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16 Febbraio 2026 - 16:18
«Invece che liberale, la sua rivoluzione dovrebbe dirsi “liberatrice”: liberatrice di forze storiche latenti che attendevano energie intellettuali capaci di renderle consapevoli del compito storico al quale avrebbero dovuto e potuto accingersi». Con queste parole, il professor Gustavo Zagrebelsky ha aperto oggi al Teatro Carignano di Torino la cerimonia per il centenario della morte di Piero Gobetti, alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
Un incipit non rituale, ma programmatico. Non una celebrazione generica, bensì una ridefinizione del significato stesso dell’opera gobettiana. Davanti a una platea gremita, in un teatro che è uno dei luoghi simbolo della storia civile torinese, l’ingresso del Capo dello Stato è stato accolto da un lungo applauso, durato circa un minuto. Applausi anche all’esterno, tra cittadini e passanti radunati davanti al Carignano. Con lui, le massime autorità del territorio: il presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio, il sindaco di Torino, Stefano Lo Russo e il prefetto Donato Cafagna.
Ad aprire la mattinata è stato Stefano Tallia, presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte, che ha accolto Mattarella sottolineando il valore nazionale della sua presenza e ricordando che il Comitato per le celebrazioni, riconosciuto dal Ministero della Cultura, è presieduto dallo stesso Zagrebelsky e comprende, tra gli altri, il Centro Studi Piero Gobetti, l’Accademia delle Scienze di Torino, l’Archivio di Stato di Torino, la Maison de l’Italie di Parigi e la casa editrice Einaudi. È stato inaugurato un triennio di iniziative che accompagnerà il 2026 e i due anni successivi, con una seconda cerimonia prevista a Parigi il 19 febbraio.
Ma Tallia ha voluto soprattutto riportare l’attenzione su un dato che ha attraversato la sala come un monito: «Centoundici. Questo è il numero dei giornalisti e degli operatori dell’informazione che sono stati uccisi nel 2025 in tutto il mondo», ha detto. Nei primi mesi del 2026, i reporter uccisi sono già quattro. «Quando si pensa al ruolo e all’importanza dell’informazione nella società democratica – ha aggiunto – è necessario ricordare anzitutto loro, donne e uomini che con coraggio hanno tenuto accese le luci sugli angoli più dimenticati del mondo e della storia».
Il passaggio più netto è stato quello sul rapporto tra autoritarismo e libertà di stampa: «Quando un governo vira verso la dittatura, la prima luce che prova a spegnere è proprio quella dell’informazione». Parole che hanno trovato un’eco concreta poche ore più tardi, nella visita del Presidente alla redazione torinese de La Stampa, assaltata lo scorso 28 novembre da un centinaio di manifestanti legati ad ambienti anarchici.

Piero Gobetti
La lectio magistralis di Zagrebelsky ha poi ripercorso la parabola di Gobetti, nato a Torino nel 1901 e morto in esilio a Parigi nel 1926, a soli 24 anni. Antifascista, giornalista, editore, intellettuale capace di interpretare il proprio tempo con una lucidità precoce. Fondatore di “Energie Nove” a soli 17 anni e poi della “Rivoluzione Liberale”, Gobetti aveva definito il fascismo “autobiografia della nazione”. Non un corpo estraneo, ma il prodotto delle debolezze storiche italiane: trasformismo, individualismo, mancanza di senso della responsabilità collettiva.
Nel corso dell’intervento, Zagrebelsky ha insistito sul rifiuto di ogni scorciatoia. Nella lettera dell’ottobre 1925, pubblicata sull’ultimo numero della “Rivoluzione Liberale” prima del sequestro, Gobetti invitava a non coltivare illusioni parlamentari e a non credere che il fascismo potesse cadere per astuzia o per congiura. Era necessario lavorare a lunga scadenza, formare coscienze, costruire una nuova classe dirigente.
