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27 Gennaio 2026 - 17:03
Nel Giorno della Memoria, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella lancia un monito che va oltre il ricordo e chiama in causa il presente dell’Europa. Dal Quirinale, davanti alle alte cariche dello Stato, alla premier Giorgia Meloni, alla senatrice a vita Liliana Segre e ai sopravvissuti Edith Bruck e Sami Modiano, il Capo dello Stato denuncia il ritorno di fenomeni che credevamo consegnati alla storia. «Il riproporsi e diffondersi di manifestazioni di razzismo e antisemitismo è indice di alta pericolosità e interpella una azione rigorosa da parte delle autorità di tutta l’Unione Europea», afferma Mattarella, collegando direttamente la memoria della Shoah alle responsabilità politiche dell’oggi.
Il presidente ricostruisce con parole durissime la natura dello sterminio nazista, definendolo un unicum nella storia dell’umanità. «Mai nella storia dell’uomo uno sterminio era stato così lungamente progettato e così accuratamente programmato, nei minimi dettagli e con sconvolgente efficienza», sottolinea, ricordando come l’intero apparato dello Stato nazista – «giuristi, medici, economisti, scienziati, giornalisti, ingegneri, burocrati, militari, semplici cittadini trasformati in delatori» – abbia fornito un contributo attivo alla macchina della morte. Mattarella richiama la definizione di Daniel Goldhagen, parlando dei «volenterosi carnefici di Hitler», per sottolineare che la Shoah non fu il frutto di un’improvvisa follia, ma di una costruzione consapevole e condivisa.
Il cuore del discorso è la denuncia della “grande menzogna” che rese possibile lo sterminio. «Il sistema di sterminio, di morte, di depravazione, che ha il suo culmine nella spaventosa macchina di morte di Auschwitz, è stato il frutto avvelenato di una grande, rovinosa menzogna», afferma il Capo dello Stato. Una menzogna che nega l’uguaglianza tra gli esseri umani, che introduce «graduatorie, classificazioni di superiorità e inferiorità» e che permette di mettere in discussione «la vita, la dignità, i diritti inviolabili e inalienabili». Una costruzione ideologica nata «nel chiuso dei circoli fascisti e nazisti» e poi diffusa attraverso una «infìda ma efficace campagna di propaganda e di manipolazione», capace di sfruttare antichi pregiudizi presenti in larghi strati della popolazione europea.
Mattarella cita Adorno e Horkheimer per spiegare come gli ebrei siano stati trasformati nel «male assoluto» da chi incarnava il «male assoluto», e richiama Primo Levi parlando di un «mondo capovolto» in cui la persecuzione poteva avere un solo esito: lo sterminio. «Sei milioni di persone, soffocate nelle camere a gas, trucidate dai plotoni di esecuzione, perite per i maltrattamenti e per l’inedia dentro le mura dei ghetti», ricorda il presidente, elencando tutte le categorie colpite: ebrei, rom e sinti, omosessuali, dissidenti politici, minoranze religiose, disabili, malati di mente, «tutti definiti appartenenti a categorie non degne di vivere».
Il passaggio più duro riguarda le responsabilità italiane. «Da italiani, rievochiamo con angoscia la discriminazione, la persecuzione, la deportazione, la morte dei nostri concittadini ebrei, traditi dalle leggi razziali volute dal fascismo», afferma Mattarella, chiamando in causa non solo il regime, ma anche «la complicità della monarchia, di tanti che si ritenevano intellettuali, di parte della popolazione». E avverte: fermarsi all’angoscia non basta. «Non possiamo limitarci a questo sentimento, per quanto sincero e doveroso: sarebbe un’occasione mancata».
Il Capo dello Stato lega poi la memoria alla nascita della Repubblica. «La Repubblica Italiana e la sua Costituzione sono nate contro le ideologie disumane e sanguinarie che avevano avvelenato la prima metà del Novecento», dice, ricordando che esse «sono sorte dal sangue innocente dei deportati nei campi di sterminio, dei combattenti per la libertà». Da qui l’affermazione netta: «Nella Repubblica non c’è posto per il veleno dell’odio razziale, per i germi della discriminazione, per l’antisemitismo che affiora ancora pericolosamente».
Un momento particolarmente intenso è dedicato a Liliana Segre, bersaglio negli ultimi mesi di insulti e attacchi. «Alla senatrice Segre rinnovo la riconoscenza della Repubblica per la sua preziosa testimonianza», afferma Mattarella, aggiungendo parole di solidarietà «a fronte di attacchi colmi, a un tempo, di volgarità e di imbecillità». Una definizione che il presidente estende alle manifestazioni di razzismo e antisemitismo, «configurate dalla legge come reati».
Accanto al discorso del Capo dello Stato, arriva anche il messaggio della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che riconosce esplicitamente le responsabilità storiche del fascismo. «Nel Giorno della Memoria ricordiamo i nomi e i cognomi delle vittime», afferma, sottolineando il valore delle testimonianze dei sopravvissuti. «In questa giornata torniamo a condannare la complicità del regime fascista nelle persecuzioni, nei rastrellamenti, nelle deportazioni. Una pagina buia della storia italiana, sigillata dall’ignominia delle leggi razziali del 1938».
Meloni riconosce anche l’attualità del problema. «Purtroppo, a distanza di molti anni, l’antisemitismo non è stato ancora definitivamente sconfitto. È un morbo che è tornato a diffondersi, con forme nuove e virulente», afferma, ribadendo l’impegno del governo a contrastare «ogni declinazione di questa piaga». Nel suo messaggio ricorda infine che «con l’abbattimento dei cancelli di Auschwitz il mondo ha visto l’abisso della Shoah», una rivelazione che ha cambiato per sempre la coscienza dell’umanità.
Nel Giorno della Memoria, le parole di Mattarella e Meloni convergono su un punto essenziale: la Shoah non è solo un evento del passato, ma un monito permanente. E il ritorno dell’antisemitismo, nelle sue forme vecchie e nuove, impone scelte politiche e culturali che non possono più essere rinviate.
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