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Lo stiletto di Clio

Sei vite spezzate: I partigiani di Settimo Torinese

L'eredità dei partigiani: Un impegno per la libertà e la giustizia

La fotografia della rappresaglia di Settimo Torinese fu rinvenuta in tasca a un ufficiale tedesco nei giorni della ritirata dal Piemonte

La fotografia della rappresaglia di Settimo Torinese fu rinvenuta in tasca a un ufficiale tedesco nei giorni della ritirata dal Piemonte

La mattina di martedì 8 agosto 1944, la guardia municipale Antonio Cattaneo percorre in bicicletta la strada che conduce da Leinì a Settimo Torinese. Poco più che trentenne, è di ritorno dalla borgata Fornacino, dove ha notificato un ordine di requisizione del bestiame. Nella cascina Pramolle risiede la famiglia Bosco. Non appena la guardia si avvicina, un uomo lo avverte: «Fa’ attenzione perché sta accadendo qualche cosa di strano».

Nei pressi del cavalcavia autostradale di Settimo, alcuni soldati tedeschi sono disposti a ventaglio. Sei uomini con le mani legate dietro la schiena attendono vicino a un autocarro che sosta accanto al casello. Cattaneo riferirà che il più giovane dei sei indossa pantaloni corti e tuta mimetica. La guardia vede che «due o tre» tedeschi sono intenti ad approntare diversi capestri. In seguito si saprà che hanno acquistato la corda necessaria, quella stessa mattina, da Pietro Benedetto, un sellaio del paese.

IN FOTO All’imbocco dell’autostrada per  Milano, cartelli in tedesco avvertono <<Attenzione, pericolo bande! Armi pronte a sparare!»

IN FOTO All’imbocco dell’autostrada per  Milano, cartelli in tedesco avvertono <<Attenzione, pericolo bande! Armi pronte a sparare!»

Il camion della morte

Antonio Cattaneo comprende che i soldati si apprestano a impiccare i sei uomini. Vorrebbe tirare dritto per la propria strada, però l’accesso alle rampe del ponte è impedito. Allontanatasi per non correre rischi, la guardia si ferma a osservare da lontano. Preziosissima per ricostruire l’accaduto, la sua testimonianza trova precisi riscontri negli atti ufficiali del Comune.

La zona è deserta. Le poche persone che erano nei paraggi si sono velocemente dileguate. Piangendo, il più giovane dei prigionieri cerca di liberarsi, ma i militari lo malmenano. Grida: «Mamma, mamma, sono innocente, non ho fatto nulla!». Le impiccagioni avvengono con un ritmo che a Cattaneo pare lentissimo. L’autocarro parte dal casello. Sul cassone privo di sponde si trova un prigioniero con quattro o cinque soldati. Una volta sotto il ponte, i militari gli infilano un cappio al collo, poi balzano a terra. L’autocarro riparte, lasciando l’uomo a penzolare nel vuoto, quindi retrocede sino al casello. La scena si ripete altre cinque volte. Tocca al ragazzo coi pantaloni corti salire per ultimo sul camion della morte.

Alle ore dieci e mezzo o poco più tardi, tutto è concluso. Con l’animo in tumulto, Antonio Cattaneo non sa che fare. Temendo i tedeschi, ritorna sui propri passi, percorre la strada Cebrosa sino alla cascina Fiorita e attraversa l’autostrada sul piccolo ponte della via Fantina. Quando giunge a Settimo, i colleghi del municipio sono già al corrente delle impiccagioni e lo interrogano sgomenti.

Diverse fonti degne di fede confermano il racconto di Cattaneo. La più significativa è il verbale redatto dal ragioniere Achille Neglia, il vicesegretario del Comune. Dal casello dell’autostrada, un militare tedesco telefona in municipio affinché il podestà o un suo delegato raggiunga immediatamente il cavalcavia. A Settimo, da mesi, non c’è più il podestà. Ne fa le veci un commissario prefettizio: da qualche giorno, l’ingrato compito spetta ad Alberto Bisio, una persona onesta e responsabile. Però egli non abita in paese.

