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31 Gennaio 2026 - 15:01
Mauro Glorioso
C’è un momento, nelle cerimonie solenni, in cui il linguaggio istituzionale si incrina e lascia spazio a qualcosa di più profondo. È accaduto a Torino, durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario, quando la procuratrice generale del Piemonte Lucia Musti ha scelto di chiudere il suo intervento non con dati o rivendicazioni, ma con una storia. Una storia che la città conosce bene, perché affonda le radici in una delle notti più buie degli ultimi anni: quella dei Murazzi, quando la violenza gratuita ha quasi spezzato la vita di Mauro Glorioso.
Musti lo ha detto senza enfasi, ma con parole che hanno attraversato l’aula: «Mauro Glorioso ci ha impartito una lezione». Non un imputato, non una sentenza, non un fascicolo processuale. La persona offesa, quella che troppo spesso resta sullo sfondo del racconto giudiziario, è diventata il centro di un discorso che ha chiamato in causa la giustizia, lo Stato e soprattutto i giovani.
Glorioso è lo studente palermitano aggredito brutalmente a Torino, lungo i Murazzi del Po, in una notte che avrebbe dovuto essere come tante altre. Era il 2021 quando, dopo una discussione apparentemente banale, venne colpito con violenza estrema da un gruppo di ragazzi. Un pestaggio feroce, conclusosi con un volo nel vuoto e conseguenze devastanti. Mauro riportò lesioni gravissime, entrò in coma, rischiò di non sopravvivere. Quando si risvegliò, nulla era più come prima.
Da quella notte, la sua vita è stata segnata da una lunga riabilitazione, da interventi, da un percorso fisico e umano che ha richiesto una forza fuori dal comune. Eppure, nel tempo, Mauro Glorioso non è diventato il simbolo della rabbia o della richiesta di punizione esemplare. Al contrario, ha scelto una strada che ha spiazzato molti. Si è laureato in medicina, è stato nominato Cavaliere della Repubblica, ed è diventato una voce capace di parlare non solo di dolore, ma di responsabilità.
Durante la cerimonia, Lucia Musti ha ricordato che «recentemente si è celebrata in appello l’ultima tranche della vicenda nota come Murazzi, che ha visto imputati maggiorenni e minorenni». Ma ha voluto chiarire subito che non era quello il punto. «Non voglio commentare la vicenda o la sentenza», ha detto. Il cuore del suo intervento stava altrove: nell’atteggiamento di Glorioso, nel messaggio che arriva da chi ha attraversato una gravissima condizione di infermità e ne è uscito senza invocare vendetta.
Le parole citate dalla procuratrice generale sono diventate il momento più intenso della giornata: «Non mi interessa la vendetta, mi fido dello Stato, a farsi giustizia da soli si finisce come il conte di Montecristo». Una frase che racchiude una visione della giustizia lontana dalla logica dell’occhio per occhio, e che ribalta la narrazione più comune del conflitto tra vittime e sistema giudiziario.
In quell’aula, Musti ha indicato Mauro Glorioso come un esempio soprattutto per «quei giovani che non sanno gestire consapevolmente la propria vita». Non un richiamo morale astratto, ma un invito concreto a guardare le conseguenze delle scelte, della violenza, dell’incapacità di fermarsi. Perché la storia dei Murazzi non è solo una storia di aggressori e vittime, ma lo specchio di una fragilità generazionale che attraversa le notti, le piazze, le città.
Torino, in questi anni, ha dovuto fare i conti più volte con episodi di violenza giovanile. La vicenda Glorioso resta una ferita aperta nella memoria collettiva, non solo per la brutalità dell’aggressione, ma per ciò che ha rivelato: l’idea che una serata possa trasformarsi in tragedia senza un vero motivo, che il confine tra divertimento e distruzione sia sempre più sottile.

La Procuratrice Lucia Musti
Ed è proprio per questo che la lezione evocata dalla procuratrice generale assume un peso che va oltre il singolo processo. Mauro Glorioso non ha parlato da tribunale a tribunale, non ha cercato riflettori. Eppure il suo messaggio è arrivato fino all’inaugurazione dell’anno giudiziario, diventando parte del discorso pubblico sulla giustizia. Un paradosso solo apparente: la forza della sua storia sta nella fiducia nello Stato, in un’epoca in cui quella fiducia è spesso messa in discussione.
Nel ricordarlo, Musti non ha celebrato un eroe, ma una postura civile. La scelta di non delegittimare la giustizia, di non trasformare il dolore in rancore, di affidarsi alle istituzioni anche quando il prezzo pagato è altissimo. Un messaggio che suona quasi controcorrente, soprattutto in un tempo in cui la vendetta viene spesso mascherata da richiesta di giustizia.
Mauro Glorioso oggi è un medico, un cittadino onorato della Repubblica, ma resta anche il ragazzo che quella notte ai Murazzi ha rischiato di morire. La sua storia continua a interrogare Torino, le sue notti, i suoi giovani. E, come ha ricordato la procuratrice generale, interroga anche chi amministra la giustizia. Perché, a volte, le lezioni più forti non arrivano dalle sentenze, ma da chi ha scelto di credere nello Stato quando sarebbe stato più facile odiarlo.
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