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27 Gennaio 2026 - 16:17
Primetecs di Avigliana, due anni di sacrifici: la Regione ora punta sulla cassa integrazione per 158 lavoratori
La parola chiave, oggi, è una sola: tempo. Tempo per evitare una chiusura che avrebbe l’effetto di una cesura irreversibile sul tessuto industriale della Val di Susa. Tempo per verificare se davvero esistano margini per una reindustrializzazione. Tempo, soprattutto, per non scaricare sui lavoratori il peso di una crisi che affonda le radici in scelte industriali e finanziarie maturate lontano da Avigliana. È in questo quadro che si inserisce l’ultima mossa della Regione Piemonte sulla vertenza Primetecs, uno dei dossier più delicati dell’automotive piemontese.
Al termine del tavolo di crisi convocato nelle scorse ore, la Regione ha chiesto all’azienda di non procedere, almeno in questa fase, con la cassa integrazione per cessazione, ma di orientarsi invece verso l’attivazione della cassa integrazione per area di crisi complessa, uno strumento che consentirebbe di allungare l’orizzonte temporale degli ammortizzatori sociali fino al 31 dicembre 2026. Una scelta che non risolve il problema, ma che può evitare un epilogo immediato e lasciare aperti spiragli su più fronti.
A chiarire la posizione dell’ente è stata la vicepresidente e assessore regionale al Lavoro Elena Chiorino, che al termine dell’incontro ha parlato di una decisione necessaria per «guadagnare tempo utile su due fronti strategici». Da un lato, la possibilità di verificare l’interesse di nuove realtà industriali, già vagliate dall’azionista ma ancora senza un esito concreto; dall’altro, l’attivazione piena e mirata delle politiche attive del lavoro, richieste dagli stessi dipendenti per non restare sospesi in una lunga attesa senza prospettive. «La Regione Piemonte conferma il massimo impegno e un lavoro senza sconti per la tutela dei 157 lavoratori e delle loro famiglie», ha spiegato Chiorino, mettendo nero su bianco l’obiettivo politico dell’operazione.
Per capire il peso di questo passaggio bisogna però riavvolgere il nastro. Primetecs, azienda specializzata in lavorazioni metalmeccaniche di precisione per l’automotive, è stata per anni un tassello stabile della filiera torinese. Lo stabilimento di Avigliana ha garantito occupazione qualificata e continuità produttiva in un territorio già segnato da profonde trasformazioni industriali. Il cambio di passo arriva con l’ingresso del fondo tedesco Mutares, specializzato nell’acquisizione di aziende considerate non più strategiche o in difficoltà. L’operazione viene presentata come un rilancio, ma fin dall’inizio il prezzo da pagare ricade sui lavoratori.
Negli ultimi due anni, infatti, i dipendenti hanno già affrontato sacrifici pesanti: riduzioni salariali, la perdita della quattordicesima, un clima di incertezza costante. Un percorso che non ha prodotto la stabilità promessa e che ha condotto, passo dopo passo, all’attuale scenario: una procedura che apre alla cessazione dell’attività e al rischio concreto di licenziamento collettivo per 157 persone. Numeri che, letti fuori contesto, possono sembrare contenuti, ma che in una realtà come Avigliana significano un colpo diretto a famiglie, competenze e indotto.
È proprio su questo punto che la vertenza Primotecs assume un valore che va oltre il singolo stabilimento. Non si tratta solo di difendere posti di lavoro, ma di evitare l’ennesimo tassello della desertificazione industriale piemontese. Le competenze presenti in fabbrica – lavorazioni specialistiche, conoscenza dei processi, esperienza accumulata in anni di produzione – non sono facilmente ricollocabili. Perderle significherebbe impoverire ulteriormente una filiera già messa sotto pressione dalla transizione dell’automotive, dal rallentamento della domanda e dalle scelte dei grandi gruppi.

Il tavolo in Regione
In questo contesto, la richiesta della Regione di attivare la cassa integrazione per area di crisi complessa assume un significato preciso. Non è solo un ammortizzatore più lungo, ma uno strumento che consente di tenere insieme tutela del reddito e politiche attive, evitando che i lavoratori vengano semplicemente accompagnati verso l’uscita. L’obiettivo dichiarato è usare questo tempo per costruire percorsi di riqualificazione mirata, capaci di intercettare eventuali nuove opportunità industriali o, in alternativa, di facilitare una ricollocazione che non sia improvvisata.
Resta però aperta la questione più delicata: il ruolo della proprietà. La Regione ha chiesto ai vertici aziendali di farsi parte attiva presso l’azionista per congelare la scelta della cessazione. Ma il nodo è politico e industriale prima ancora che tecnico. I sindacati e una parte del mondo politico continuano a interrogarsi sulla strategia di Mutares e sull’effettiva volontà di investire in una soluzione industriale per Avigliana. Negli ultimi mesi la vertenza è arrivata più volte anche in Consiglio regionale, dove non sono mancate critiche alla gestione complessiva della crisi e alla mancanza di una politica industriale strutturata capace di governare i processi in atto.
Il tavolo Primotecs, insomma, non è un punto di arrivo ma una tappa intermedia. La scelta di puntare sulla cassa per area complessa evita lo strappo immediato, ma non scioglie i nodi di fondo. Il tempo guadagnato dovrà essere riempito di contenuti concreti: verifiche reali sull’interesse di nuovi soggetti industriali, programmi di formazione che non siano generici, un coordinamento più stretto tra istituzioni locali, Regione e – se necessario – livello nazionale.
Per i lavoratori, che in questi anni hanno già dimostrato disponibilità al sacrificio, la posta in gioco è alta. Non si tratta solo di difendere un salario, ma di vedere riconosciuto il valore del proprio lavoro e delle proprie competenze. La Regione parla di «impegno massimo» e di «lavoro senza sconti»: parole che ora attendono di essere tradotte in risultati tangibili.
La vertenza Primotecs resta così uno snodo emblematico della crisi industriale piemontese. Se la strategia del tempo guadagnato riuscirà a trasformarsi in una prospettiva concreta, lo diranno i prossimi mesi. In caso contrario, Avigliana rischia di aggiungersi alla lunga lista di territori che hanno visto spegnersi un presidio produttivo senza che nessuno riuscisse davvero a fermare la caduta.
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