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Ce l'ha fatta! Lorenzo Barone, 28 anni, ha attraversato l'oceano Atlantico a remi

Solo nell’Atlantico per trentasette giorni, senza motori né scorciatoie. L’impresa estrema di un esploratore contemporaneo che ha scelto il silenzio, la lentezza e il rispetto della natura come forma di conoscenza

Ha l’oceano negli occhi e il sale addosso, Lorenzo Barone. Quando mette piede a terra, dopo più di un mese solo con l’Atlantico, non c’è retorica possibile che tenga. Non servono frasi ad effetto, non servono imprese urlate. C’è solo un ragazzo di ventotto anni che ha attraversato il mare a remi, da solo, senza scorciatoie, senza motori, senza pubblico. Un corpo stremato, le mani segnate dal sale e dallo sforzo, lo stomaco che per settimane ha fatto guerra a se stesso. E una mente lucida, sorprendentemente lucida, di chi ha guardato in faccia la paura e ha continuato a remare.

La sua ultima impresa è di quelle che fanno rumore anche nel silenzio più assoluto: l’attraversamento solitario dell’Oceano Atlantico, dalla Mauritania alle coste del Sud America. 4.557 chilometri di acqua, vento e corrente. 37 giorni, 7 ore e 48 minuti in balia di un oceano che non concede sconti e non fa prigionieri per modo di dire, ma davvero. Trentasette giorni in cui il tempo perde significato e diventa una sequenza indistinta di luce e buio, di sonno spezzato, di fame, di nausea, di attese. Giorni tutti uguali e tutti diversi, scanditi solo dal ritmo ossessivo dei remi che entrano ed escono dall’acqua.

Nessun equipaggio, nessuna vela, nessuna assistenza. Nessun pilota automatico, nessuna connessione internet. Solo una barca in compensato marino, l’attrezzatura di sicurezza indispensabile e tutto il superfluo lasciato a terra. “È un’esperienza che volevo vivere da tempo nella sua forma più cruda e vera”, aveva scritto prima di partire. “Ora ho modo di farlo”. Davanti a sé, solo l’Atlantico. Dietro, le ultime luci della Mauritania che si spengono all’orizzonte. Poi il vuoto.

In mezzo all’oceano non esiste la narrativa dell’eroe. Esiste il corpo che reagisce. Ventuno giorni di mal di mare, quattro volte a vomitare mentre devi comunque remare, mangiare, bere, riposare quel poco che puoi. Tantissimi noodles e cous cous inghiottiti più per necessità che per fame. Migliaia di pompate manuali del dissalatore, perché quello elettrico perde e non puoi permetterti di restare senza acqua. L’acqua dolce, in oceano, è vita. E ogni pompa azionata a mano è un promemoria brutale di quanto sei fragile.

Ci sono numeri che da soli non dicono nulla e poi, se li guardi bene, raccontano tutto. Un mezzo capovolgimento notturno, con la barca che si ribalta di 180 gradi e imbarca acqua nel buio più totale. Un pannello solare che si rompe. Due tempeste tropicali affrontate senza potersi nascondere. Onde medie da 3,4 metri, con picchi fino a 4,5 metri, che arrivano lente ma potenti, con periodi lunghi che non ti danno tregua. Onde peggiori, più corte e cattive, da 2,5 metri, che sbattono la barca e il corpo come un giocattolo. Altre volte il mare si abbassa fino a un metro scarso, e proprio allora capisci che l’oceano non è mai davvero innocuo.

Trentaquattro giorni consecutivi senza vedere altri esseri umani. Nessuno. Solo cielo, acqua e una linea d’orizzonte che sembra sempre uguale e sempre irraggiungibile. Poi, all’improvviso, un incontro ravvicinato con una nave cargo, enorme, distante e indifferente, che ti ricorda quanto sei piccolo. E subito dopo, come a riequilibrare tutto, un incontro con centinaia di delfini. Un’esplosione di vita che ti attraversa e ti ricorda perché sei lì.

