AGGIORNAMENTI
Cerca
Attualità
03 Febbraio 2026 - 15:17
Lunedì 19 gennaio 2026, su Rai 1, Storie italiane, il programma di approfondimento mattutino condotto da Eleonora Daniele, si è concentrato sul caso della cosiddetta famiglia nel bosco. La puntata, dal titolo “Famiglia nel bosco: iniziato il presidio alla casa”, è stata poi resa disponibile su RaiPlay.
In diretta da Palmoli, in provincia di Chieti, le telecamere si sono collegate davanti all’abitazione nei boschi dove vivevano Nathan Trevallion, Catherine Birmingham e i loro tre figli, finiti al centro di un procedimento giudiziario che ha messo in discussione l’idoneità genitoriale. Nel servizio è stato documentato l’arrivo, a partire dal 17 gennaio, di un camper della solidarietà e l’avvio di un presidio pacifico davanti alla casa, con l’obiettivo di sostenere la famiglia e mantenere alta l’attenzione sulla vicenda.
Nel corso della puntata, attraverso collegamenti e testimonianze raccolte sul posto, ha trovato spazio anche un’altra storia, diversa per contesto ma simile per contenuti e dolore. È quella di Natalina Colangelo, madre di Settimo Torinese, intervenuta per alcuni minuti con il racconto della sua esperienza personale.
Un intervento breve ma diretto. Natalina, con le lacrime agli occhi, ha spiegato che il figlio le è stato allontanato quando era ancora bambino, su decisione del Tribunale per i minorenni di Torino, ed è stato collocato in una comunità.
Davanti alle telecamere non è entrata nei dettagli tecnici delle sentenze, ma ha insistito sull’aspetto umano della vicenda. Ha raccontato l’assenza quotidiana del figlio, il dolore che non si è mai attenuato e la sensazione di essere stata esclusa da un sistema che, a suo dire, non ha mai realmente ascoltato la sua voce.
Dallo studio, Eleonora Daniele ha seguito il collegamento e lo ha inserito nel contesto più ampio della puntata, ricordando la complessità di vicende che intrecciano decisioni giudiziarie, servizi sociali e tutela dei minori. Un racconto parallelo, dunque: da un lato il presidio pacifico davanti alla casa della famiglia di Palmoli, dall’altro la testimonianza di una madre che, in pochi minuti davanti a un pulmino, ha condensato anni di dolore e di conflitto.
Una catena e un lucchetto stretti tra le mani, il corpo legato al ferro freddo di un’istituzione. Il Tribunale per i minorenni di Torino. Corso Unione Sovietica.
Era il 4 dicembre 2024. Natalina Colangelo aveva 42 anni. Accanto a lei c’era la madre, 72 anni, in piedi per ore. Un microfono in mano. La voce spezzata che rimbalzava sui muri del tribunale e si perdeva tra gli sguardi curiosi, a volte imbarazzati, dei passanti. «Non andrò via. Non mangerò. Non berrò. Finché non avrò la certezza che mio figlio tornerà a casa con me».
Natalina è la madre di un ragazzo che vive nella comunità terapeutica Centro Paolo VI di Casalnoceto, in provincia di Alessandria. Oggi Cristian non è più il bambino di sette anni portato via da scuola su un’ambulanza. Oggi è un ragazzo di tredici anni che, da allora, non è mai più tornato a casa. Sei anni vissuti in comunità. Sei anni che per una madre non passano mai.
Natalina lo scrive nero su bianco, sui social, con parole dure, spezzate, rabbiose. Lo scrive come una donna che non ha più filtri né timore delle conseguenze. Chiama in causa Unione Net di Settimo Torinese, i servizi sociali, magistrati, giudici onorari, pubblici ministeri. Lo fa usando una parola che pesa come un macigno: sequestro.
«Sono sei anni che mi torturate, tutti insieme, come una rete, come un’associazione a delinquere», scrive.
Secondo la sua ricostruzione, quel 14 gennaio 2020 suo figlio sarebbe stato portato via senza un decreto del Tribunale per i minorenni di Torino, un’azione che, dal suo punto di vista, non avrebbe avuto alcun fondamento giuridico.
Nel suo lungo sfogo, Natalina contesta il ruolo del giudice onorario che, scrive, non avrebbe potuto strappare un figlio alla madre, né nominare un curatore speciale, né limitare la responsabilità genitoriale. Per lei, tutto ciò che è seguito nasce da lì: da un atto che considera illegittimo all’origine.
Il primo decreto del tribunale, sempre secondo il suo racconto, sarebbe arrivato solo il 19 novembre 2020, coprendo quanto avvenuto nei mesi precedenti. Natalina parla apertamente di decreti illegali, atti falsificati, documenti non veritieri. «È tutto dimostrabile», scrive. «Carta canta».
La vicenda è poi approdata in Corte d’Appello, sempre – sostiene – sulla base di atti che lei considera viziati all’origine. Natalina insiste su un punto che per lei è centrale: al momento dell’allontanamento aveva la piena responsabilità genitoriale. E se così era, allora, scrive, non ci sarebbe mai dovuto essere un secondo, né un terzo grado di giudizio.
E poi c’è l’amarezza che diventa sarcasmo nero: «Mi denunciano, e nello stesso tempo scrivono negli atti che ho la responsabilità genitoriale. Si danno la zappa sui piedi da soli».
Nel finale del messaggio, Natalina annuncia di aver trasmesso tutto alla Squadra Mobile di Alessandria, dichiarandosi parte offesa in un’indagine che, secondo lei, dovrà finalmente fare luce su quanto accaduto dal 2020 a oggi.
