dall’attore, ma dal tecnico che tira una leva e fa apparire, per esempio, “venti girasoli giganti”. E poi racconta la sua esperienza da ragazzo a Parigi, quando venne assunto come attrezzista per mantenersi durante le prove: gabbie da pulire, manifesti da attaccare, ferri da tenere durante le saldature. È una memoria che diventa rispetto: conoscere la fatica prima di pretendere la precisione.

C’è anche una frase che resta addosso, perché parla di gerarchie e di educazione: un elettricista, dopo anni di tournée, gli disse che era il primo artista che gli parlava e ricordava il suo nome. Brachetti lo racconta senza ergersi, quasi con stupore, ma il punto è lì: la macchina teatrale vive di persone che stanno nell’ombra e che spesso non vengono nemmeno salutate.

L’intervista, infine, si apre sul futuro. Brachetti dice che è in tournée da anni con “Solo” e spiega che la costruzione di uno spettacolo richiede mesi, a volte anni, e che ciò che il pubblico vede oggi è il frutto di un lungo lavoro di “tagli e cuci”. Racconta il brainstorming, gli incontri con registi, la ricerca di una struttura narrativa che abbia un inizio e una fine, perché il teatro è un viaggio mentale con una destinazione. E quando parla di umiltà, sorprende con un’immagine imparata da giovane: «Memento mori», ricordati che devi morire. Non come cupa morale, ma come bussola per non affezionarsi troppo ai premi e ai picchi mediatici, perché lo show business è «un roller coaster», su e giù, e la vera difficoltà non è arrivare, ma restare.

In “Sulla Maschera” Brachetti non si limita a ripercorrere una carriera: racconta un’idea di teatro come lavoro collettivo, disciplina e gioco, identità e travestimento. E lo fa con quella leggerezza sabauda che sa essere precisa, senza mai diventare fredda. Alla fine, la maschera resta. Ma non per nascondere: per sopravvivere, come dice lui stesso, e per continuare a trasformare la vita in scena.

Commenti scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Giornale La Voce

Caratteri rimanenti: 400

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter

Edicola digitale

Logo Federazione Italiana Liberi Editori