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Quindici minuti che pesano come un macigno: a Tonengo la scuola riparte, ma l’orario fa esplodere il malcontento

Trasferimento già avviato, ma il ritardo quotidiano accende la protesta delle famiglie

Quindici minuti

Quindici minuti che pesano come un macigno: a Tonengo la scuola riparte, ma l’orario fa esplodere il malcontento

Quindici minuti. È tutto qui il nodo della questione che, a Tonengo di Mazzè, continua a far discutere anche oggi, a settimane dall’avvio delle lezioni alle scuole medie di Caluso. Il trasferimento della primaria è ormai un fatto acquisito, i bambini frequentano regolarmente, le aule sono operative. Eppure il clima resta teso. Perché quei quindici minuti di ritardo, fissati come nuovo orario ufficiale, hanno smesso di essere un adattamento temporaneo e sono diventati un problema quotidiano, ripetuto, strutturale.

L’ingresso alle 8.45 e l’uscita alle 16.45 sono il risultato diretto della gestione del trasporto scolastico. Lo scuolabus utilizzato dagli alunni di Tonengo è lo stesso che serve Caluso e, trattandosi di una corsa aggiuntiva, accumula un ritardo fisiologico. Per evitare ingressi scaglionati e uscite fuori orario, la scuola ha scelto di adeguare ufficialmente l’orario. Una decisione razionale sul piano organizzativo, ma che sul piano pratico ha aperto una frattura evidente con le famiglie.

Perché nella vita reale quei quindici minuti non sono neutri. Al mattino significano arrivare tardi al lavoro, dover chiedere permessi, riorganizzare turni già rigidi. Al pomeriggio diventano una corsa contro il tempo per chi deve accompagnare i figli ad attività sportive o extrascolastiche, spesso con orari fissi e non negoziabili. Il disagio non è episodico: si ripete ogni giorno, ed è proprio questa continuità a renderlo insopportabile per molti.

Le famiglie non mettono in discussione la necessità del trasferimento. La demolizione della vecchia scuola e la costruzione di un nuovo edificio, finanziato dal Pnrr, sono un obiettivo condiviso. Ma il presente pesa più del futuro promesso. E il presente, oggi, è fatto di orari che non tengono conto delle esigenze di chi lavora, di chi ha più figli, di chi vive incastrando minuti su minuti per far funzionare una giornata.

Dal Comune di Mazzè la linea resta ferma. Il sindaco Marco Formia ha più volte ribadito che la variazione è minima, che riguarda solo alcuni giorni della settimana e che non comporta costi aggiuntivi per le famiglie. Dal punto di vista amministrativo, il sacrificio richiesto è contenuto e giustificato da un progetto più ampio, destinato a migliorare l’offerta scolastica del territorio. Ma è proprio qui che si apre la distanza tra chi decide e chi subisce.

Per l’ente locale, quindici minuti in più di scuola non sono un danno, anzi possono essere letti come un tempo educativo aggiuntivo. Per le famiglie, invece, quei quindici minuti non sono astratti: sono timbrature mancate, permessi non sempre concessi, tensioni sul posto di lavoro. Sono genitori costretti a giustificarsi per un ritardo che non dipende da loro. Sono pomeriggi che saltano, attività che diventano difficili da conciliare.

A complicare il quadro c’è anche la gestione delle eccezioni. La disponibilità ad anticipare l’orario solo in caso di attività agonistiche, escludendo quelle amatoriali, è stata percepita come una scelta rigida, quasi punitiva. Una distinzione che non risolve il problema di fondo, perché il disagio non riguarda il singolo caso particolare, ma l’orario base imposto a tutti.

Nel frattempo, i bambini si sono adattati. Frequentano, seguono le lezioni, vivono il cambiamento con una naturalezza che spesso gli adulti non riescono ad avere. Ed è forse questo l’aspetto più amaro della vicenda: il problema non sono gli alunni, ma l’organizzazione che ruota intorno a loro. Un’organizzazione che, a distanza di settimane, non ha ancora trovato un punto di equilibrio condiviso.

La sensazione diffusa è che si sia scelto di chiudere la questione troppo in fretta, dando per scontato che il tempo avrebbe smorzato le tensioni. Ma il tempo, in questo caso, ha fatto l’opposto: ha trasformato un disagio iniziale in una frustrazione cronica. Ogni mattina e ogni pomeriggio, quei quindici minuti tornano a presentare il conto.

La vicenda di Tonengo dimostra come, nella gestione dei servizi pubblici, i dettagli non siano mai davvero dettagli. Un piccolo scarto orario può diventare una frattura profonda se non viene accompagnato da ascolto e flessibilità. Oggi, più che di trasporto o di edilizia scolastica, a Tonengo si discute di considerazione. Perché non è la nuova scuola a essere messa in discussione, ma il modo in cui, nel frattempo, si chiede alle famiglie di adattarsi.

E finché quei quindici minuti continueranno a pesare ogni giorno sulle stesse persone, difficilmente il caso potrà dirsi chiuso.

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