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Costume e società
29 Aprile 2026 - 10:34
La serata era cominciata con Luciana Littizzetto romanziera, ospite di Fabio Fazio domenica 26 aprile per parlare de “Il tempo del la la la”, il suo primo romanzo pubblicato da Mondadori. Ma, come spesso accade a Che tempo che fa, la parte più politica è arrivata dopo, quando la comica di Bosconero ha lasciato sullo sfondo libri, menopausa, Torino e “queenager” per tornare alla sua arma più riconoscibile: la letterina.
Questa volta il destinatario non era un politico italiano, ma il conduttore russo Vladimir Solovyov, volto della televisione vicina al Cremlino, finito al centro delle polemiche per gli insulti rivolti a Giorgia Meloni. Littizzetto parte proprio da lì, prendendo posizione senza ambiguità: non una questione di destra o sinistra, ma di bullismo istituzionale, di violenza verbale, di sessismo trasformato in propaganda.
La comica, com'era prevedibile, non difende Meloni politicamente. Difende il confine. Difende l’idea che una premier possa essere criticata, contestata, attaccata sul merito, ma non ridotta a bersaglio di insulti personali e misogini. In questo senso, il monologo funziona perché sposta il discorso: dalla polemica di parte alla dignità del linguaggio pubblico.
La letterina è costruita come una finta missiva “russa”, piena di storpiature, parodie e immagini grottesche. Littizzetto si presenta come “donna piccola come Pupo con voce acuta come Al Bano” e invita Solovyov ad abbassare i toni, trasformando la satira in una specie di caricatura diplomatica. Il gioco linguistico è volutamente sopra le righe, ma il messaggio resta netto: il microfono non dovrebbe diventare un kalashnikov.

Nel mezzo, l’omaggio ironico a Fazio, definito una sorta di “Gogol della tv italiana”, diventa il contrappunto perfetto: il conduttore pacato, che non alza la voce, messo a confronto con l’aggressività televisiva di chi usa lo studio come un’arena. Anche qui Littizzetto fa ridere, ma lavora su un tema molto serio: la televisione come spazio di responsabilità, non solo di spettacolo.
Il finale, con il richiamo ai classici russi e al 25 aprile, chiude il cerchio. La Russia evocata da Littizzetto non è quella dei propagandisti, ma quella della musica, del teatro, della letteratura. E proprio per questo il bersaglio non è un popolo, ma un modo di esercitare il potere: insultare, intimidire, trasformare la parola in arma.
La puntata del 26 aprile resterà quindi anche per il debutto televisivo della Littizzetto scrittrice, tra il racconto dei sessant’anni, della menopausa e di una Torino amatissima. Ma la sua impronta più forte è arrivata dopo, con una letterina che ha mostrato ancora una volta il suo meccanismo migliore: partire dal paradosso, attraversare la risata e arrivare a una posizione precisa. Stavolta, in difesa di una donna che politicamente ha spesso preso di mira. E proprio per questo la stoccata pesa di più.
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