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Costume e società

Luciana Littizzetto, il lato che non va in onda: “In ospedale mi è mancato qualcuno a cui dire: ho paura”

La cominca bosconerese si racconta tra menopausa, figli e fragilità: “Per loro sono ‘Lu’, ma vogliono il mio cognome”

Luciana Littizzetto, il lato che non va in onda: “In ospedale mi è mancato qualcuno a cui dire: ho paura”

Luciana Littizzetto, il lato che non va in onda: “In ospedale mi è mancato qualcuno a cui dire: ho paura”

Il pubblico è abituato a vederla salire sulla scrivania, sparare battute, alleggerire tutto. Ma ci sono passaggi della vita in cui anche Luciana Littizzetto smette di fare la comica. O meglio: in cui l’ironia resta, ma non basta più da sola.

Nell’intervista degli scorsi giorni al Corriere della Sera, la voce resta la stessa – tagliente, autoironica, lucidissima – ma il racconto cambia profondità. Dentro ci sono i sessant’anni, la menopausa, la famiglia, e soprattutto quella sensazione sospesa che lei ha trasformato nel titolo del suo primo romanzo: “Il tempo del la la la”, quando le parole si inceppano e si va avanti lo stesso, un po’ a intuito.

La menopausa diventa uno dei simboli di questa fase. Non tanto per i luoghi comuni, ma per i piccoli cortocircuiti quotidiani che racconta con precisione quasi chirurgica: la memoria che vacilla, le cose importanti che restano e quelle banali che spariscono. Un paradosso che fa sorridere, ma dice molto di più: il corpo cambia, la testa corre, e il controllo non è più totale.

Poi c’è la parte che difficilmente entra nei monologhi televisivi. Il ricovero, la malattia, il tempo sospeso dell’ospedale. Attorno, persone care, affetto, presenza. Eppure qualcosa manca. Non è una questione di solitudine numerica, ma di vuoto emotivo, di quel tipo di vicinanza che non si può sostituire. Non la dice in modo drammatico, non ne fa un manifesto. La lascia lì, quasi sottovoce. Ed è proprio per questo che arriva più forte.

A tenere insieme tutto c’è la famiglia, costruita fuori dagli schemi tradizionali. Vanessa e Jordan, arrivati in affido da bambini, oggi sono adulti. Il rapporto si è trasformato, si è livellato, è diventato dialogo tra pari. Non la chiamano mamma, ma “Lu”. Un dettaglio che racconta molto più di mille definizioni. Eppure il legame è talmente solido da aver portato a una scelta concreta: prendere il suo cognome.

Anche il passato pesa, ma in modo diverso. I genitori non avevano mai davvero capito fino in fondo il suo lavoro. Non ostilità, piuttosto distanza. E proprio quella distanza si è trasformata in spinta: la voglia di dimostrare, di riuscire comunque.

Nel racconto non c’è traccia di celebrazione del successo. Anzi. Littizzetto continua a muoversi con una certa essenzialità: pochi sfizi, una vita senza ostentazioni, e una parte dei guadagni che torna agli altri, concretamente. Non è una posa, è coerenza.

Resta anche la consapevolezza di un mestiere complicato, soprattutto quando si gioca con le parole. Difende la satira, accetta il rischio, ma riconosce quando si sbaglia. Senza giri larghi.

Alla fine, più che un’intervista, sembra un passaggio di fase. Una fotografia senza trucco di un momento della vita in cui tutto si ridisegna: il corpo, i rapporti, le priorità.
E in cui, forse, la vera differenza non la fanno più le battute che riescono meglio, ma la capacità di restare quando non c’è niente da dire.


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