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Sanità in Alto Canavese: quando la politica non c'è! Nasce un comitato di cittadini

Presentato ieri sera a Valperga per difendere il servizio pubblico dal privato. Prende spunto dalla chiusura del pronto soccorso di Cuorgnè

Cuorgnè

Il Punto di Primo Intervento di Cuorgnè, che ha aperto dopo la chiusura del pronto soccorso

E’ stato presentato ufficialmente a Valperga, in una conferenza-stampa tenutasi lunedì 27 febbraio, il COMITATO IN DIFESA DELLA SANITÀ PUBBLICA ALTO CANAVESE, che ha tra i suoi obiettivi primari la riapertura del Pronto Soccorso di Cuorgnè.

A PARLARNE, E A RISPONDERE ALLE NUMEROSE DOMANDE DEI GIORNALISTI, SONO STATI ALCUNI TRA I SUOI FONDATORI: RICCARDO TESSARINI, BRUNO BOGGIO, i capigruppo delle minoranze cuorgnatesi DANILO ARMANNI e DAVIDE PIERUCCINI  ma non in veste istituzionale (“questo dovrebbe farlo la maggioranza che governa il Comune”). Erano anche presenti i rappresentanti del NURSIND GIUSEPPE SUMMA, della CGIL- FUNZIONE PUBBLICA CLAUDIO CARLONE, della CISL-FUNZIONE PUBBLICA ERMES ZERBINATI. I tre sindacalisti non fanno parte del Comitato: “Non potremmo per Statuto – hanno precisato - ma ne sosteniamo le iniziative”.

La presentazione del Comitato in difesa della sanità pubblica

Formatosi alla fine di novembre, dopo l’apertura del Punto di Primo Intervento presso l’Ospedale di Cuorgnè e delle polemiche che ne erano seguite, non ha al  momento un direttivo non essendosi ancora dato uno statuto vero e proprio ma si riunisce in media due volte al mese presso la Società Operaia di Valperga.

Può farne parte chiunque ne condivida la <Dichiarazione d’Intenti> che ha come punti-cardine la lotta contro la Precarizzazione e la Privatizzazione della Sanità.

Non chiediamo a chi aderisce la sua appartenenza partitica – ha spiegato Tessarini però è chiaro che facciamo  politica visto che c’impegniamo per la Difesa del Servizio Sanitario Pubblico. Le riunioni si tengono in media due volte al mese con una media di 20-30 partecipanti mentre il gruppo Facebook che abbiamo creato conta 850-900 persone. Ci dividiamo in gruppi di lavoro: quello di stasera è uno di essi. Ne costituiremo altri, in base alla partecipazione, destinati a tenere i rapporti con gli enti locali e le istituzioni, con le associazioni ed i partiti, con gli operatori sanitari. Nelle prossime riunioni operative decideremo le iniziative per farci conoscere: è ovvio che dovremo scendere in mezzo alla gente e confrontarci con i cittadini organizzando banchetti e girando per i mercati. Sicuramente torneremo anche davanti all’ospedale”.

E’ un po’ la continuazione – ha spiegato Pieruccinidella raccolta-firme che avevamo organizzato la scorsa estate: era giusto dare una risposta ai cittadini che avevano firmato. Certo dobbiamo ammettere che quando nasce un comitato è perché manca la politica”.

Il comunicato

Presentandosi all’opinione pubblica, il COMITATO in DIFESA DELLA SANITÀ PUBBLICA ALTO CANAVESE per la RIAPERTURA del PRONTO SOCCORSO dell’OSPEDALE di CUORGNÉ parte dalla constatazione che “la Sanità pubblica versa da parecchio tempo in una condizione di sempre più grave difficoltà nella erogazione dei servizi indispensabili per il soddisfacimento generalizzato del <diritto alla salute> sancito dall' art. 32 della Costituzione. Viene ormai surclassata a tutti i livelli da quella privata grazie ad una costante restrizione dei fondi erogati dallo Stato e dalle Regioni e ad una politica compiacente verso l' aziendalismo sanitario privato da parte dei governi che si sono succeduti nel corso degli ultimi trent' anni. Alla carenza sempre più marcata degli organici si somma l' eliminazione di interi reparti nosocomiali e la riduzione drastica dei posti letto e del personale, nel nome di una razionalizzazione che svilisce e danneggia sempre più pesantemente l'inerme cittadino”.

Passando alla specifica situazione del territorio alto-canavesano, l’attenzione si concentra ovviamente sul Pronto Soccorso di Cuorgnè “soppresso dopo l' evento pandemico nonostante la sua conclamata necessità, reclamata anche di recente da una ragguardevole mobilitazione popolare con una significativa raccolta di firme”.

