A un certo punto, le parole non bastano più. Succede nelle canzoni, quando restano solo i “la la la”, e succede anche nella vita. È proprio lì, in quello spazio sospeso e meno definito, che la bosconerese Luciana Littizzetto decide di entrare con il suo primo romanzo, “Il tempo del la la la”, segnando un passaggio netto rispetto alla figura che il pubblico ha imparato a conoscere in televisione.
Non è un’operazione di rottura totale, ma di spostamento. La voce è sempre la sua, riconoscibile, ma cambia il tono. Meno invettiva, più osservazione. Meno battuta, più racconto. E dentro questo nuovo equilibrio prende forma una storia che parla soprattutto di tempo: quello che passa, quello che resta, quello che si può ancora reinventare.
Il cuore del libro è racchiuso in una parola che sembra uscita da una delle sue intuizioni più riuscite: “queenager”. Donne che non sono più ragazze, ma nemmeno disposte a farsi archiviare come tali. Donne che stanno in mezzo, in una zona poco raccontata, dove convivono esperienza e inquietudine, fragilità e libertà.
A incarnare questa fase sono tre protagoniste, tre traiettorie diverse che si incrociano in una Torino concreta, quotidiana, lontana dalle cartoline. Una città che Littizzetto conosce bene e che qui diventa quasi un personaggio, fatta di bar, strade, abitudini e piccoli rituali.
Lola, Maura e Ida non sono eroine, né modelli. Sono donne normali, con vite che scricchiolano. Lola sente di stare scivolando ai margini, come se il suo tempo migliore fosse già passato. Maura si è adattata a una routine che non la rappresenta più, incastrata in un matrimonio che va avanti per inerzia. Ida, invece, è quella che rompe l’equilibrio: non aspetta, non chiede, non rimanda. È lei a trascinare le altre fuori da quella zona grigia in cui si rischia di restare ferme.
Non c’è una trama fatta di grandi eventi. Il romanzo si muove su un altro piano, più sottile. Quello delle crepe, dei momenti in cui qualcosa si incrina e obbliga a cambiare prospettiva. Littizzetto racconta proprio questo: il punto in cui si smette di resistere e si comincia, forse, a scegliere.
Il passaggio dalla comicità alla narrativa non è un travestimento. È piuttosto un allargamento. Perché l’ironia non scompare, ma si deposita sotto la superficie. Non serve più per colpire, ma per tenere insieme le cose, per alleggerire senza banalizzare.
E soprattutto, non c’è nessuna nostalgia. “Il tempo del la la la” rifiuta l’idea che esista una fase della vita in cui tutto è già deciso. Anzi, suggerisce il contrario: che proprio quando le certezze iniziano a vacillare si apre uno spazio nuovo, più instabile ma anche più autentico.
In questo senso, il romanzo intercetta un tema preciso del presente. La difficoltà, soprattutto per le donne, di trovare una rappresentazione che non sia legata solo alla giovinezza o al declino. Littizzetto prova a riempire quel vuoto, senza retorica, senza dichiarazioni programmatiche. Lo fa raccontando storie, lasciando parlare i personaggi.
E Torino, ancora una volta, resta sullo sfondo ma non troppo. Non è solo ambientazione, è una dimensione emotiva. È il luogo in cui tutto sembra immobile e invece, lentamente, cambia.
Con questo esordio, Littizzetto dimostra che può permettersi di uscire dal ruolo che l’ha resa famosa senza perdere identità. Non rinnega la “Lucianina” televisiva, ma la mette da parte per un momento, per provare a dire qualcosa di diverso.
E forse è proprio questo il senso del “la la la”: quando le parole non bastano più, non resta che andare avanti lo stesso. Anche senza sapere esattamente come andrà a finire.