A recarsi sul posto, dove i tedeschi fanno buona guardia, è il vicesegretario Neglia. «Il più elevato in grado di detti militari, col quale il verbalizzante conferì, diede ordine – annota il ragioniere con burocratico linguaggio – di disporre perché alle ore diciotto dello stesso giorno il sottoscritto mandasse un carro od altro mezzo idoneo per poter raccogliere i sei cadaveri e […] nel frattempo fosse approntata una sola fossa nella quale dovevano essere seppelliti gli stessi». Interpellato, il comandante tedesco non riferisce nulla che consenta di risalire all’identità delle vittime, limitandosi a precisare che si tratta di «banditi», i quali hanno ammazzato, pochi giorni prima, «dei loro camerati». Ai piedi di alcune delle vittime un cartello ammonisce: «Sono un ribelle [un bandito, secondo altre fonti], ho vilmente ucciso soldati germanici».

IN FOTO Cimitero monumentale di Torino, sacrario dei caduti della Resistenza le tre vittime non identificate della rappresaglia di Settimo riposano nei cubi 37 e 43

IN FOTO Cimitero monumentale di Torino, sacrario dei caduti della Resistenza le tre vittime non identificate della rappresaglia di Settimo riposano nei cubi 37 e 43

Il terrore dell’esempio

Lunga e dolorosa, senza alcunché di eroico, talvolta resa più infamante dalla pratica di non rimuovere subito i cadaveri, quasi a segnare il paesaggio con un tangibile monito, la morte sulla forca è sempre stata la forma di supplizio più comune per briganti, traditori e assassini di strada. Nel clima di violenze della guerra civile, mentre dilaga quella «crudeltà inconsapevole e piatta che è la peggiore linfa dell’uomo», come si esprime Giaime Pintor (1919-1943), intellettuale e partigiano, la condanna al capestro non può in alcun modo essere confusa con l’atto conclusivo di un combattimento: «il fucile e il mitra sono armi, la forca non lo è». L’esposizione dei cadaveri serve a protrarre la pena oltre la morte, generando il «terrore dell’esempio».

Alle ore diciotto, Achille Neglia raggiunge nuovamente il casello dell’autostrada: lo accompagnano, con un cavallo che traina un carro a quattro ruote, il cantoniere municipale Giovanni Battista Dominietto, il seppellitore Francesco Caudano e alcuni manovali di un’impresa edile. I tedeschi sono ancora sul posto. Uno dopo l’altro, slegati a un cenno del comandante, i corpi cadono sul carro.

Il viaggio alla volta del camposanto è struggente. I sei morti sono coperti da un telo. Di tanto in tanto, una donna si avvicina e singhiozza. Appena il carro varca la soglia del cimitero, il cancello viene chiuso. Don Luigi Paviolo, parroco di San Pietro in Vincoli da poco meno di otto mesi, impartisce la benedizione. Sciolti dai lacci che stringono i polsi, i morti sono adagiati uno accanto all’altro nella grande fossa. «Iniziamo con le pale – racconterà Dominietto, il cantoniere municipale – a ricoprirli di terra: era uno spettacolo penoso. Nella mia vita ho fatto altre sepolture, ma mai in questo modo. Prendo le tabelle di legno che avevano legate ai piedi e le metto sui […] volti [dei cadaveri]. Continuiamo».

L’indomani Alberto Bisio è a Settimo. Subito si adopera affinché le salme siano tolte dalla fossa comune, sistemate in altrettante bare e nuovamente seppellite in tombe anonime. A ognuna delle vittime viene prelevato un lembo del vestito, auspicando che possa tornare utile per i futuri riconoscimenti. Il parroco si fa carico di custodire i pezzi di stoffa. Nessuno, purtroppo, pensa di scattare qualche fotografia.

