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31 Gennaio 2026 - 14:38
L’inaugurazione dell’anno giudiziario a Torino si è trasformata in una fotografia complessa e a tratti inquieta dello stato della giustizia e della società. Non una semplice cerimonia di rito, ma un momento di analisi dura, scandita da parole che hanno chiamato in causa istituzioni, politica, scuola e famiglie. Al centro, la tenuta del sistema giudiziario, la sicurezza urbana e una crescente emergenza educativa che, secondo i vertici della magistratura piemontese, non può più essere ignorata.
Ad aprire i lavori è stata Alessandra Bassi, presidente della Corte d’Appello di Torino, che ha voluto subito sgombrare il campo da uno dei temi più ricorrenti nel dibattito pubblico: quello degli errori giudiziari. Errori che esistono e che restano gravi per chi li subisce, ma che, nel quadro complessivo, rappresentano un’eccezione. «Sono assai rari, sebbene non per questo meno gravi», ha sottolineato Bassi, ricordando come il numero dei procedimenti celebrati ogni anno renda statisticamente marginali i casi di cosiddetta malagiustizia.
Il vero nodo, secondo la presidente della Corte d’Appello, resta un altro: la lentezza dei processi e le inefficienze strutturali del sistema. Un problema nazionale che pesa sui cittadini e sull’economia, ma che non può essere affrontato senza guardare alle cause reali. «Si parla troppo poco delle ragioni dell’inefficienza della macchina giudiziaria», ha osservato, indicando come fattore determinante le gravi carenze di risorse umane e, in parte, la mancanza di adeguati strumenti materiali e tecnologici.
A rafforzare questa tesi, Bassi ha richiamato i dati del Consiglio d’Europa, secondo cui i magistrati italiani vantano «la più elevata laboriosità e capacità di definizione dei procedimenti». Un primato che però non basta a reggere l’urto della domanda di giustizia. In Italia, ha ricordato, il numero dei magistrati in rapporto alla popolazione è circa la metà della media degli altri Paesi europei, un dato che spiega più di molte polemiche perché i tempi della giustizia restino così lunghi.
Ma se l’intervento della presidente della Corte d’Appello ha messo a fuoco le criticità strutturali del sistema, quello della procuratrice generale del Piemonte, Lucia Musti, ha allargato lo sguardo al contesto sociale e urbano, con toni decisamente più allarmati. Torino, ha detto, è una città che negli ultimi mesi ha pagato un prezzo alto sul piano dell’ordine pubblico. «I cittadini subiscono la limitazione della propria libertà di locomozione e di vita in una Torino blindata e allo scacco di pochi ma violenti facinorosi», ha affermato, facendo riferimento alle manifestazioni che tra settembre e novembre hanno segnato il capoluogo.
Un passaggio che ha intrecciato sicurezza e percezione collettiva, mettendo in evidenza come le misure straordinarie adottate per fronteggiare le violenze abbiano avuto ricadute dirette sulla quotidianità dei torinesi. Una città protetta, ma al tempo stesso compressa, costretta a fare i conti con una conflittualità che, secondo Musti, non nasce dal nulla.

Nel suo intervento, la procuratrice generale è tornata anche sul tema degli errori giudiziari e dei tempi della giustizia, riprendendo un filo comune con la relazione di Bassi. «Quando si parla di giustizia si è soliti concentrare l’attenzione sugli errori giudiziari e sui tempi eccessivamente lunghi dei processi», ha osservato, ribadendo però che, alla luce dell’enorme mole di lavoro, gli errori sono rari e che il vero problema resta l’insufficienza delle risorse. Un messaggio netto, che chiama in causa direttamente le scelte politiche e organizzative degli ultimi decenni.
Ma è sul terreno della tensione sociale che l’intervento di Musti ha assunto i contorni più duri. La procuratrice ha parlato di una “area grigia di matrice colta e borghese” che, a Torino, mostrerebbe un atteggiamento di benevola tolleranza nei confronti delle violenze degli antagonisti. Una critica esplicita a quella che ha definito una «lettura compiacente» da parte di settori della upper class, accusati di contribuire, con scritti e prese di posizione, a una normalizzazione di fenomeni che invece dovrebbero essere contrastati. Un’area che, secondo Musti, «dovrebbe svolgere una illuminata azione di deterrenza e di rispetto delle regole democratiche».
Il quadro si è ulteriormente ampliato quando la procuratrice generale ha affrontato il tema della criminalità giovanile, tracciando uno scenario che va oltre la dimensione repressiva. Qui il linguaggio si è fatto ancora più netto. «C’è il vuoto cosmico dell’educazione da parte di alcune famiglie», ha detto, chiamando in causa anche il mondo della scuola. «E persino insegnanti che sono cattivi maestri». Parole pesanti, che descrivono una frattura profonda nei modelli educativi.
Musti ha parlato di famiglie incapaci di dialogare con la scuola, infastidite dall’intervento dell’autorità giudiziaria o, peggio, esse stesse modelli negativi per i propri figli. Un vuoto che si riflette in un panorama criminale sempre più complesso, fatto di reati contro la persona, codice rosso, porto illegale di armi, terrorismo internazionale, spaccio di stupefacenti, criminalità diffusa su strada e del fenomeno delle bande fluide, giudicate particolarmente pericolose. Senza dimenticare i reati di turbamento dell’ordine pubblico, che si intrecciano con le dinamiche di piazza.
«Non sono periferie geografiche», ha osservato la procuratrice, «ma periferie delle anime dei nostri giovani e giovanissimi». Un’espressione che sposta il baricentro del problema: non quartieri da mappare, ma vuoti educativi da colmare. «Grande è il vuoto che le istituzioni e tutti siamo chiamati a colmare», ha concluso, allargando la responsabilità ben oltre il perimetro giudiziario.
Alla cerimonia era presente anche la ministra dell’Università Anna Maria Bernini, che ha voluto rimarcare il carattere istituzionale dell’evento e il rapporto con la magistratura. «Voglio portare presenza, supporto, vicinanza. Il rapporto con la magistratura non è di conflitto, ma di collaborazione e di sostegno reciproco», ha dichiarato, aggiungendo di essere «a fianco di Lucia Musti», definita «amica sin dai tempi di Bologna». Un segnale politico di attenzione, in una giornata segnata da parole che difficilmente resteranno senza seguito.
L’anno giudiziario torinese si apre così sotto il segno di una doppia consapevolezza. Da un lato, una magistratura che rivendica la propria laboriosità e denuncia l’assenza di risorse come vero freno alla giustizia. Dall’altro, una città attraversata da tensioni, violenze e fragilità educative che nessuna risposta repressiva può risolvere da sola. Una diagnosi severa, affidata a un’aula solenne, ma rivolta a un’intera comunità.
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