Al di là delle accuse, che spetterà alla magistratura valutare, resta una realtà che nessuna carta può cancellare: sei anni senza un figlio. Sei anni in cui una madre ha vissuto tra marciapiedi, tende, microfoni, denunce, catene ai cancelli dei tribunali. Sei anni in cui la sua vita si è ridotta a una sola domanda, sempre la stessa.
Nella sua mente il ricordo di quel giorno. 14 gennaio 2020.
Un’ambulanza arriva alla scuola Rodari di Settimo Torinese. «Aveva solo sette anni. Me l’hanno strappato», ripete Natalina ogni volta che racconta quella mattina.
Era un bambino iperattivo, con un ritardo cognitivo certificato. Aveva un insegnante di sostegno. Aveva un educatore. Aveva tutto quello che serviva.
Secondo Natalina, però, la scuola non ha voluto ammettere di non essere in grado di gestirlo. E allora ha chiamato i servizi sociali. Da lì, la macchina si è messa in moto. Inarrestabile.
La situazione è precipitata quando alcuni genitori degli altri alunni hanno organizzato uno sciopero, chiedendo che quel bambino non frequentasse più la classe. «Era un bambino felice. Certo, aveva dei problemi. Ma non meritava questo».
Prima che lo portassero via, la loro era una vita normale. Lavoro. Casa di proprietà. Una famiglia dignitosa.
Una settimana prima dell’allontanamento, Natalina e suo figlio erano andati a Roma, avevano incontrato Papa Francesco. «Era felice. Rideva. Era sereno».
Poi il buio.
Da allora, Natalina non ha più smesso di lottare. Ha urlato. Ha dormito sui marciapiedi. Ha montato tende davanti alle scuole. Ha indossato magliette con la foto del figlio stampata sul petto.
Sui social, con il profilo Girasole Serpente, ha raccontato ogni giorno la sua storia. Video. Dirette. Proteste.
Ogni gesto un tentativo di farsi vedere.
Le sue azioni sono diventate sempre più eclatanti. Ha imbrattato con vernice la sede dei servizi sociali e alcuni edifici pubblici di Settimo Torinese. Gesti che le sono costati denunce su denunce: atti persecutori, interruzione di pubblico servizio, mancata esecuzione di provvedimenti giudiziari.
Il Comune di Settimo Torinese, guidato dalla sindaca Elena Piastra, ha deciso di querelarla. La scelta è stata formalizzata con la delibera di Giunta numero 148/2024. Nel documento si parla di comportamenti “aggressivi, minatori e persecutori”.
Cronaca nuda e cruda. Quella che spesso nasconde storie che spezzano il cuore.
Natalina non si riconosce in quell’immagine. «Hanno cercato di criminalizzarmi. Ma cosa dovevo fare? Stare zitta mentre mi portavano via mio figlio?».
Nel frattempo, la giustizia ha emesso un verdetto che per lei pesa più di una condanna: due gradi di giudizio hanno dichiarato la sua inidoneità come madre. «Come possono dire che sono inidonea se non mi hanno nemmeno dato la possibilità di vederlo?».
Durante i due anni di pandemia, madre e figlio si sono visti una sola volta, attraverso una finestra. «Lui era agitato. Cercava di mordere il medico. Io cercavo di tranquillizzarlo. Ora pensa che sia stata io ad abbandonarlo».
Natalina racconta un figlio che, secondo lei, è peggiorato dentro la comunità: aumento di peso, sedazione, denti rovinati. «Come possono dire che sta meglio lì che a casa sua, circondato dall’amore della mamma e della nonna?».
La rabbia di Natalina si riversa anche contro la scuola e i servizi sociali. «Hanno voluto colpirmi perché sono una ragazza madre. E lui perché è disabile». Racconta di insegnanti che avrebbero cercato di farla passare per tossicodipendente. «Io sono una donatrice di sangue», ripete.
In questa storia, fatta di atti giudiziari, verbali, denunce e pareri tecnici, resta una domanda che nessun documento riesce a cancellare: perché nessuno aiuta questa madre? Perché la politica tace? Perché l’indifferenza pesa più del dolore?
Natalina continua a incatenarsi. A urlare. A esporsi.
Non perché voglia visibilità. Ma perché, senza suo figlio, il silenzio sarebbe una resa.
Non vogliamo credere che una madre che lotta così non sia all’altezza di crescere un figlio.
Edicola digitale
I più letti
LA VOCE DEL CANAVESE
Reg. Tribunale di Torino n. 57 del 22/05/2007. Direttore responsabile: Liborio La Mattina. Proprietà LA VOCE SOCIETA’ COOPERATIVA. P.IVA 09594480015. Redazione: via Torino, 47 – 10034 – Chivasso (To). Tel. 0115367550 Cell. 3474431187
La società percepisce i contributi di cui al decreto legislativo 15 maggio 2017, n. 70 e della Legge Regione Piemonte n. 18 del 25/06/2008. Indicazione resa ai sensi della lettera f) del comma 2 dell’articolo 5 del medesimo decreto legislativo
Testi e foto qui pubblicati sono proprietà de LA VOCE DEL CANAVESE tutti i diritti sono riservati. L’utilizzo dei testi e delle foto on line è, senza autorizzazione scritta, vietato (legge 633/1941).
LA VOCE DEL CANAVESE ha aderito tramite la File (Federazione Italiana Liberi Editori) allo IAP – Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria, accettando il Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale.