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31 Gennaio 2026 - 14:14
L’inaugurazione dell’anno giudiziario a Torino si è chiusa con un gesto clamoroso e tutt’altro che simbolico: l’abbandono in blocco dell’aula magna del Palazzo di giustizia da parte degli avvocati penalisti. Una protesta netta, maturata in pochi minuti, dopo la decisione di non concedere la parola al presidente della Camera penale del Piemonte occidentale, Roberto Capra, ufficialmente per ragioni di tempo.
Il momento avrebbe dovuto rappresentare, come da tradizione, un’occasione di confronto tra le diverse componenti della giurisdizione. Invece si è trasformato in uno strappo istituzionale che ha lasciato un segno evidente nella cerimonia. Capra non ha potuto leggere il proprio intervento all’interno dell’aula, mentre alle associazioni rappresentative della magistratura è stato consentito di intervenire regolarmente.
Una disparità che i penalisti hanno ritenuto inaccettabile. La reazione è stata immediata: gli avvocati si sono alzati e hanno lasciato l’aula, interrompendo di fatto il clima di formalità che accompagna l’apertura dell’anno giudiziario. Un gesto silenzioso ma eloquente, che ha spostato il baricentro della giornata dal rito alla contestazione.
La protesta non si è fermata all’uscita dall’aula. Nell’atrio del Palazzo di giustizia, Roberto Capra ha preso la parola davanti ai colleghi, spiegando le ragioni della scelta e sottolineando ciò che, a suo giudizio, ha rappresentato il vero nodo della vicenda. Il presidente della Camera penale ha osservato come alle tre associazioni in rappresentanza della magistratura sia stato consentito di intervenire, mentre alla voce dell’avvocatura penalista è stato negato spazio.
Proprio lì, fuori dalla sede ufficiale della cerimonia, Capra ha letto pubblicamente il discorso che non aveva potuto pronunciare poco prima. Un intervento tutt’altro che rituale, incentrato su un tema altamente sensibile nel dibattito sulla giustizia italiana: il referendum sulla separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante. Una scelta che ha dato alla protesta un contenuto politico e culturale preciso, andando oltre la mera questione procedurale.

L’episodio riaccende così una frattura mai del tutto ricomposta tra avvocatura e magistratura, soprattutto sul terreno delle riforme della giustizia. La cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario, che per sua natura dovrebbe rappresentare un momento di unità istituzionale, si è invece trasformata in uno specchio delle tensioni che attraversano il sistema.
A Torino, città con una forte tradizione giuridica e forense, il gesto degli avvocati assume un peso ulteriore. Non si tratta soltanto di una protesta contro un programma troppo stretto o una scaletta saltata, ma di una rivendicazione di pari dignità nel dibattito pubblico sulla giustizia. L’uscita dall’aula è diventata così una forma di comunicazione politica, tanto più efficace perché priva di slogan o clamori.
Il fatto che il discorso sia stato letto nell’atrio, lontano dai microfoni ufficiali ma davanti ai colleghi, rafforza il significato del gesto. Una cerimonia che si chiude formalmente, mentre il confronto reale si sposta fuori, tra corridoi e spazi informali. Un’immagine che racconta, meglio di molte dichiarazioni, lo stato dei rapporti tra le toghe e le toghe nere.
L’inaugurazione dell’anno giudiziario torinese resterà così segnata non tanto dagli interventi ufficiali, quanto da un’assenza: quella degli avvocati dall’aula. Un vuoto che, almeno per oggi, ha parlato più di molte parole.
IL DISCORSO DEL PRESIDENTE ROBERTO CAPRA
«Noi avvocati penalisti non vogliamo riconoscerci» nel modo in cui viene portata avanti la campagna elettorale per il referendum sulla giustizia da parte di tutti gli schieramenti, favorevoli e contrari, partiti di governo compresi.
Lo ha affermato Roberto Capra, presidente della Camera penale del Piemonte occidentale, annunciando che voterà «convintamente Sì» ma denunciando allo stesso tempo le «degenerazioni», gli «slogan ingannevoli» e le «deleterie forme di propaganda» che, a suo giudizio, stanno devastando il dibattito sulla separazione delle carriere dei magistrati.
Questo il contenuto del discorso che Capra ha letto pubblicamente nell’atrio del Palazzo di giustizia di Torino, dopo che non gli era stato consentito di intervenire durante la cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario. Il testo era stato infatti preparato per l’aula magna, ma quando è stato comunicato che, per ragioni di tempo, l’intervento non sarebbe stato possibile, Capra e i colleghi penalisti hanno lasciato l’aula per protesta.
«Qualcuno – è un passaggio del discorso – ha deciso di abdicare di fronte alle complessità e alle verità sottese alla riforma in nome della prospettiva di conservare sacche di potere».
«Non riesco a pensarla diversamente davanti alle pillole pubblicitarie del partito della maggioranza oggi al governo che invocano il Sì esaltando, per esempio, una presunta contrapposizione tra le forze dell’ordine e la magistratura nel mantenimento dello stato di detenzione dopo un arresto per un qualsiasi reato», ha proseguito.
E ancora: «Non riesco a pensarla diversamente davanti ai manifesti dell’Anm che mirano a stravolgere gli obiettivi della riforma, ponendo al cittadino una domanda impropria: “vorresti i giudici che dipendono dalla politica?”».
Capra ha quindi sottolineato che separare le carriere di giudici e pubblici ministeri significa soltanto «rendere migliore» l’ordinamento, «completando il percorso verso il giusto processo».
Nel suo intervento ha poi marcato una serie di «no», tra cui quello «alla lotta tra i poteri e gli ordini del nostro Stato, che stanno percorrendo strade pericolose, connotate da tentativi progressivi di erodere spazi e confini che non spettano loro».
E anche «no all’idea, che qualcuno prospetta, che la prossima primavera, dopo il 23 marzo, si tirerà una linea e si valuterà chi era con noi e chi era contro di noi».
«Per tutto il resto – ha concluso – voterò convintamente Sì».
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