Ci sono giorni in cui la velocità media è di 5 chilometri orari, giorni in cui riesci a spingerti fino a 158 chilometri percorsi in ventiquattro ore, altri in cui la corrente ti riporta indietro, fino a segnare una velocità negativa. Giorni in cui vai a 11,8 chilometri orari e altri in cui l’oceano decide che no, oggi non si avanza. Quattro giorni sentendoti prigioniero dell’Oceano, scriverà poi. E non è una metafora.

“L’acqua dell’Oceano Atlantico è passata sotto e sopra di me e di questa piccola barca a remi, dalla prima all’ultima goccia”, racconta Barone. “I miei piedi hanno lasciato l’ultima impronta sulla costa della Mauritania e ora proseguiranno nella terra fangosa dell’Amazzonia”. Non è mai stato un uomo di mare, lo dice lui stesso. Prima di questa traversata, la sua unica esperienza era stata di due giorni nel Mediterraneo. Poi un anno intero di preparazione, studio, allenamento, domande. Tante domande.

Partire significava riuscirci. Una volta lasciata la costa, non esisteva la possibilità di tornare indietro. I venti e le onde prevalenti spingono da Est verso Ovest, gli stessi venti che ogni anno trasportano milioni di tonnellate di polvere sahariana fino all’Amazzonia. Dust – La via della sabbia nasce esattamente da lì: dall’idea che tutto sia connesso, che ciò che sembra lontano in realtà dialoghi continuamente. Ma “non volevo solo riuscirci”, scrive, “volevo riuscirci vivo”.

E non è andato tutto come previsto. Anzi. Le correnti oceaniche lo fanno “danzare” per centinaia di chilometri al largo del Sud America, spinte dalle enormi quantità d’acqua scaricate dal Rio delle Amazzoni nella stagione delle piogge. A quindici chilometri dalla costa rischia di naufragare sugli scogli, trascinato da una corrente di marea violentissima, con un fondale così basso da minacciare la deriva della barca. Alla fine saranno dei pescatori ad aiutarlo a risalire il fiume che porta al piccolo porto dove si conclude questa prima esperienza oceanica.

“Mi sono dovuto adattare”, scrive Lorenzo Barone. Ed è forse questa la frase che spiega tutto. “Questo per me è il cuore dell’avventura e della vita in generale. Iniziare un percorso con tante domande e perplessità per poi trovare le risposte strada facendo, accumulando esperienza grazie all’ignoto”. Nessuna epica forzata. Solo adattamento. Solo ascolto. Solo resistenza.

Nato a San Gemini, in Umbria, Barone ha costruito negli anni un percorso che va ostinatamente controcorrente. Sahara, Siberia, Islanda. Luoghi che non accolgono, che respingono, che mettono alla prova prima ancora di concedere qualcosa. Sempre da solo. Sempre con mezzi essenziali: una bici, degli sci, un kayak, ora una barca a remi. Nessuna tecnologia salvifica, nessun comfort rassicurante. Solo il minimo indispensabile per sopravvivere. E per capire.

E dietro questa impresa estrema non c’è esibizione, ma un messaggio chiarissimo: tutto è connesso. La sabbia del Sahara che vola fino all’Amazzonia, l’oceano che unisce continenti, il clima che non conosce confini. Dust non è solo un viaggio fisico, è una narrazione ambientale vissuta sulla pelle. Un modo per raccontare il pianeta non attraverso slogan o convegni, ma attraverso il corpo che fatica, soffre, resiste.

Quando arriva a terra, Lorenzo Barone non alza le braccia al cielo. Non c’è trionfo. C’è una gratitudine muta. Per essere arrivato. Per essere ancora lì. Perché il progetto Dust non si ferma. Presto continuerà attraverso il Sud America. Un altro capitolo, un’altra traversata, altre domande senza risposta.

In un mondo che premia chi grida più forte, la sua resta una voce bassa, quasi sussurrata. Ma è proprio per questo che arriva lontano. Come la polvere del deserto. Come un ragazzo di ventotto anni, una barca, un oceano. Uno solo. E la consapevolezza che, a volte, per capire davvero il mondo bisogna accettare di sentirsi piccoli. E continuare a remare.

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