AGGIORNAMENTI
Cerca
Attualità
15 Aprile 2026 - 11:25
Il treno passa e non ferma a Settimo. Una ragazza di 25 anni lancia una petizione su Change.org
C’è un confine non dichiarato che attraversa la rete ferroviaria piemontese: non è segnato sulle mappe di RFI né nei comunicati istituzionali, ma è perfettamente riconoscibile da chi ogni giorno si sposta per lavoro o studio. È il confine tra chi viene servito e chi viene sacrificato. Settimo Torinese, nel silenzio generale, è finita dalla parte sbagliata.
A denunciarlo, con una lucidità che smonta ogni alibi, è Francesca Zappulla, 25 anni, pendolare, che ha trasformato un disagio personale in una questione pubblica lanciando una petizione che chiede ciò che dovrebbe essere ovvio: l’inserimento della fermata dei treni regionali veloci a Settimo Torinese e un rafforzamento reale del servizio ferroviario. Non una richiesta ideologica, ma una pretesa di coerenza.
Perché i numeri, i flussi, la geografia urbana raccontano una verità semplice: Settimo Torinese è uno dei nodi più rilevanti dell’area metropolitana. Un bacino che non riguarda solo i suoi abitanti, ma si estende a San Mauro, Castiglione, Gassino. Centinaia di persone che ogni giorno gravitano su quella stazione. Eppure, nella logica ferroviaria, questa centralità evapora. Non esiste. Viene ignorata con una ostinazione che non può più essere liquidata come casuale.
Il caso più clamoroso è quello dei treni regionali veloci diretti a Milano. Non fermano a Settimo. Non lo fanno, nonostante la domanda, nonostante la posizione strategica, nonostante l’evidenza. Il risultato è una distorsione sistemica: i pendolari sono costretti a spostarsi prima verso Torino Porta Susa o verso Chivasso per poi risalire su un treno che, paradossalmente, passa comunque da lì senza fermarsi. È la fotografia perfetta di un sistema che non solo non ottimizza, ma complica deliberatamente.
E qui si apre una crepa ancora più profonda. Perché mentre Settimo viene esclusa, alcuni treni — come il regionale veloce RV 2053 — effettuano fermate in stazioni come Corbetta–Santo Stefano Ticino e Vittuone–Arluno, realtà con bacini d’utenza inferiori. Non è solo una questione tecnica. È una questione di priorità. E quando le priorità risultano così disallineate rispetto alla realtà, la domanda diventa inevitabile: su quali criteri si basano queste scelte? E chi ne risponde?
Nel frattempo, il servizio quotidiano continua a deteriorarsi. Le linee SFM1 Rivarolo–Chieri e SFM7 Pinerolo–Chivasso, le uniche che servono Settimo, sono diventate l’emblema di un sistema in affanno. Secondo quanto riportato da Torino Cronaca il 27 febbraio 2026, la linea Rivarolo–Chieri ha registrato nel corso del 2025 un numero elevato di soppressioni, cancellazioni e ritardi, proseguiti con ancora maggiore frequenza nei primi mesi del 2026. Non episodi isolati, ma una tendenza consolidata. Una deriva.

Analogamente, la linea Pinerolo–Chivasso continua a presentare criticità strutturali. Il 12 gennaio 2026, sempre Torino Cronaca documentava una sequenza di disservizi: treni soppressi, ritardi, difficoltà nella regolarità del servizio. Il quadro è chiaro: l’affidabilità non è più garantita. E quando un servizio pubblico perde affidabilità, perde la sua funzione primaria.
Come se non bastasse, arriva la programmazione dei lavori. Dal 9 maggio al 26 luglio 2026 la linea Pinerolo–Chivasso subirà una sospensione articolata in due fasi: dal 9 maggio al 14 giugno interruzione tra Pinerolo e None, con servizio limitato alla tratta None–Torino–Chivasso; dal 15 giugno al 26 luglio interruzione tra Pinerolo e Torino Lingotto, con operatività solo tra Torino Lingotto e Chivasso. Formalmente, Settimo non è direttamente coinvolta. Sostanzialmente, è l’ennesimo colpo a un sistema già fragile.