La posizione del Comitato di fronte all’istituzione del Punto di Primo Intervento è negativa: “La decisione ci trova fortemente contrari, sia per la dichiarata limitatezza se non quasi Inconsistenza del servizio offerto, sia per i suoi costi di gestione: è affidata a medici privati compensati a gettone con soldi pubblici e facenti capo a una SRL di Caselle: la Air Medical”.

Il Comitato considera invece “prioritaria la riapertura a pieno regime del Pronto Soccorso di Cuorgnè, in quanto servizio imprescindibile e assolutamente indispensabile per i cittadini del territorio, ricadente per gran parte in area montana e perciò normativamente tutelato”.

Sull'ospedale di Cuorgnè gravitano 80.000 persone

Opererà con un'opera di sensibilizzazione dell'opinione pubblica, "al fine di indurre la politica a misurarsi con tale urgenza e a corrispondervi adeguatamente, e si doterà di uno statuto che ne disciplinerà l'impegno e l'azione”.  

Il Canavese – ha spiegato BRUNO BOGGIO fornendo una serie di dati riguardanti il territorio – ha una superficie di 2.047 chilometri quadrati e una popolazione di 338.000 abitanti distribuita in 129 comuni, 110 dei quali hanno meno di 10.000 residenti: nei piccoli paesi vivono pertanto 260.000 persone. I centri canavesani che gravitano intorno all’ospedale di Cuorgnè sono 40 e comprendono 80.000 abitanti”.

Ha quindi proseguito: “In tutto il Canavese operano attualmente 3 presidi di Pronto Soccorso: quelli di Ivrea, Chivasso, Ciriè, e sono in forte sofferenza. Sarebbe pertanto un vantaggio anche per loro se quello di Cuorgnè riaprisse al più presto. La nostra non è una battaglia teorica o velleitaria bensì credibile, ragionevole, finalizzata alle esigenze di tutti noi poiché nessuno può dire <a me il Pronto Soccorso non interessa>. Vorremmo che gli amministratori locali si facessero portavoce di quest’esigenza nei confronti della Regione,  che decide le politiche sanitarie da adottare”.

ARMANNI ha puntualizzato: “Il nostro Pronto Soccorso è stato chiuso (e non più riaperto) durante la pandemia per trasformare l’ospedale in struttura per i malati di Covid. Si sarebbe dovuto fare esattamente il contrario: in periodo pandemico i Pronto Soccorso andrebbero potenziati, non chiusi!”.

Il capogruppo dei <Moderati e Indipendenti> è molto polemico nei confronti del Punto di Primo Intervento in funzione da inizio gennaio per 12 ore al giorno e limitatamente ai Codici Bianchi e Verdi: “Alcuni politici locali hanno esaltato questo servizio ridotto sostenendo: <Piuttosto che niente è meglio piuttosto!>. E’ chiaro che, si ci riducono in condizioni di assistenza simili a quelle della savana africana, qualunque cosa in più che ci diano viene ben accolta ma non è questa la soluzione”.

Sanità: pubblico e privato a confronto

L’auspicio dei sindacalisti si scontra con la posizione dei vertici regionali: a Castellamonte,  a fine novembre, il presidente Cirio aveva pubblicamente dichiarato che “La vecchia distinzione tra Pubblico e Privato è figlia di un atteggiamento datato, è superata. Quello che dobbiamo garantire è che l’assistenza venga fornita, poi al cittadino cos’importa se gliela forniscono le strutture pubbliche o i privati convenzionati?”.  

Che questo discorso non quadri lo ha spiegato ancora ZERBINATI: “ll cittadino non si rende conto che paga il doppio perché quel che viene dato ai privati pesa sulle tasse che versa come contribuente. In questo anno di prova per il Punto di Primo Intervento di Cuorgnè 1 milione e mezzo di euro verranno dirottati su una società di Caselle”.

Una società che – aggiunge ARMANNI – “si occupava di trasporti sanitari internazionali ed ora fa l’intermediaria di medici gettonisti pagati il triplo di quelli dipendenti dal Servizio Pubblico. Lo stesso vale per i 3 milioni stanziati nell’intento di ridurre le liste d’attesa: 1 milione al  mese per 3 mesi versati a cliniche come quella che opera all’interno del Policlinico di Monza. Questo la dice lunga sulla strategia della Regione Lombardia, adottata da  noi fin dai temi di Ghigo.

