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L'avvoltoio più grande d'Europa avvistato nelle Valli di Lanzo

La Città Metropolitana di Torino forma il personale per monitorare il Gipeto

L'avvoltoio più grande d'Europa avvistato nelle Valli di Lanzo

L'avvoltoio più grande d'Europa avvistato nelle Valli di Lanzo

La Città metropolitana forma il personale per monitorare il Gipeto, il più grande avvoltoio d’Europa. Sabato 14 febbraio, nella Sala Stemmi di corso Inghilterra, tecnici, agenti di vigilanza e volontari parteciperanno a un incontro dedicato a uno dei rapaci più rari e maestosi delle Alpi. Due ore di formazione, dalle 10 alle 12, organizzate dal Dipartimento Ambiente e Sviluppo sostenibile, con un obiettivo chiaro: conoscere meglio la specie e rafforzare il monitoraggio nelle aree protette del territorio.

Il protagonista è il Gipeto (Gypaetus barbatus), l’avvoltoio di maggiori dimensioni tra quelli nidificanti in Europa. Un animale stanziale, che vive e si riproduce sui dirupi dell’alta montagna, deponendo una o due uova. Un gigante dell’aria che può superare i due metri e mezzo di apertura alare. E che, nonostante la reintroduzione riuscita sulle Alpi, resta uno dei rapaci più rari del continente.

All’incontro interverranno Giuseppe Roux-Poignant, funzionario di vigilanza dell’Ente di gestione delle Aree Protette delle Alpi Cozie e referente del Centro Avvoltoi e rapaci alpini della Regione Piemonte, e Maurizio Chiereghin, membro della ROAO – Rete Osservatori Alpi Occidentali. Il primo offrirà un quadro sulla biologia della specie, sulle minacce ancora presenti e sui progetti di conservazione lungo l’arco alpino occidentale. Il secondo entrerà nel dettaglio delle attività di monitoraggio nelle Valli di Lanzo, uno dei territori dove il Gipeto è tornato a farsi vedere con maggiore continuità.

Non è un convegno celebrativo. È un momento operativo. Perché la presenza del Gipeto non si difende con le parole, ma con la vigilanza, la raccolta dati, il controllo del territorio. La sua storia sulle Alpi è una storia di scomparsa e ritorno. Estinto a inizio Novecento a causa di persecuzioni, bocconi avvelenati e ignoranza – era ritenuto un predatore di bestiame – è stato reintrodotto a partire dagli anni Ottanta grazie a un progetto internazionale. Oggi qualche coppia nidifica stabilmente, ma ogni esemplare conta. E ogni minaccia, dall’avvelenamento accidentale al disturbo umano in fase di nidificazione, può compromettere anni di lavoro.

Il Gipeto non è solo un simbolo naturalistico. È un indicatore. Dove torna lui, significa che l’ecosistema montano regge. Si nutre quasi esclusivamente di ossa, che frantuma lasciandole cadere dall’alto sulle rocce. Non caccia animali vivi. Ripulisce. Tiene in equilibrio. È il grande spazzino delle quote alte. Eppure ancora oggi paga il prezzo di una convivenza difficile con l’uomo.

E il Canavese? Le sue montagne non sono seconde a nessuno quando si parla di biodiversità alpina. Dal Gran Paradiso alle valli laterali, passando per le creste che guardano verso la Valle d’Aosta e le Valli di Lanzo, il territorio offre pareti, silenzi e correnti ascensionali ideali per il volo planato di questo rapace. Negli ultimi anni le segnalazioni si sono fatte più frequenti anche nelle aree canavesane, grazie al lavoro della rete di osservatori e dei parchi. Non si tratta ancora di una presenza stabile ovunque, ma di passaggi sempre più regolari e, in alcuni casi, di tentativi di insediamento.

Il Parco Nazionale del Gran Paradiso, che lambisce l’alto Canavese, è uno dei cardini del progetto di conservazione. Qui il Gipeto ha trovato ambienti idonei e una sorveglianza costante. Ma il futuro si gioca anche fuori dai confini dei parchi, nelle zone dove l’escursionismo cresce, dove l’alpinismo si spinge su nuove vie, dove i droni possono diventare un disturbo serio durante la cova. Monitorare significa anche questo: conoscere per prevenire.

Il ritorno del Gipeto sulle montagne canavesane non è una favola ambientalista. È il risultato di decenni di lavoro scientifico, di collaborazione internazionale, di investimenti pubblici. Ma è anche fragile. Basta un boccone avvelenato lasciato per altri animali, basta un disturbo nel momento sbagliato, per perdere una stagione riproduttiva.

Per questo la formazione non è un dettaglio burocratico. È un tassello di una strategia più ampia. Se vogliamo che il Gipeto diventi presenza stabile anche sulle nostre creste, serve competenza. Servono occhi allenati. Servono dati. E serve, soprattutto, la consapevolezza che la montagna non è solo panorama da cartolina. È un ecosistema delicato, dove ogni ritorno va difeso giorno dopo giorno.

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