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BORGOFRANCO D'IVREA.
21 Agosto 2021 - 10:18
De La Pierre
La sua casa si trova lungo via Andrate, nel mezzo di un’ampia zona verde che da Borgofranco sale verso la montagna. Due ippocastani danno il benvenuto all’ingresso da cui si dirama una lunga via.
Giulio De La Pierre, nome di battaglia “Livio” viveva qui, insieme alla moglie Maria, in quella che era la casa di famiglia tanti anni fa, dalle pareti calde e sulle quali si distingue il disegno di una meridiana a scandire le ore del giorno. Un’oasi di pace tra il grande giardino e gli alberi, le vigne e il ticchettio di un ruscello… E' morto venerdì scorso. Quando lo intervistammo aveva 96 anni ma gli occhi vivaci di un ragazzino.
De La Pierre, ci aprì la porta per raccontare, nella ricorrenza del 25 aprile, che cosa fu la “sua” Resistenza. Gli anni ’40 di un giovane che a tutto pensava meno che entrare nell’esercito e trovarsi di fronte poi alla scelta se stare “di qua” o di là”. “L’8 settembre dovevamo scegliere: stare da una parte o dall’altra - ricordava lui -. Fu la prima decisione della mia vita. E scelsi di stare contro i tedeschi” sottolineava narrando i fatti che sconvolsero la vita di un’intera generazione. Era un studente brillante, Giulio De La Pierre.
Abituato a muoversi da un posto all’altro, pronto ad inseguire i suoi desideri. Figlio, d’altronde, di un un esperto in fabbricazione di acciaio, un manager, prima in Fiat, a Torino, e poi a Venezia, a Marghera dove negli anni ’30 stava nascendo il polo industriale. Giulio era nato proprio sotto la Mole, il 4 maggio del 1921, ma con la sua famiglia, originaria di Gressoney, ha abitato in tanti posti.
Ragazzino, dopo la scuola elementare a Mestre, nel Veneto, studia al liceo Berchet e poi il Politecnico, a Milano.
Non si è ancora laureato quando scoppia la seconda guerra mondiale. “Ero in piazza del Duomo a Milano quando Mussolinitenne il suo discorso col quale dichiarava guerra - ricordava -. A scuola eravamo imbevuti di fascismo. In famiglia era diverso… ma al Berchet c’era già qualche professore antifascista. Ho vissuto quel momento in modo ambiguo, come tanti della mia età allora”. Nel 1943 viene arruolato nel Regio Esercito.
Si trova a Savonera, con i cannoni piazzati, in un luogo isolato, quando alla sua batteria arriva la notizia per radio. E’ l’8 settembre. Al gruppo di De La Pierre si presenta una persona che arriva da Torino, mai vista: “deponete le armi e attendete informazioni”.
E aggiungeva: “al primo che scappa sparo nella schiena”. “In due siamo scappati, siamo venuti qui, dove avevamo la casa. Anche i miei genitori erano sfollati perché la casa a Milano era stata bombardata. Da quel momento ho deciso di fare il partigiano, in Valle d’Aosta”.
Dal momento della fuga segue un periodo di incertezza, di vita clandestina, documenti falsi. “Il nostro compito era disturbare” ricorda De La Pierre. La Resistenza è stata forte, in Valle d’Aosta. I partigiani erano tanti. C’era una grossa divisione, al confine con la Francia, la popolazione aiutava i partigiani e la Regione poi diventata a statuto autonomo ha sempre sentito come ostile l’occupazione fascista. “Noi eravamo sulla strada di comunicazione, facevamo saltare i ponti. Organizzavamo piccoli attacchi pur non avendo quasi niente. Sono stato per mesi solo con una pistola e un fuciletto da guerra. Una volta ci siamo rimpinzati, disarmando dei carabinieri. Lanci di armi venivano dall’Inghilterra. Eravamo una banda autonoma. All’inizio eravamo una quarantina, poi un centinaio. Articolati in tanti posti. La sede principale era a Perloz. I primi ad arrendersi subito a noi sono stati i carabinieri. Ci mettevamo sulla strada e se c’erano dei gruppi li disarmavamo senza ammazzarli. Poi siamo diventati un po’ più pericolosi. Fascisti e tedeschi hanno cominciato ad organizzare i rastrellamenti e venivano su per le montagne ma il più delle volte non ci trovavano. Ci nascondevamo nelle baite. I rastrellamenti duravano poco, quattro cinque giorni”.
Poi Perloz non era più sicura e la squadra decideva di salire di 150 metri sul colle che va in val d’Ayas, tra Issime e Perloz. “Avevamo buoni rapporti con la popolazione, quando avevamo bisogno ci davano latte, polenta. La difficoltà più grossa era reperire da mangiare, prendevamo le mucche e le mangiavamo, come la farina, non si mangiava bene ma si mangiava. E speravamo che finisse”.
Pont Saint Martin, subito dopo la liberazione, combattenti della divisione Lys. Terzo da destra, Giulio De La Pierre.
De La Pierre ricordava come fosse ieri il suo “battesimo”. “All’Ilssa, la fabbrica, venivano allevati maiali per gli operai. Siamo andati a prenderne alcuni siccome uno di noi, Jeullaz, era macellaio”.
L’attacco più impegnativo il 25 luglio del 1944 per un tentativo di parecchie formazioni attorno di occupare la valle di Gressoney. Sparatorie, parecchi morti. “Noi non l’abbiamo occupata ma loro l’hanno sgomberata” enfatizza De La Pierre. E i tedeschi non sono più tornati. Poi a fine settembre una squadra di aerei inglesi bombarda Pont Saint Martin. Sbaglia bersaglio: le bombe non colpiscono il ponte ma cadono sulle case. Quasi duecento civili morti.
“Ci sono stati grossi rastrellamenti in tutta la valle, soprattutto verso la Francia, valle di Susa, di Lanzo, fino al marzo del ’45 quando c’è stato l’ultimo rastrellamento, tra cannoni, mortai, a cui abbiamo risposto con le mitragliatrici. C’erano ucraini, cecoslovacchi che scappavano dall’esercito tedesco, repubblichini. Avevamo un prigioniero inglese e un tedesco disertore. Ecco perché siamo arrivati a circa trecento persone, anche dell’ultima ora. Molti sono stati accompagnati in Svizzera, alcuni sono morti alla Galisia sotto la valanga. Per noi la guerra è finita il 27 luglio perché ci sono state trattative: ormai i tedeschi si arrendevano ma ce n’erano tre di questi tremila che volevano arrendersi agli alleati. Siamo stati ancora un mese a fare servizio d’ordine a Pont Sant Martin. Poi sono tornato a Borgofranco…”.
Allora ha finito gli studi. Il 1° marzo ’46 si è laureato e nel settembre è entrato all’Olivetti, e poi a costruire motori per l’agricoltura con Baltea. “Nel frattempo ci siamo dati alla bella vita: tiravamo il fiato…”.
Nel 1952 De La Pierre ha spostato Maria. Una figlia, Luisa, medico a Milano, e un nipotino.
Iscritto all’Anpi, per una quindicina d’anni ha partecipato alle manifestazioni a Lace.
“Il 25 Aprile è la festa degli antifascisti, è stata dura farla riconoscere” osservava guardando con tristezza agli ultimi eventi della politica, divisa dalla questione referendaria.
“La Resistenza tradita, è stato detto più di una volta - rifletteva De La Pierre - e quest’ultimo referendum in cui l’Anpi è stata criminalizzata dal Pd ha dimostrato che quelli che credono ancora alla Costituzione sono quelli del no, che fortunatamente hanno vinto. Sono andato a votare”.
Partigiano Terza Brigata Lys
De La Pierre è stato per pochi anni anche consigliere comunale, a Ivrea, con Fiorenzo Grijuela. Non faceva per lui. “Ho invece lavorato molto nei movimenti di giovani come Disarmo Pace che era antifascista, contro il colonialismo, internazionalista” sottolinea. Sfogliava “Il Manifesto”, ascoltava il tg, parlava con i giovani, guardava con incertezza al futuro…
Domani, domenica 22 agosto, alle ore 20,30, si terrà il Rosario presso la sua casa di Biò (Borgofranco).
Il funerale si terrà a Gressoney lunedì 23 agosto, alle ore 14,30, presso la Chiesa Parrocchiale di Gressoney-Saint-Jean
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