7 marzo 1947

I sei cadaveri vengono esumati la mattina di venerdì 7 marzo 1947. I pubblici amministratori di Settimo hanno voluto che l’operazione fosse pubblicizzata nel modo più ampio dagli organi di stampa, non mancando di avvertire i famigliari dei partigiani dispersi di cui conoscono i nominativi. I sei corpi sono collocati in altrettanti feretri, uno accanto all’altro e «in modo a tutti visibile». Quindi le persone interessate hanno accesso al camposanto per «esaminare attentamente e scrupolosamente i cadaveri», come viene verbalizzato, dichiarando se riconoscono il congiunto di cui ognuna di loro è alla ricerca. In tal modo è possibile attribuire un nome a tre dei sei partigiani. Nella salma numero cinque, Esterina Falla riconosce il proprio figlio, Spirito Lelio Dama, nato il 5 dicembre 1924 a Candelo, operaio. Margherita Rava identifica il quarto cadavere: è il figlio carissimo, Luciano Bertolino, nato il 10 aprile 1925 a Cuorgnè, meccanico, un giovane di Giustizia e libertà che fu catturato il 27 luglio 1944 nel corso di una spettacolare azione partigiana a Chivasso. La salma numero tre è riconosciuta da Luigia Maria Amprimo per quella del figlio, Bruno Barone, nato a San Giorio il 17 agosto 1925 e residente a Bussoleno, operaio.

I corpi di Dama, Bertolino e Barone vengono subito traslati nei paesi d’origine. Il 23 marzo 1965, in concomitanza col ventesimo anniversario della Liberazione, i resti dei tre giovani sconosciuti sono trasferiti a Torino e inumati nei cubi numero 43 e 37 del mausoleo che racchiude le spoglie dei caduti partigiani presso il Cimitero generale (poi Cimitero monumentale).

Tanti interrogativi, poche certezze

A ottant’anni da quella funesta giornata, alcuni interrogativi continuano a non avere risposta. Chi ordinò la rappresaglia? Chi la eseguì? Quale ne fu la causa diretta o il pretesto? Allo stato attuale delle ricerche è impossibile attribuire la responsabilità dell’impiccagione multipla alle SS o Schutzstaffel. Dall’esame della fotografia reperita in tasca a un tedesco nei giorni della ritirata dal Piemonte si nota che l’ufficiale accanto all’automobile indossa la divisa della Wehrmacht, mentre l’uomo di guardia e quello che sembra passeggiare con le mani in tasca sono, assai probabilmente, soldati della Luftwaffe, l’aviazione militare tedesca, forse della Flak, l’artiglieria contraerea che non disdegnava di svolgere compiti di antiguerriglia. è presumibile che i sei partigiani si trovassero rinchiusi nel primo braccio delle Carceri nuove di Torino, quello gestito direttamente dai tedeschi, a disposizione per eventuali rappresaglie. Tuttavia padre Ruggero Cipolla (1911-2006), il cappellano della struttura penitenziaria, non ne fa cenno nel suo noto libro di memorie.

Le ricerche dell’ultimo quindicennio hanno consentito di stabilire alcuni punti fermi. Che la rappresaglia di Settimo sia stata una conseguenza dell’attacco dei partigiani di Giustizia e Libertà contro le forze fasciste e tedesche a Chivasso, il 27 luglio precedente, come alcuni sostengono, sembra assai poco probabile. Tra i due fatti intercorrono ben dodici giorni: pur ammettendo che gli interrogatori dei prigionieri abbiano ritardato le esecuzioni, il lasso di tempo sembra eccessivo per convalidare una consequenzialità fra gli eventi. Non si comprendono, inoltre, i motivi che avrebbero indotto i tedeschi a scegliere il ponte di Settimo se la vicenda scatenante della rappresaglia si verificò a Chivasso. È assai più plausibile che lo scenario dell’accadimento all’origine della reazione tedesca sia da individuare non lontano dal cavalcavia di Settimo.

Le ricerche continuano

Avevamo vent’anni

Nel 1956 Italo Calvino (1923-1985) scrisse il testo di una canzone destinata a grande successo. Si richiama alla necessità di non dimenticare né travisare i valori che animarono la lotta di liberazione. «Avevamo vent’anni e oltre il ponte, / oltre il ponte ch’è in mano nemica, / vedevam l’altra riva, la vita, / tutto il bene del mondo oltre il ponte».

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