«A onta dell’aggettivo con il quale egli volle qualificare la sua Rivoluzione, rivoluzione “liberale”, la sua opera non ha a che vedere con il liberalismo come esperienza storica alla quale si richiamarono i liberali del secolo precedente», ha spiegato il professore. E ha aggiunto che definirlo un liberale “sui generis” può essere pacifico, ma riduttivo. La sua era una rivoluzione liberatrice, non un’operazione di continuità con il liberalismo storico.
Il passaggio dedicato al rapporto con Antonio Gramsci ha evidenziato stima reciproca e differenze profonde. Gobetti assegnava agli intellettuali un ruolo pedagogico e critico, distinto dal movimento politico. Gramsci parlava invece di intellettuale organico, immedesimato nel processo storico. È in questo contesto che Zagrebelsky ha richiamato il tema della “separazione delle carriere”, in senso certamente lato, ma quantomai attuale: la distinzione tra l’intellettuale critico che mantiene autonomia e l’intellettuale che si fonde con il movimento sociale e politico.
Al termine dell’evento, Mattarella si è intrattenuto alcuni minuti con Zagrebelsky prima di lasciare il teatro. Raccontando lo scambio, il professore ha detto: «È siciliano, e ha uno stile in cui noi sabaudi ci riconosciamo facilmente: sobrio, senza retorica, schiena dritta, come avrebbe detto Gobetti». Poi ha aggiunto: «Gli ho detto che Torino era molto grata della sua presenza e onorata del fatto che abbia voluto venire in questa occasione gobettiana. Poi gli ho chiesto se ci rivedremo presto e lui mi ha risposto “certamente!”».
Nell'accogliere il Presidente, il sindaco Lo Russo ha collegato il pensiero gobettiano all’attualità: «Oggi viviamo tempi segnati da conflitti, da fragilità democratiche e da una diffusa sfiducia nelle istituzioni – ha affermato –. Vediamo riemergere la tentazione di semplificare le complessità, di alimentare divisioni, di usare la paura come leva politica».
Ha poi ricordato che «la libertà non è mai un dato acquisito, ma una conquista quotidiana» e che «quando i diritti fondamentali diventano negoziabili, la democrazia è già in pericolo». Ha sottolineato il valore del pluralismo e della cultura come strumenti di emancipazione e responsabilità civile.
Il presidente della Regione, Alberto Cirio, rivolgendosi al Capo dello Stato ha espresso gratitudine per la sua presenza e per l’impegno nella difesa della Costituzione repubblicana e antifascista: «La libertà non si eredita, la libertà non si delega, e la libertà non si conserva da sola», ha dichiarato, invitando a vivere il centenario non come commemorazione ma come prosecuzione di un impegno concreto nelle istituzioni.
Conclusa la cerimonia al Carignano, Mattarella si è recato nella sede torinese de La Stampa, in via Lugaro 15, per un breve saluto. Il Presidente ha espresso «solidarietà per i fatti di fine novembre», sottolineando che «i giornali sono i pilastri della democrazia».
Accolto dal direttore Andrea Malaguti e dai vertici di Gedi, il Capo dello Stato ha ricevuto in dono due lastre, una con la prima pagina della sua elezione e l’altra con la foto che lo ritrae al Niguarda. A proposito dell’ospedale, ha evidenziato lo «straordinario lavoro dei medici, perché lavorare su molti casi contemporaneamente dimostra la grande professionalità». Ha concluso con un pensiero «ai familiari dei ragazzi morti nel rogo di Crans-Montana e per quelli ricoverati, che stanno affrontando una prova difficilissima».
Dalla riflessione teorica sulla rivoluzione “liberatrice” al gesto concreto di solidarietà verso una redazione colpita, la giornata torinese ha tracciato un filo continuo tra memoria e presente. Cent’anni dopo la morte di Piero Gobetti, la sua figura è tornata al centro del dibattito pubblico non come icona cristallizzata, ma come coscienza critica capace di interrogare l’oggi: libertà come responsabilità quotidiana, informazione come presidio democratico, rigore e studio come strumenti di emancipazione civile.
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