CARLONE ha fatto notare che “Non tutto è perfetto nel Pubblico, che ha tanti difetti ma è soggetto a regole e limiti: se supera il tetto di spesa fissato deve fermarsi, non può più fare nulla; non mi risulta che il privato abbia il medesimo problema. Oltretutto il contratto della Sanità Privata (per il personale regolarmente assunto, non per i gettonisti) è peggiorativo  rispetto a quello Pubblico ed una delle nostre battaglie è stata proprio quella per equipararli. L’obbligo delle 11 ore di pausa fra un turno  e l’altro e delle 35 ore di riposo settimanale, nel privato chi controlla che vengano rispettate? E se lavorano tante ore come fanno ad aggiornarsi? Abbiamo il vago sospetto che l’impoverimento del Servizio Pubblico non sia casuale eppure all’estero viene additato come un esempio ed Obama vi si era ispirato per il suo <Obamacare>".

SUMMA ha rimarcato il progressivo spostamento dei servizi verso Torino: “Non possiamo riavere tutti quelli che sono stati chiusi. Nessuno chiede una Cardiochirurgia a Cuorgnè ma il Pronto Soccorso sì! Fra l’altro abbiamo dei dubbi sulla legittimità della sua trasformazione in P.P.I.”. La riduzione dei servizi offerti ed i tempi d’attesa eterni hanno come contraltare, in altri casi,  visite e controlli superflui: “Quando le ASL non  erano aziende - ha riflettuto ZERBINATI questo non accadeva”.  

Un monito è arrivato da PIERUCCINI: “Non è bello far passare il messaggio che se la Sanità funziona male è perché i cittadini ricorrono troppo al Pronto Soccorso: non lo fanno per furberia. Vuol dire che si fidano!”.

I sindacalisti contro tagli e sprechi

Perché il Pronto Soccorso di Cuorgnè non riapre? Chi segue le vicende di attualità sa che la motivazione fornita era stata inizialmente la carenza di medici, poi l’assenza di una sala-gessi. Mettendo i puntini sulle i, SUMMA ha spiegato: “La presenza di una sala-gessi è requisito indispensabile ma mancano gli ortopedici, tanto che ad Ivrea il servizio è stato in parte esternalizzato. Certo è singolare, in una situazione del genere, che un ortopedico possa essere autorizzato a prestare servizio sulle piste da sci della valle d’Aosta, anch’essa alle prese con le carenze di personale. Non so se qualche medico abbia aderito ma la possibilità c’è”.  

Detto questo, il problema vero – come Summa aveva detto in altre occasioni – riguarda il personale infermieristico e gli OSS: “Sulla carta sono gli stessi di prima della pandemia ma in pratica non è così: nel frattempo alcuni sono stati spostati ad Ivrea e risultano indispensabili per il funzionamento di reparti quali  la Rianimazione, altri se ne sono andati”.             

Il rimedio adottato per rimediare alle carenze di organico non fa che peggiorare la situazione: pagare personale esterno e stipulare convenzioni con le strutture private grava pesantemente sul bilancio dell’ASL. Ha precisato CARLONE:Non ci opponiamo alle cooperative per motivi ideologici ma pratici e pragmatici: con la cifra spesa per tre operatori esterni se ne pagherebbe quattro interni  a tempo indeterminato. Negli ultimi 10-15 anni non si è fatto che tagliare posti-letto, oggi la tendenza è a re-internalizzare per cui rimaniamo basiti di fronte a certe notizie: c’è una graduatoria con 400 infermieri che rischia di scadere. Il discorso non ci torna!”.

ZERBINATI ha sottolineato che “Per il Servizio Sanitario e quindi per i contribuenti, le convenzioni rappresentano una doppia spesa: oltre a non riscuotere i soldi del ticket, l’ASL deve pagare il servizio. Questo fa veramente arrabbiare. Se i tanti fondi che vengono dirottati in quella direzione rientrassero nel Pubblico, sarebbe un bene per tutti. Non è nemmeno così vero che i medici manchino: le statistiche dicono che dal 2013 al 2020 sono aumentati di 3.000 unità. Il problema è che prendono altre strade: se sono dipendenti di un  ospedale hanno uno stipendio di 3.500 euro al mese, se vi lavorano come gettonisti guadagnano tre volte tanto. Vent’anni fa non esistevano tutte queste società private, che operano senza oneri né responsabilità. Se – mettiamo – apro una panetteria, devo acquistare o affittare i locali, procurarmi le attrezzature, pagare le spese: la Sanità privata fa sempre e solo convenzioni. Servirebbe un cambio di tendenza”.

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