Perché il problema non è il singolo cantiere. È l’assenza di resilienza. È un’infrastruttura che non regge nemmeno interventi programmati senza scaricare i costi sugli utenti. È una rete che funziona in condizioni ideali — cioè quasi mai.
E allora accade qualcosa di ancora più grave: il disservizio diventa normalità. Il pendolare non si indigna più, si organizza. Parte prima, prevede il ritardo, accetta la cancellazione come possibilità concreta. Si adatta. E questo adattamento, che potrebbe sembrare una forma di resilienza, è in realtà il segnale più pericoloso: quello di una resa silenziosa.
È in questo contesto che la petizione di Francesca Zappulla assume un valore che va ben oltre la richiesta specifica. Chiedere la fermata dei regionali veloci a Settimo Torinese significa rimettere in discussione un modello. Significa pretendere che l’offerta sia costruita sui bisogni reali e non su logiche opache. Significa, soprattutto, riaffermare che il diritto alla mobilità non è negoziabile.
Perché la mobilità non è un servizio neutro. È un moltiplicatore di opportunità. Riduce o amplifica le disuguaglianze. Determina chi può permettersi un lavoro a Milano e chi invece deve rinunciarvi perché il sistema non lo supporta. Decide quanto tempo resta per vivere dopo aver lavorato. E quando questo diritto viene compresso, il danno non è solo individuale. È collettivo.
Eppure, di fronte a questo quadro, la risposta istituzionale è spesso un misto di silenzio e tecnicismi. Si parla di ottimizzazione, di vincoli di rete, di programmazione. Parole che servono a spiegare tutto e, allo stesso tempo, a non cambiare nulla. Perché il vero nodo non è tecnico. È politico. È la scelta — consapevole o meno — di accettare che alcune aree restino meno servite di altre.
La domanda, allora, non è più se sia possibile inserire una fermata a Settimo Torinese. La domanda è perché non sia già stata inserita. E ancora: quante segnalazioni, quante petizioni, quanti dati servono prima che una criticità diventi priorità?
La verità è che il sistema ferroviario, così com’è, riflette una gerarchia implicita dei territori. E Settimo Torinese, oggi, sta pagando il prezzo di una collocazione che non ha scelto. Una città centrale trattata come periferia. Un bacino rilevante ridotto a punto di passaggio.
La petizione di Francesca Zappulla rompe questa narrazione. Non perché garantisca una soluzione immediata, ma perché espone il problema nella sua nudità. Toglie al sistema l’alibi della complessità e lo costringe a confrontarsi con una realtà semplice: quando un servizio non funziona per una parte significativa dei cittadini, non è un problema marginale. È un fallimento.
E continuare a ignorarlo non è più una svista. È una responsabilità.
QUI LA PETIZIONE CLICCA
Commenti all'articolo
Jarden67
17 Aprile 2026 - 09:39
Io penso che il problema principale non sia legato al tuo/mi che deve permettere in collegamento rapido tra i due capoluoghi. La cosa vergognosa secondo me e che Chivasso e Torino non siamo collegate al capoluogo con un servizio di metropolitana. Molto più utile rapida ed efficente di un collegamento delle ferrovie
Edicola digitale
I più letti
Ultimi Video
LA VOCE DEL CANAVESE
Reg. Tribunale di Torino n. 57 del 22/05/2007. Direttore responsabile: Liborio La Mattina. Proprietà LA VOCE SOCIETA’ COOPERATIVA. P.IVA 09594480015. Redazione: via Torino, 47 – 10034 – Chivasso (To). Tel. 0115367550 Cell. 3474431187
La società percepisce i contributi di cui al decreto legislativo 15 maggio 2017, n. 70 e della Legge Regione Piemonte n. 18 del 25/06/2008. Indicazione resa ai sensi della lettera f) del comma 2 dell’articolo 5 del medesimo decreto legislativo
Testi e foto qui pubblicati sono proprietà de LA VOCE DEL CANAVESE tutti i diritti sono riservati. L’utilizzo dei testi e delle foto on line è, senza autorizzazione scritta, vietato (legge 633/1941).
LA VOCE DEL CANAVESE ha aderito tramite la File (Federazione Italiana Liberi Editori) allo IAP – Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria, accettando il Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale.